Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
mar 16 apr. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Rutelli Francesco - 30 giugno 1982
"Destino nazionale" e scelte di riarmo
Una risposta a Baget Bozzo e Bocca

di Francesco Rutelli

SOMMARIO: Una societa' civile matura come quella italiana sarebbe certamente ben disposta verso proposte che consentano uno sbocco positivo al bisogno d'identita' e identificazione nazionale, ma non e' disposta a comprare ad occhi chiusi un'improbabile paccottiglia patriottica, dietro cui si nascondano i responsabili dello sfascio della Repubblica. I socialisti contestati dai democristiani per l'uso di potere e di legittimazione che si puo' fare della politica militare. nel 1982, 11.000 miliardi di spesa militare: soldi gettati dalla finestra. Previsti altri 74.000 miliardi in lire '86 per l'acquisto di nuovi sistemi d'arma: nel vuoto della politica di difesa, sara' l'adozione di determinati armamenti a creare teorie e dottrine militari e non viceversa. Le alternative identificate dai radicali possono consentire il coagulo di una vera "unita' nazionale": lotta allo sterminio per fame, cooperazione Nord - Sud, sicurezza, controllo degli armamenti e disarmo, politica aggressiva sul rispetto dei diritti umani.

(NOTIZIE RADICALI N. 9, 30 giugno 1982)

(Nel nostro paese si stanno compiendo scelte importanti, che ipotecano lo sviluppo economico e le scelte politiche del paese nei prossimi mesi. Dietro la paccottiglia patriottica che si è celebrata in occasione della patetica spedizione dei bersaglieri in Libano si nascondevano, si voleva nascondere, la realtà del paese che ci viene mostrata dallo Spadolini-bis come dall'assassinio del generale Dalla Chiesa. Una tragica realtà.)

L'Italia "mostra la bandiera" (come ha affermato, con una tipica espressione militare, il Ministro Lagorio) nelle caldissime terre libanesi. "Non è un fatto banale, è un nuovo tempo che comincia" ha scritto Gianni Baget Bozzo (Repubblica, 14 agosto). E' un "cambiamento storico", mentre "nella coscienza del paese si ridisegna lentamente l'idea di un destino collettivo".

E', io credo, il segno di scelte molto importanti che si vanno compiendo. Certo, il contesto cui Baget Bozzo faceva riferimento (innanzitutto la voglia di "non mollare" del paese identificava nell'azione di Carlo Alberto Dalla Chiesa) di mostra brutalizzato: la mancanza di credibilità delle istituzioni che dovrebbero esser organizzatrici e garanti di questo destino collettivo è marcata dall'abbandono al suo destino di Dalla Chiesa e dalla sua morte terribile; la credibilità del nostro strumento militare è sbugiardato dal patetico svolgimento della stessa missione in Libano. E allora, nonostante tutto, le uniche volte in cui il "mostrare la bandiera" si rivela una scelta adeguata al sentimento nazionale restano quelle delle vittorie al Mundial?

Bisogna stare molto attenti, credo, nel distinguere fenomeni diversi. Una società civile matura come quella italiana sarebbe certamente ben disposta verso situazioni e proposte che consentirebbero uno sbocco positivo al bisogno di identità e identificazione nazionale, ma non è affatto disposta a comperare ad occhi chiusi una improbabile paccottiglia patriottica. Soprattutto se dietro il banco ci sono le facce ed i metodi dei protagonisti dello sfascio dell'Italia. Per sollecitare la concordia nazionale occorrono programmi e valori forti e chiari, oppure delle emozioni brusche. La classe dirigente e di governo e di governo italiana non ha (né sarebbe in grado di gestire) né gli uni né gli altri. La riverniciata che è venuta al dibattito su "La Patria" dai fasti sportivi di quest'estate si è quindi già scrostata; le inchieste e le teorie spuntate nelle scorse settimane sono rapidamente ingiallite; il paese torna a misurarsi con la realtà dei suoi problemi politici, economici, sociali, morali. Ma sarebbe irresp

onsabile non considerare ai primi posti tra di essi la questione militare; svuotata di una poco plausibile componente patriottico-emotiva e ricondotta alle dimensioni che in Italia l'hanno sempre dominata: quella politico-partitica e quella affaristica.

Propaganda e retorica sono ingredienti indispensabili, naturalmente (dai lucciconi per i bersaglieri, eroici "liberatori", alle notizie in prima pagina per i "misteriosi" sottomarini sovietici che spuntano da ogni dove, come se non si sapesse che questo è il mestiere dei sottomarini, e che quelli occidentali, a decine, stanno in questo istante facendo la medesima cosa nei confronti dei nostri dirimpettai); ma ciò che conta è - nella fattispecie per i socialisti, perciò contestati duramente dalla DC - l'uso di potere e di legittimazione che si può fare della politica militare e - per i potentati burocratico-militar-industriali l'accrescimento della propria prosperità ed influenza. E' per queste ragioni che Bocca, il quale si chiede (Repubblica, 25 agosto) se dobbiamo scegliere l'"esercito del popolo" oppure un "esercito di pronti interventi per le guerre piccole" (dato che gli 11.000 miliardi di spese militari '82 sembrano proprio gettati dalla finestra) si troverà di qui a due-tre anni di fronte ad un brutto

risveglio: l'Italia avrà infatti continuato a buttare migliaia di miliardi nell'apparato parassitario della Difesa (soprattutto per ragioni clientelari) e, allo stesso tempo, avrà impegnato - come ha dimostrato Roberto Cicciomessere - qualcosa come 74.000 miliardi di lire 1986 in nuovi sofisticati sistemi d'arma (altro che "atomica italiana", come propongano alcuni, o altre "storiche decisioni": nel vuoto della politica della difesa ancora una volta sarà l'adozione di determinati armamenti a creare teorie e dottrine militari, e non viceversa).

Una non-scelta di questo tipo è "comunque" una scelta tale da marcare il destino dell'Italia: nella totale disinformazione pubblica stanno maturando in modo strisciante assetti, strutture e vincoli decisivi per il nostro futuro, per cui alla crisi economico-sociale corrisponderà una fortissima crescita della componente militare e di militarizzazione della nostra società e della nostra economia. Per queste ragioni è necessario un ripensamento delle piatte e fallimentari linee dell'attuale politica estera e di difesa dell'Italia (su direttrici alternative è possibile, secondo noi radicali, il coagulo di importanti segmenti di vera "unità nazionale": lotta allo sterminio per fame e cooperazione Nord-Sud; sicurezza, controllo degli armamenti e disarmo; politica "aggressiva" sui diritti umani). Ha ragione Baget Bozzo: su queste scelte (finora clandestine) si sta creando e si misurerà il destino del nostro paese. Occorre allora che le forze politiche si confrontino chiaramente e pubblicamente, perché sia il paese

a scegliere i programmi migliori e la migliore allocazione delle nostre risorse.

 
Argomenti correlati:
lagorio lelio
dalla chiesa carlo alberto
difesa
disarmo
libano
stampa questo documento invia questa pagina per mail