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Calderisi Giuseppe - 5 novembre 1982
Bilancio - Relazione di Minoranza di Giuseppe Calderisi

RELAZIONE DELLA V COMMISSIONE PERMANENTE (BILANCIO E PROGRAMMAZIONE - PARTECIPAZIONI STATALI)

Relatore: Calderisi, di minoranza

sul

DISEGNO DI LEGGE presentato dal Ministro del Tesoro (ANDREATTA)

di concerto col Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica (LA MALFA)

e col Ministro delle Finanze (FORMICA)

"Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 1983)"

SOMMARIO: Nella lunga, importantissima relazione di minoranza sulla legge di bilancio dei ministri Andreatta, La Malfa e Formica, il deputato radicale on. Calderisi indica quali siano le proposte dei radicali in alternativa a quelle del governo. Fa abbondanti riferimenti ai giudizi sulla politica economica e finanziaria del governo avanzati dal senatore Visentini ("La situazione finanziaria è fuori controllo, si vive alla giornata...con il rischio dell'insolvenza"...ecc.). Calderisi individua poi le cause di questo sfascio nel regime di "partitocrazia", cioè nella "sovrapposizione degli interessi di egemonia e di potere dei partiti sul governo del paese..."

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Calderisi cita quindi le relazioni della Corte dei Conti, di cui riporta "ampi stralci", la quale denuncia "la carenza di organiche e meditate riforme", l'assenza nell'Amministrazione di "linee precise di programmazione, indirizzo, coordinamento e verifica", la mancanza "di adeguati strumenti per il migliore esercizio delle funzioni amministrative" ecc. "Finché la crescita dell'economia e la situazione internazionale lo hanno consentito - osserva Calderisi - il regime di predominio dei partiti" ha potuto conciliare i propri interessi con quelli "dello sviluppo del paese". Dopo una lunga serie di dettagliate critiche al provvedimento governativo, Calderisi avanza le proposte alternative dei radicali: riduzione delle spese militari, investimenti per la lotta contro lo sterminio per fame; revisione dei criteri della cassa integrazione; attuazione di una seria riforma pensionistica; riforma delle USL per liberarle dalla occupazione dei partiti; rafforzamento di una incisiva politica fiscale; nuova politica energ

etica ed ecologia. Infine, Calderisi avanza la richiesta di "nuove elezioni" su "proposte alternative".

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COLLEGHE E COLLEGHI DEPUTATI - "Non sono state mai approvate tante leggi di spesa senza copertura come è avvenuto in questi ultimi tempi. Ma il Tesoro se ne disinteressa.

Vi è un ministro delle partecipazioni statali che da tre anni fa focosi discorsi, rilascia pittoresche interviste, predica la efficienza ad ogni convegno e ad ogni tavola rotonda. Ma in tre anni non vi è una sola azienda delle partecipazioni statali - e tantomeno alcun settore - che sia stata riassestata e rimessa in situazione di efficienza. Si erogano invece ogni anno migliaia di miliardi a carico dello Stato per mantenere in vita le inefficienze e gli sperperi delle aziende pubbliche, che limitano le nostre capacità produttive."

"In materia tributaria siamo sommersi da continui provvedimenti di ogni tipo, contradditori, confusi e contrastanti con le esigenze della situazione, mentre l'Amministrazione va alla deriva e di conseguenza l'evasione aumenta. Del resto l'evasione ha trovato il suo riconoscimento e il suo trionfo con il recente provvedimento di condono".

"La situazione finanziaria è fuori controllo, si vive alla giornata... con il rischio dell'insolvenza".

Sono, queste, affermazioni pronunciate dal presidente del partito il cui segretario è il Presidente del Consiglio in carica. E la validità della grave denuncia del senatore Visentini non è certo attenuata dalla non condivisibilità della ricetta proposta (sostanzialmente un governo di tecnici in un quadro di solidarietà nazionale) o dal fatto che, dopo aver scagliato il sasso e aver affermato che Spadolini e il suo governo sono un disatro, egli ritiri la mano; e neppure dal falso ideologico che egli compie insieme ai La Malfa e ai neoliberisti della Democrazia Cristiana quando, dopo aver denunciato lo sfascio del settore pubblico dell'economia, predica sulla sanità di quello privato (il caso della Texsid che, in grave perdita, passa dalla FIAT all'IRI-Finsider e quello dei grandi impianti petrolchimici decotti in via di passaggio dalla Montedison all'ENI, solo per fare un esempio, evidenziano quale nuovo, intenso capitolo di socializzazione delle perdite e di privatizzazione dei profitti sia stato aperto, con

buona pace dell'"opera di risanamento" del ministro delle partecipazioni statali, De Michelis, promotore di tali operazioni).

Ma c'è un'ulteriore affermazione del senatore Visentini, relativa all'ultima crisi di Governo, che merita la più attenta considerazione: "Quanto è accaduto ad agosto è la più recente conferma dell'impossibilità di risolvere i problemi del paese con un sistema di sopraffazione dei partiti sullo Stato e di appropriazione da parte di essi dei poteri del Parlamento e del Governo". Sta proprio in queste parole la chiave per comprendere la particolare gravità e la specificità della crisi economica del nostro paese:

questa chiave si chiama partitocrazia.

