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Roccella Franco - 20 gennaio 1983
Il regime inciampa nell'Eni
di Franco Roccella

SOMMARIO: La partitocrazia, vera protagonista della vicenda ENI, vizio assurdo della società dei partiti, lungo un'itinerario suicida. La memoria storica: il 1924. Scheletri nell'armadio dell'Ente; l'avidità dei socialisti; il "realismo" del Presidente del Consiglio; l'assenza del Pci. La lunga cronaca di uno scandalo di regime.

(NOTIZIE RADICALI n. 3, 20 gennaio 1983)

Il grande, reale protagonista di questa brutta vicenda dell'ENI è la partitocrazia, questo "vizio assurdo" che "accompagna dalla mattina alla sera" la nostra società dei partiti e ne segna l'itinerario suicida.

Può accadere che il limite di esasperazione al quale questo scandalo ha spinto la coscienza del Paese provochi un travaglio di rigenerazione; ma può accadere che l'ondata di sdegno si infranga contro lo scoglio della realtà riconfermandone la solidità!

La memoria storica è tentata dai ricordi del '24, dalla rivolta che di fronte al delitto Matteotti accese allora l'antifascismo, subito dopo sgominato dalla rivendicazione di responsabilità di Benito Mussolini, impudente ma forte contro le residue sensibilità di coscienze profondamente commosse ma irrimediabilmente fiaccate da una storia di complicità, di insipienze "realistiche" e di sciatte viltà. Può essere che, come allora (il riferimento si limita a questo), l'insorgenza di sdegno e di denuncia non tanto investa nei più la forza alternativa della coscienza morale e politica quanto si risolva nella mediocre e omogenea accortezza di cogliere un'opportunità: fermo restando il quadro "unanimistico" di regime, all'interno del quale questo falò si esaurisce nella malizia competitiva o nella contraddizione compensativa.

In ogni caso è vero che quanto è accaduto e accade in questa circostanza ha il segno del basso impero, ed è solo un campione vistoso di ciò che comunemente accade nel governo del paese.

Cos'è allora che ha reso così riconoscibile e dirompente, questo "casi" ENI! L'inquietante avvertimento dei molti scheletri custoditi negli armadi dell'ente; l'arroganza e a grossolana avidità dei socialisti, persi e perdenti dietro il miraggio di un improbabile primato di potere all'interno del quadro di regime; il "realismo" del Presidente del Consiglio che si è fatto mediatore e garante della contrattazione e della sua praticabilità tutelando la pretesa di potere dei socialisti: e lo ha fatto con atti espliciti di governo. Fanfani ha assunto come categorica e indiscutibile la "ragione" di Craxi e De Michelis, ha rigettato pregiudizialmente le "riserve" di autonomia e di onestà del neo-presidente dell'ENI Colombo, ha fatto valere in termini di legittimità, sullo stato di diritto e sul buon governo, il diritto di lottizzazione.

Era d'obbligo, di fronte alla sua "assunzione di responsabilità", una proposta di sfiducia dell'opposizione. Ma, a termini di regolamento, occorrono 63 firme di deputati per presentare una mozione di sfiducia alla Camera; e i radicali non ce l'hanno. Li hanno i comunisti.

Ma cos'è questo scandalo ENI? E' quello che denuncia la sua cronaca, con una straordinaria evidenza e capacità di rivelazione dei fatti ai quali conviene affidarsi.