Pur iscrivendosi nel contesto della crisi internazionale, la crisi economica italiana ha ragioni, dimensioni e caratteristiche proprie, coerenti con la logica e i vizi della partitocrazia:

è dalla sovrapposizione degli interessi di egemonia e di potere dei partiti sul governo del paese che deriva l'incapacità fisiologica di governare il reale. E dato che su questi interessi si è strutturata la realtà dei partiti, per governare il reale essi dovrebbero smentire se stessi, rinunciare a sé.

Finchè non sarà stata risolta questa contraddizione, solo apparentemente paradossale, non sarà possibile arrestare la spoliazione e lo sperpero delle nostre risorse e mutare la connotazione corporativa e assistenziale del sistema, che ha coperto e copre una politica di profonde ingiustizie sociali, di crudeli discriminazioni, di scandalosi privilegi, di illegalità e di malversazioni.

Si potrebbero produrre decine di esempi, ricordando leggine clientelari, rivendicazioni corporative, sprechi, parassitismi, privilegi. Valgono per tutte alcune considerazioni del prof. Reviglio, presidente della Commissione tecnica per la spesa pubblica. Sul quotidiano "La Stampa" del 4 novembre 1982 egli ha ben spiegato - a partite dall'esempio della convenzione definita dal Governo con i medici generici nel 1980 e dalle conseguenti disuguaglianze e disparità di trattamento che essa ha prodotto - le cause e i meccanismi attraverso i quali "la nostra spesa pubblica è uscita fuori controllo, accrescendo a dismisura il disavanzo di parte corrente e richiedendo così sempre maggiori debiti, a loro volta finanziati da ulteriori debiti, con una spirale perversa che porta alla degradazione del sistema". "La spesa per il personale - continua Reviglio - è purtroppo governata da rincorse salariali delle diverse categorie, ciascuna tesa a rivendicare le conquiste delle altre. In questo quadro è impossibile negare ad un

a categoria ciò che è concesso ad altre. Quando la gravità della situazione finanziaria impone di non accrescere le spese per il personale al di sopra di un certo tetto prefissato, allora le debolezze e gli errori commessi nel mantenere una linea di rigore, ma insieme di giustizia, nei confronti di tutti, conducono al sacrificio inevitabile di ogni prefissata difesa". E ancora: "Non serve al rigore oggi accampato il permissivismo mostrato nella trattativa per il rinnovo del contratto dei ferrovieri, che prevede aumenti superiori al 20 per cento, e il recentissimo aumento concesso dal Parlamento ai dirigenti dello Stato con una copertura solo formale, in realtà sfondando il tetto al disavanzo pubblico".

Da anni la Corte dei Conti puntualmente, nelle sue relazioni sul rendiconto dello Stato, denuncia con perseveranza pari, purtroppo, a quella del Governo e del Parlamento nel non tenerne conto, le cause che hanno portato via via alla degenerazione dei meccanismi della spesa pubblica e l'incapacità di farvi fronte dei governi e del Parlamento che ricorrono ormai con sistematicità alla pratica del rinvio delle scelte.

Della relazione della Corte dei Conti sarebbe istruttivo riportare ampi stralci. Per motivi di spazio ci limitiamo solo ad alcune citazioni e considerazioni, rilevando tuttavia che i documenti della Corte non hanno tuttora un momento di riscontro istituzionale.

"Il problema della governabilità della finanza pubblica si gioca sulla possibilità effettiva di interventi strutturali che affrontino i meccanismi endogeni di creazione dei disavanzi, interventi ai quali non possono certo supplire il pur necessario accentramento dei fondi di tesoreria e la manovra di rinvio delle erogazioni.

La carenza di organiche e meditate riforme continua per contro a caratterizzare i vari settori destinatari degli apporti di bilancio: il recupero della capacità di controllo della finanza locale territoriale continua ad essere affidato a provvedimenti annuali, che si colorano di straordinarietà; nel comparto regionale, le difficoltà del sistema ad affrontare organicamente temi istituzionali di rilevante portata e implicazione finanziaria sono dimostrate dalla situazione di vuoto legislativo determinata dalla scadenza della legge n. 356 del 1976; con decretazione di urgenza, in corso di esercizio, continua ad essere attuata una politica di parziale fiscalizzazione degli oneri sociali, attraverso massicci trasferimenti agli enti previdenziali, spesso intesi a ripianarne i deficit di bilancio; in attesa di riforme - tra l'altro non improntate a criteri umanitari - il problema della imprenditorialità delle Aziende Autonome resta affidato all'indebitamento ed agli apporti del Tesoro; a finanziamenti pubblici, des

tinati non a processi di ristrutturazione e riconversione ma alla mera sopravvivenza delle aziende, restano ancorati i tentativi di salvataggio delle partecipazioni statali, con il rischio di render il sistema fine a se stesso".