La storia è lunga, il suo ultimo capitolo comincia nel febbraio dello scorso anno. Nella lotta furibonda di palazzo per scalzare Grandi dalla presidenza dell'ENI (fra gli antagonisti c'è in primo piano Di Donna, fiduciario di via del Corso) sfugge e arriva sulle pagine dei giornali una notizia: la Tradinvest, consociata estera dell'ENI, ha concesso 15 mesi prima al Banco Ambrosiano Andino di Calvi, con sede a Lima, un prestito di 50 milioni di dollari con scadenza quinquennale. Il paradosso è evidente: 1) l'ENI è indebitato sino al collo; 2) non è un istituto di credito ma si occupa di petrolio, di energia, di chimica; 3) la scadenza quinquennale non si concilia con un temporaneo impiego di eccessiva, momentanea liquidità; 4) Calvi è un banchiere ampiamente e scopertamente sospettato ed è esposto all'attenzione ispettiva della Banca d'Italia; 5) è già noto che a ridosso delle sue banche operano le mediazioni e la regia di Gelli e della P2. Ce n'è d'avanzo per sollecitare lo scandalo.

Lo scandalo esplode e il Governo lo tampona. Il ministro socialista delle partecipazioni statali, De Michelis, assicura che l'operazione è perfettamente regolare; e per di più ha fruttato 7 miliardi di lire. Ma all'ENI si insedia Gandolfi in vesto di Commissario straordinario; la Giunta esecutiva è dimessa; Grandi va via. E parla.

Si viene così a sapere che Giunta e Presidente, dei quali è di rigore l'autorizzazione preventiva per manovre di questa natura, sono stati tenuti all'oscuro del prestito ed hanno quindi aperto una inchiesta alla quale si affianca un procedimento inquirente della Magistratura.

Dai primi accertamenti di queste indagini, agli inizi dell'estate '82 viene fuori che il prestito di cui si è saputo è solo l'ultimo di una serie e che i 50 milioni di dollari sono parte di una somma complessiva che ammonta ad oltre 200 miliardi di lire, prestati tutti a scadenza quinquennale, in gran parte irrimediabilmente persi nella bancarotta di Calvi ormai consacrata dagli eventi. E persi sono andati ovviamente quei 7 miliardi di "profitto" resi dall'operazione che il ministro ha appena dichiarato chiusa in attivo con una incauta, imprudenza bugia.

"Non mi risulta - dice Grandi - che il governo abbia mai concluso precise indagini ufficiali in proposito. Del tutto comunque - precisa - ho tenuto informato il Ministro delle Partecipazioni Statali, al quale ho inviato le relative documentazioni".

"Domanda inevitabile: chi ha dato tanto potere occulto e a chi, per condurre operazioni del genere, non episodiche e casuali, senza l'autorizzazione della Giunta e al riparo dal rigoroso meccanismo dei controlli interni?"

Qualcuno ci lascia le penne. Non è possibile fare altrimenti. E' Fiorio Fiorini, direttore finanziario dell'ENI, creatura, braccio destro e successero di Di Donna che aveva lasciato la direzione delle finanze per assumere la vice presidenza dell'ente. E da lì ha sempre tutelato Fiorini assicurando la continuità della sua "politica" e ha brigato per scalzare il presidente e prenderne il posto, appoggiato in tutto e senza riserve dai socialisti di via del Corso e del Governo.

Ma le penne ce l'ha lasciate anche Grandi. Perché, se è estraneo al traffico con Calvi ed è stato lui a ordinare l'inchiesta? Appunto per questo. Ad autorizzare l'ipotesi è lo stesso Grandi. Rispondendo con una lettera al giornalista Gaffino, l'ex presidente scrive testualmente; "se Gaffino vuol dire che io sia stato allontanato perché avevo promosso un'inchiesta sul delicato caso, avrà evidentemente le sue motivate ragioni, sulle quali non faccio commenti".