"Lo "spaccato" dell'Amministrazione sembra ancora giustificare la sensazione di un organismo che, pur alla ricerca di una sua funzionalità esterna, tende fondamentalmente a provvedere a se stesso: l'apparato continua a muoversi, in buona sostanza, secondo una logica puramente "attuativa" delle leggi e stenta a percepire e assecondare il grado di urgenza e il livello qualitativo dei servizi che la collettività richiede".

E ancora: "A cinque anni dal completamento dell'ordinamento regionale che avrebbe dovuto comportare una chiarificazione definitiva nei rapporti Stato-Regioni, continuano a mancare nell'Amministrazione statale linee precise di programmazione, indirizzo, coordinamento e verifica e continuano altresì a registrarsi vischiosità nelle stesse ripartizioni di competenze, intersecazioni e duplicazioni di interventi".

"Anche sul versante delle procedure mancano tuttora adeguati strumenti per il migliore esercizio delle funzioni amministrative. L'enorme dilatazione del procedimento, specie in settori di vasto interesse economico e sociale, giunge a velare il carattere di strumentalità che gli è proprio, sicchè può dirsi che il procedere "fa aggio" sul provvedere e appare un fine in se stesso, dietro il quale si eclissa il risultato dell'azione amministrativa".

"La tematica dell'organizzazione amministrativa dello Stato - osserva la Corte dei Conti - continua, così, ad essere dominata dalla necessità di una riforma globale e coordinata degli apparati, dei procedimenti e delle metodologie. Anche l'acuita vicenda dell'assenteismo, a ben guardare, trae in gran parte alimento dalla caduta di tensione morale che la coscienza di un apparato logoro e inadeguato determina in seno al personale".

Finchè la crescita dell'economia e la situazione internazionale lo hanno consentito, il regime di predominio dei partiti è riuscito a conciliare le proprie convenienze e il proprio consolidamento con lo sviluppo del paese, sia pure distorto, sia pure segnato da profonde disuguaglianze e vaste sacche di emarginazione. Mutato il contesto esterno, la sollecitazione di uno specifico moltiplicatore ha portato il nostro paese sull'orlo della bancarotta (siamo arrivati a 350 mila miliardi di indebitamento del settore pubblico e a un debito con l'estero di 70 miliardi di dollari. Siamo l'unico paese industrializzato dell'occidente dove alla recessione si aggiunge un'inflazione crescente che marcia a ritmi mensili corrispondenti a tassi annui composti superiori al 20 per cento).

Coloro che hanno prodotto questa situazione non hanno nè la capacità nè la forza di uscirne: sono al tempo stesso i suoi fautori e le sue vittime. Ne è ovviamente prigioniera la Democrazia Cristiana. Ne è tuttora prigioniero e vittima anche il Partito Comunista, nonostante la scelta dell'alternativa, per la qualità e la quantità del suo insediamento nella struttura di potere e per la sua residua pratica contrattualistica; ne è prigioniero e vittima il Partito Socialista, che ha preferito alla dura e rischiosa ricerca del cambiamento e della rigenerazione l'illusione di utilizzare il regime per perseguire il suo primato di potere. Ne sono prigionieri e vittime anche i sindacati per la loro adesione al sistema corporativo.

Al di fuori del quadro che abbiamo tracciato non riusciremmo neppure a comprendere perchè la sessione di bilancio "sperimentata" quest'anno, si sia tradotta in una colossale mistificazione e in uno scandaloso espediente per scavalcare e aggirare i diritti regolamentari delle opposizioni, per vanificare, anzichè accrescere, le possibilità di un esame analitico e approfondito dei documenti di bilancio e quindi anche di un riscontro rigoroso della copertura finanziaria delle leggi, per impedire, anzichè favorire ed esaltare, il dibattito e il confronto sulle scelte di politica economico-finanziaria proposte dal Governo e sulle possibili alternative.

La competizione di potere tra i partiti che caratterizza il funzionamento della partitocrazia, la disomogeneità e le contraddizioni all'interno della maggioranza, sempre più stridenti ed esplosive nell'attuale situazione economica, hanno indotto il Governo ad imporre una "sessione di bilancio" che, attraverso l'adozione di procedure in contrasto con il Regolamento e la Costituzione, fungesse soprattutto da strumento di "governo" e di imbrigliamento della stessa maggioranza e dei suoi stessi deputati. Siamo arrivati sino al divieto imposto ai deputati della maggioranza di presentare emendamenti che non avessero ricevuto preventivamente il visto del Governo, in violazione del principio di separazione dei poteri fra esecutivo e legislativo e con la trasformazione del Parlamento in una sorta di Dieta polacca.

La sessione di bilancio doveva portare ad un completamento del disegno avviato con la legge di riforma delle norme generali di contabilità dello Stato non solo al fine di garantire una data certa di approvazione del bilancio e della legge finanziaria ma anche e soprattutto al fine di garantire la qualità della "decisione di bilancio".

Per questo essa doveva assicurare che la discussione del bilancio e della legge finanziaria divenisse momento centrale e praticamente esclusivo dell'attività parlamentare; doveva assicurare poteri di decisione e di controllo effettivi e penetranti da parte del Parlamento e maggiore trasparenza delle decisioni di politica economica.

Abbiamo avuto, invece, le inadempienze e i ritardi del Governo nella presentazione dei documenti (oltre il termine del 30 settembre previsto dalla legge, nonostante l'annuncio propagandistico di Spadolini di una presentazione addirittura anticipata al 5 agosto); documenti di centinaia di pagine distribuiti solo poche ore prima dell'inizio della discussione o addirittura ancora non presentati o comunque non disponibili (come le tabelle del rendiconto 1981 e i bilanci consuntivi dei circa 185 enti cui lo Stato contribuisce in via ordinaria quali l'INPS, l'IRI, l'ENI, l'EFIM, il CNEN-ENEA, il CNR, ecc.).

La Camera continua ad essere priva di un servizio e di una struttura adeguati per l'esame del bilancio così che le Commissioni e i singoli parlamentari sono privi di strumenti di analisi, informazione e lettura dei documenti. Non è stato neppure realizzato il collegamento delle Camere con i sistemi informativi del Ministero del Tesoro (previsto dall'articolo 49 della legge n. 526 del 1982), che costituirebbe almeno uno strumento di conoscenza e di controllo particolarmente efficace.

Ancora una volta il Governo non ha provveduto a presentare, come è previsto dalla legge, il bilancio pluriennale redatto in termini programmatici, la cui funzione è, per legge, fondamentale tanto al fine del riscontro della copertura finanziaria delle nuove o maggiori spese in conto capitale, solo per le quali sarebbe ammesso il finanziamento in deficit, quanto al fine della valutazione dell'intera manovra di politica economica delineata dalla legge finanziaria, a partire da una determinazione non arbitraria del "tetto" dell'indebitamento.

La legge finanziaria non doveva essere una legge omnibus nè un terreno di pura contrattazione; doveva essere ricondotta agli scopi e ai limiti per essa stabiliti dalle norme della legge n. 468 del 1978. Quella presentata dall'esecutivo è una legge finanziaria la cui manovra va spesso oltre l'anno di riferimento e che contiene, in un solo articolo di 7 pagine, ben 30 deleghe al Governo, gran parte delle quali del tutto in bianco, su intere materie e settori (previdenza e cassa integrazione, sanità, imposte dirette comunali e partecipazioni di Comuni all'accertamento e al gettito IVA, abusivismo edilizio), deleghe che scavalcano ed espropriano il Parlamento delle sue funzioni, mentre nei cassetti di Montecitorio dormono da anni progetti di riforma bloccati dai contrasti, dalle contraddizioni, dalla debolezza politica dei Governi e delle loro maggioranze.

Durante la sessione di bilancio la Camera avrebbe dovuto occuparsi solo di bilancio e "legge finanziaria" e invece è stata sommersa da una valanga di decreti-legge e di provvedimenti discussi in Commissione in sede legislativa e redigente.

E' mancata un'informazione adeguata, imparziale e corretta dei "lavori parlamentari" da parte del servizio pubblico radiotelevisivo; informazione essenziale perchè possa esplicarsi correttamente il rapporto maggioranza-opposizione, soprattutto in relazione alla discussione e alla decisione sui provvedimenti quali quelli di politica economica e di bilancio (vale la pena ricordare che negli Stati Uniti l'opinione pubblica è stata informata costantemente e minuziosamente sullo scontro durissimo che ha inchiodato per mesi il Parlamento americano sulla questione delle spese militari).

In contrasto con la Costituzione (articolo 72) e con il Regolamento della Camera (articoli 119-120) che prescrivono che le leggi siano esaminate in Commissione prima di essere discusse in Aula e che per la finanziaria e il bilancio prescrivono anzi che in Aula possono essere discussi e votati solo gli emendamenti già presentati in Commissione, la Commissione bilancio non ha svolto alcuna discussione e alcun esame dei testi legislativi e degli emendamenti, che sono stati votati e respinti per blocchi nello spazio di alcuni minuti. Di più: il Governo e la maggioranza, indisponibili al confronto e all'esame di qualsiasi proposta delle opposizioni, hanno addirittura annunciato, per quanto riguarda la legge finanziaria, l'intenzione di presentare i propri emendamenti solo in aula. Una decisione "governativa" sintomo evidente dei gravi contrasti che travagliano la maggioranza) che ha privato la Commissione bilancio di un qualsiasi ruolo e di qualunque funzione e che scarica incostituzionalmente sull'Assemblea il l

avoro istruttorio di competenza della Commissione.

Infine attraverso un voto sul calendario dei lavori dell'Assemblea è stato stabilito come "esperimento", al di là dei limiti fissati dalla Costituzione e al di fuori e in contrasto con le procedure previste per le modifiche regolamentari, il contingentamento dei tempi spettanti a ciascun gruppo per la discussione degli articoli, l'illustrazione degli emendamenti e le dichiarazioni di voto, secondo uno schema di ripartizione predisposto dagli uffici!!!

Il tentativo obbligato di compensare con una governabilità imposta l'incapacità congenita di governare la crisi e il dissesto del paese ottiene un successo attraverso questo vero e proprio golpe regolamentare, del quale sono purtroppo responsabili anche quelle forze di opposizione che non lo hanno contrastato, anzi lo hanno approvato dopo aver contribuito direttamente all'adozione, anche essa per "esperimento", di una sessione di bilancio senza alcuna garanzia che ne assicurasse la rispondenza alle finalità.

Con la legge finanziaria e il bilancio di previsione per il 1983 il Governo propone una manovra che taglia le spese per i servizi sociali (sanità, previdenza, trasporti) per i Comuni, per gli investimenti e prevede aumenti tariffari, contributivi, tickets sanitari.

Si tratta di una manovra di carattere recessivo e assieme inflazionistico, socialmente iniqua perchè scarica il costo della crisi sui lavoratori dipendenti, sui pensionati e sugli anziani, sui disoccupati, sui ceti più deboli e indifesi della società.

Si tratta di una manovra comunque incapace di contenere il deficit dello Stato entro il tetto programmato (quest'anno si parte da quota 63 mila miliardi) che costituisce ancora una volta una mera finzione numerica non rispondente alla realtà delle previsioni, destinato ad essere subito scavalcato. E' lo stesso professor Reviglio a denunciare, tra i tanti, sia pure con garbo, l'"improbabilità che il disavanzo pubblico per il 1983 possa assestarsi sull'ammontare programmato: in base all'esperienza è forse realistico prevedere che esso possa situarsi tra gli 80 e i 90 mila miliardi".

L'inefficacia della manovra è dovuta soprattutto alla sopravvalutazione, alla velleità e alla scarsa credibilità degli strumenti a cui essa è affidata. Tali sono, ad esempio, le trenta deleghe al Governo previste dall'articolo 11 su una molteplicità di questioni: la riduzione della durata e della copertura della cassa integrazione straordinaria per farne una sorta di anticamera del licenziamento; una serie di limitazioni delle pensioni, alcune delle quali estremamente contradditorie; una specie di mini riforma sanitaria, che lascia tuttavia nel vago i risultati che si attendono da essa, mentre nulla è detto in ordine al livello di tutela della salute che si vuole raggiungere; una sorta di riforma fiscale con l'introduzione di una imposta patrimoniale e la restituzione di capacità impositiva ai Comuni, cose sacrosante ma strutturate in modo così sciatto e con così poche precisazioni quanto alla struttura fiscale risultante, da essere molto poco credibili; legata a quest'ultima, una pseudo riforma urbanistica

fondata sul condono oneroso degli abusivismi oltre che sull'imposta patrimoniale, ma le cui conseguenze urbanistiche ed economiche sul settore sono del tutto ignorate.

Tutto questo dovrebbe essere portato a termine dal Governo Spadolini-bis con la procedura delle leggi delegate. Ma gli effetti di gran parte di tali deleghe, anche ammesso che siano attuate entro i termini stabiliti, non potranno comunque aversi prima del 1984. Perchè, allora, il ricorso allo strumento della delega e non a quello più corretto ed appropriato di specifici disegni di legge, con contenuti ben definiti, per i quali il Governo, in cerca affannosa di corsie preferenziali, avrebbe potuto e potrebbe chiedere la procedura d'urgenza, prevista dal Regolamento della Camera? Perchè precisare il contenuto delle deleghe è sconveniente in una situazione preelettorale e perchè, quindi, ci si riserva di attuarle solo nel caso in cui le elezioni si tenessero, molto improbabilmente, alla loro scadenza naturale? si tratta solo di misure propagandistiche? O di misure trappola, che sono state introdotte appositamente al fine di costituire un "ragionevole" pretesto per far cadere il Governo e provocare, attraverso q

uesta strada, le elezioni anticipate?

La manovra economico-finanziaria del Governo opera tagli negli investimenti per un ammontare complessivo di circa 4.700 miliardi (nell'agricoltura, nell'edilizia penitenziaria, nella ricerca e l'innovazione tecnologica, nel Mezzogiorno, nell'edilizia, nell'industria). Contestualmente è previsto un Fondo per gli investimenti e l'occupazione (FIO) di 6.500 miliardi di lire, una torta sulla quale si stanno scaraventando le mille fameliche mani di questo regime e che, per buona parte, sembra destinato a ricostituire, attraverso una partita di giro, alcuni degli stessi investimenti soppressi o ridotti.

Nella legge finanziaria il Governo non prevede alcun nuovo strumento in materia fiscale. Di conseguenza, da una parte continua ad aumentare, iniquamente, come ha più volte rilevato la stessa Corte dei Conti, il prelievo fiscale a carico dei lavoratori dipendenti (negli ultimi cinque anni è aumentato di sette volte, un aumento quasi doppio rispetto a quello dei lavoratori autonomi e più che doppio rispetto al gettito relativo all'IVA); dall'altra, le evasioni fiscali raggiungono, nelle stesse cifre del Ministero delle Finanze, quote vertiginose, superiori ai trenta-trentacinque mila miliardi (a cui vanno aggiunte le evasioni contributive stimate almeno in dieci-dodici mila miliardi). Il "buco" di 13 mila miliardi che si è registrato nelle entrate del 1982 è certamente dovuto, per buona parte, proprio ad un aumento dell'evasione fiscale, dato che non basta certo a giustificarlo la minore crescita dei redditi rispetto alle previsioni.

Questa maggioranza e questo Governo non sono in grado di far fronte alla gravità della situazione, e se non vi fanno fronte contribuiranno soltanto ad aggravarla. Confermiamo quindi il nostro indirizzo, formulato già durante la crisi del primo Governo Spadolini; con il rinvio delle elezioni anticipate si è aperta una lunga stagione preelettorale funzionale solo agli interessi e alla competizione di potere dei partiti, carica di incertezze per il paese.

In questa situazione, anche ammesso che si arrivasse per consenso sindacale alla riforma del meccanismo della scala mobile e al contenimento per questa via del costo del lavoro, essa si ridurrebbe ad una drastica riduzione del potere d'acquisto dei lavoratori senza influire in maniera determinante sulla situazione economica e sull'inflazione. Essa infatti dovrebbe essere accompagnata da seri interventi sulla spesa pubblica realizzati attraverso riforme radicali nel campo delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della drastica riduzione degli sprechi, da misure fiscali rivolte a colpire i ceti che continuano ad essere benevolmente considerati esenti dai loro doveri fiscali, da una drastica riduzione delle spese di riarmo, da una politica rivolta a contenere il costo del denaro, che è uno dei più importanti fattori inflazionistici, sul quale però manca, nella finanziaria, una qualsiasi considerazione e attenzione né, certo, c'era da attendersela, visto che il ministro del tesoro e il Governo riten

gono la questione dei saggi di interesse materia riservata.

Saremo presenti nella battaglia sul bilancio dello Stato e sulla legge finanziaria con una serie di emendamenti propositivi che rispondono alle esigenze di una politica economica alternativa fatta di rigore e di giustizia sociale, di cui il paese ha bisogno. Al Governo e alla maggioranza, alla loro pretesa politica di "rigore" intendiamo contrapporre la sfida di una serie di emendamenti finalizzati ad abolire diseguaglianze, privilegi, sprechi, evasioni fiscali e contributive in materia di previdenza, cassa integrazione, sanità e in campo fiscale.

Abbiamo presentato tutta una serie di emendamenti abrogativi, correttivi, migliorativi delle misure governative che riteniamo economicamente dannose ed inefficaci o costituzionalmente inammissibili. Da questo punto di vista eserciteremo un'opposizione intransigente alle numerose deleghe richieste dal Governo e, se passeranno, ne proporremo per parte nostra altrettante, alternative e più urgenti.

Tra le misure proposte, le più significative riguardano:

a) la riduzione e la conversione delle spese militari. Attraverso questi emendamenti intendiamo porre, in particolare, una questione alla quale riteniamo non possano sottrarsi anche coloro che non condividono le nostre posizioni antimilitariste: la compatibilità, con la attuale gravissima crisi del paese e con l'economia del sistema produttivo, della scelta di riarmo decisa da questo Governo, attraverso il ministro socialista della difesa Lelio Lagorio in base alla quale risultano già ipotecati per nuovi sistemi di armamenti oltre 70 mila miliardi in lire 1986;

b) la conversione delle spese per la cooperazione e lo sviluppo in spese per l'autosufficienza alimentare; gli investimenti necessari per la lotta contro lo sterminio per fame.

La mancanza di trasparenza e di chiarezza sull'utilizzazione dei fondi per la cooperazione e lo sviluppo, anche a causa dell'impostazione adottata per l'iscrizione degli stanziamenti nel bilancio, esige che il Governo chiarisca, assumendosene tutte le responsabilità, a quali indirizzi intende ispirare la propria politica. Intende uniformarla a quelli contenuti nella risoluzione presentata il 6 aprile 1982 da deputati di tutti i gruppi parlamentari e da esso stesso accolta? Ritiene forse che le scelte e le operazioni concretamente realizzate (ad esempio l'accordo con la Somalia che prevede, tra l'altro, la concessione di crediti per l'acquisto di armamenti) siano rispondenti ai contenuti di quella risoluzione?

Altrettanto dicasi del progetto di legge contro lo sterminio per fame presentato da 1300 sindaci ed ora sostenuto, dopo le vicende di questa estate, dai primi cittadini di oltre tremila comuni e, tra gli altri, da centinaia di vescovi, parroci e personalità religiose non solo di fede cattolica. La maggioranza, concorde il Governo, l'ha elaborata, come è noto, sino a ridurla ad una proposta alternativa rispetto al testo originario dei sindaci, ma con un rinvio sine die dell'esame in Aula ha consentito e consente, con la determinazione del Governo, di non finanziarla neppure in questa formulazione riduttiva e mistificatoria;

c) cassa integrazione. In luogo della delega prevista nel testo governativo proponiamo:

l'utilizzazione dei lavoratori posti in cassa integrazione straordinaria da parte dell'Amministrazione finanziaria per l'aggiornamento del catasto e da parte dei comuni per l'attuazione di progetti specifici, a termine, socialmente utili, facendo carico all'Amministrazione finanziaria e ai comuni della differenza tra trattamento di cassa integrazione e retribuzione contrattuale. L'utilizzazione dei lavoratori può avvenire entro un raggio di 50 chilometri dal comune di residenza. Nel caso in cui il cassaintegrato non accetti, il trattamento di cassa integrazione viene ridotto del 50 per cento;

per la cassa integrazione straordinaria, volendola davvero ridurre, occorre inoltre prendere sul serio (come garanzia che i sussidi siano effettivamente utilizzati per accrescere la produzione e la domanda) i piani di ristrutturazione che le imprese devono presentare per ottenerla. Proponiamo pertanto che ogni ritardo nella riassunzione rispetto ai piani presentati dalle imprese sia contabilizzato come un mutuo concesso dall'INPS, da restituire entro due anni con un saggio di interesse pari al tasso ufficiale di sconto;

per la cassa integrazione ordinaria: è consentita, in pratica, ogni volta che le imprese lo vogliano; essa si configura, pertanto, come un prestito bancario volto a finanziare il magazzino delle imprese. A differenza del prestito bancario, tuttavia, l'impresa, con la CIG ordinaria, non paga interessi e non deve restituire il capitale. In questo modo le imprese fanno ricadere sullo Stato la loro politica di stoccaggio: esse infatti mettono a magazzino - gratis - forza lavoro anzichè materie prime o prodotto. Pertanto per ridurre il costo della CIG ordinaria proponiamo che quando essa si configuri come un finanziamento pubblico alla riduzione dei magazzini, l'INPS possa trasformare il contributo all'impresa in un mutuo annuale ad un saggio pari al tasso ufficiale di sconto;

d) previdenza. La questione di fondo riguarda l'attuazione di una seria riforma pensionistica. In sede di legge finanziaria, oltre all'abolizione delle norme che colpiscono le pensioni più basse, proponiamo alcune misure perequative che aboliscono una serie di ingiustificati privilegi. Alcune di esse sono tratte dallo stesso progetto di legge di riforma delle pensioni che attende purtroppo, da mesi e mesi, di essere discusso dall'assemblea di questa Camera:

limite di retribuzione pensionabile: proponiamo l'estensione a tutte le forme di previdenza del limite vigente per il Fondo pensioni lavoratori dipendenti. Si sterilizza, ai fini pensionistici, la parte che eccede tali limiti. I diritti acquisiti sono fatti salvi, ma prevedendo un meccanismo di rallentamneto della perequazione fino all'annullamento delle differenze;

pensione di anzianità: proponiamo l'estensione delle norme dell'articolo 22 della legge n. 153 del 1969 alle altre categorie di lavoratori pubblici e privati con la conseguente incumulabilità della pensione con l'eventuale retribuzione (tale principio è valido oggi solo per il fondo pensioni lavoratori dipendenti) evitando così il pensionamento degli statali con soli 19 anni e sei mesi di servizio (per le donne coniugate cinque anni di meno); per tutti occorreranno almeno 35 anni di servizio per andare in pensione prima del raggiungimento del limite di età;

disciplina del trattamento minimo: proponiamo, con effetto immediato, che non ci sia l'integrazione al minimo per chi possiede un altro reddito superiore al doppio del trattamento minimo;

evasione contributiva: proponiamo una normativa che la combatta attraverso controlli incrociati INPS-INAIL-fisco.

Al di là della riforma del sistema previdenziale, riteniamo che molte questioni potrebbero essere affrontate, con effetti positivi, anche nell'ambito della legislazione vigente. Proponiamo pertanto che, in tale ambito, il ministro del lavoro provveda (e riferisca al Parlamento entro tre mesi) al riordino funzionale del sistema previdenziale per la piena attuazione delle norme esistenti in materia di evasioni contributive, di accertamenti della permanenza delle condizioni di invalidità pensionabile, di accertamento della sussistenza delle condizioni lavorative e reddituali per il diritto all'indennità di disoccupazione, alla pensione sociale e all'integrazione al trattamento minimo, al trattamento ordinario e speciale di integrazione salariale, nonché altra misura tesa all'eliminazione di sprechi di amministrazione, specie in materia di contenzioso e di dotazione dei mezzi strumentali per la gestione delle attività;

e) sanità. Attraverso una serie di deleghe alternative a quelle del testo governativo proponiamo:

il controllo delle unità sanitarie locali da parte della Corte dei Conti; occupate dalle burocrazie partitiche le USL sono divenute, per questa via, un momento particolarmente emblematico della degenerazione del ruolo dei partiti. Nei loro confronti occorrono efficaci e rigorose iniziative. La proposta si muove nella direzione di conferire alla Corte dei Conti almeno una parte di quella spesa pubblica, pari al 50 per cento circa del bilancio dello Stato, che viene trasferita a centri autonomi di spesa diversi dall'amministrazione centrale;

la qualificazione e il contenimento della spesa sanitaria per il personale a rapporto convenzionale mediante revisione dei massimali di scelta e degli onorari professionali determinati dagli accordi collettivi nazionali per la regolamentazione del rapporto convenzionale per la medicina generica e specialistica;

il contenimento e la qualificazione della spesa per le prestazioni di diagnostica strumentale e di laboratorio e per l'attività di ricovero e cura;

il contenimento della spesa farmaceutica mediante la revisione delle norme inerenti la produzione, la distribuzione, la vendita, il criterio di formazione dei prezzi dei farmaci e delle specialità farmaceutiche e della loro prescrivibilità;

f) in campo fiscale proponiamo innanzitutto l'immediata approvazione delle misure per l'introduzione dei registratori di Cassa, nonchè il finanziamento del disegno di legge presentato a suo tempo dal ministro delle finanze Reviglio e già approvato dall'altro ramo del Parlamento relativo alla riforma e alla ristrutturazione dell'Amministrazione finanziaria, non potendosi in materia procedere a colpi di decreti-legge.

Proponiamo altresì adeguati fianziamenti (almeno altri tremila miliardi da aggiungere ai duemila previsti) per la revisione delle aliquote IRPEF.

Non presenteremo invece altre misure per la politica alternativa che riteniamo necessaria al paese, come ad esempio un'ipotesi di imposta straordinaria sul patrimonio, perchè non riteniamo di suggerire misure che se adottate da questo Governo si iscriverebbero, come avverrà per la scala mobile proposta dai sindacati, in una politica complessiva fallimentare e controproducente. Si può ricorrere al patrimonio del paese soltanto per risanare e ricostituire il patrimonio dello Stato, non per tappare i buchi del bilancio di questo regime;

g) in materia di tutela del patrimonio ecologico e di energie alternative proponiamo una serie di misure e il finanziamento di una serie di leggi. In campo energetico la non politica del Governo e dei partiti fa gravare sui cittadini un onere che diventa sempre più insostenibile: 32 mila miliardi nel 1981 di sole importazioni di combustibili, più di 400 mila miliardi nel decennio, calcolando anche gli investimenti per il Piano energetico nazionale.

L'opzione ecologica rischia di essere cancellata dalla crisi economica. L'ecologia torna ad essere considerata, come il protezionismo dei beni culturali e ambientali negli anni del boom edilizio, un lusso salottiero, un fattore aggravante della crisi. E questo mentre si fa sempre più scandaloso l'immobilismo sui problemi dell'ambiente e delle risorse, con la disapplicazione permanente della legge Merli sulle acque, il dissesto idrogeologico, la distruzione del paesaggio e dei beni culturali soprattutto nel Mezzogiorno, l'inquinamento, la penuria di acqua. La recessione e la crisi agiscono da alibi per compromettere in misura irreversibile, per i prossimi decenni, la qualità della vita. Attraverso i nostri emendamenti intendiamo sollevare questa questione centrale per lo sviluppo e le sorti del nostro paese.

Mentre la politica di questo Governo e di questa maggioranza porteranno, inevitabilmente, ad un aggravamento del deficit pubblico senza che neppure uno dei problemi del paese sia stato avviato a soluzione, le proposte da noi avanzate si muovono, con rigore, nella direzione di una politica: che recuperi alla "destinazione vita e qualità della vita" le immense risorse indirizzate alla "destinazione morte" da pervicaci scelte che privilegiano il riarmo e con esso promuovono le fortune dell'industria bellica che si avvia ad assolvere le funzioni di volano del sistema produttivo; che richiami alla produttività gli sprechi e la spoliazione delle risorse; che assuma nel concreto precisi impegni di equità e di giustizia sociale in ordine al prelievo fiscale.

Per la mistificazione con cui viene attuata questa pretesa "sessione di bilancio", per le modalità con cui si sono svolti l'"esame" e le "votazioni" degli emendamenti in Commissione; per le procedure di contingentamento dei tempi che si vogliono imporre in violazione del Regolamento, per l'arrogante incapacità del Governo e della maggioranza di risolvere le proprie contraddizioni interne e per la conseguente decisione di presentare i propri emendamenti solo in Aula, per le gravissime carenze e la manipolazione dell'informazione del servizio pubblico radiotelevisivo, la discussione sul bilancio dello Stato e sulla legge finanziaria si preannuncia come un inganno e una truffa ai danni del paese.

A questa truffa e a questo inganno non intendiamo prestarci in alcun modo e in alcuna forma. Esigiamo un vero dibattito e un vero confronto parlamentare. Lo esige il paese e la gravità della sirtuazione politica ed economica.

Dobbiamo infine ribadire, con forza, la richiesta che abbiamo avanzato sin dal luglio scorso: il consumarsi violento della crisi di regime non può essere confinato all'interno del "palazzo". Il paese deve essere investito con nuove elezioni e deve essere chiamato a scegliere su proposte alternative che riguardino le opzioni istituzionali, economiche ed internazionali.

Ma perchè il ricorso alle urne abbia questo respiro occorre nella congiuntura elettorale la garanzia di un presidio saldissimo della Costituzione da parte di chi dalla Costituzione è indicato come proprio garante: ed è indispensabile che assolvano con onestà ai loro compiti gli strumenti di informazione, alla lealtà dei quali è affidata la partecipazione popolare alla vita democratica, alla complicità o all'ignavia dei quali ricorre, come primo atto, ogni disegno di regime.

CALDERISI, Relatore di minoranza

 
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