Il ministro tace e tacerà a lungo. E' solo il 5 ottobre che parla alla Camera per l'interposta voce del sottosegretario Ferrari. Notifica finalmente l'elenco dei prestiti: sono otto, datati 26 luglio, 9 agosto, 11 agosto e 30 ottobre 1978, 11 giugno e ancora 11 giugno 1979, 8 dicembre 1980; e sono rispettivamente di 45 milioni e di 15 milioni di dollari erogati dalla Tradinvest al Banco Ambrosiano di Lussemburgo, di 20 milioni di dollari e di 100 milioni di franchi svizzeri erogati dalla Hydrocarbons sempre a Banco Ambrosiano di Lussemburgo, di 6 miliardi e 500 mila dollari erogati dalla Tradinvest al Banco Ambrosiano Andino di Lima, di 6 miliardi e di 25 milioni di dollari erogati ancora dalla Tradinvest al Banco Ambrosiano Andino. Comunica anche, il ministro, di avere avviato una "istruttoria" sin dal giugno al fine di appurare, presso l'ENI, "se le attività in questione fossero coerenti con i fini istituzionali o strumentali o comunque connessi con attività operative dell'ENI" e se "gli organi amministrat

ivi dell'ENI, quelli di controllo e le varie direzioni centrali dell'ENI avessero autorizzato e comunque avessero acquisito notizia e conoscenza delle operazioni di finanziamento sopra scritte". L'ENI - dice il ministro - ha risposto, ma dopo la risposta dell'ENI ha sentito il bisogno di inviare il 2 ottobre 1982 ulteriori disposizioni per appurare "se le attività in questione siano coerenti ai fini istituzionali o strumentali o comunque...". Quattro mesi di "istruttoria" per rimettere gli stessi, identici quesiti all'ente sottoposto alla sua vigilanza. Sono passati da quell'ottobre altri quattro mesi e il ministro, venuto il 29 gennaio '83 in Commissione bilancio, a quei quesiti non ha dato ancora alcuna risposta, nonostante la documentazione trasmessagli da Grandi, nonostante nell'ottobre scorso abbia concluso il suo mandato ispettivo il Commissario straordinario Gandolfi, che almeno a questa scadenza deve avergli fornito, e non è dubitabile che gli abbia fornito, documenti, giudizi, ipotesi attendibili in

ordine a tutta la vicenda.

Ha trovato però, il ministro, impegno risoluto e grinta durissima per sostenere la candidatura Di Donna alla Giunta esecutiva dell'ENI, malauguratamente scontratasi con l'opposizione del nuovo presidente.

Siamo all'ultimo episodio del capitolo, intitolato al neo-presidente Colombo, che certamente consuma le sue notti meditando sulla frase che, tra paternalismo, cinismo e "avvertimento", gli ha rivolto qualche giorno fa il Presidente del Consiglio: "ma chi glie lo ha fatto fare di lasciare l'ENEA".

Quando con lo scadere del mandato commissariale si apre la successione alla presidenza dell'ENI, il PSI, poiché al PSI tocca quel posto in forza del nuovo diritto di lottizzazione, non pensa a Colombo. Il candidato di De Michelis è Pandolfi; ma Formica non vuole un uomo di De Michelis. E' così che Craxi propone Lombardini; ma De Michelis non vuole un uomo di Craxi. Ed è così che spunta Colombo, gradito a De Michelis e gradito anche al dubbioso Martelli presso il quale qualcuno lo accredita come uomo legato al milanese Club Turati. Ed è una candidatura appropriata, non in omaggio alla competenza e serietà indiscusse dell'uomo, ma in quanto serietà e competenza consentono a via del Corso di sostenere il confronto con Piazza del Gesù, che per l'IRI ha fatto "il colpo" di Prodi.

Il resto della vicenda è noto ed è recente. Colombo accetta, è vero, che nella Giunta di successiva nomina entri Di Donna (PSI) accanto a Necci (PRI) e a Dell'Orto (DC) in uno schema di ben equilibrata lottizzazione. Ma poi ci ripensa. Perché? Insediatosi alla presidenza si accorge che "da tutto il complesso sviluppo della gestione finanziaria del gruppo, di cui Di Donna era stato magna pars, emergevano metodi e mentalità in assoluto contrasto con i criteri di lineare limpidezza che intendevo instaurare". E mette il veto sulla nomina di Di Donna. Si illude che quei criteri di buon governo abbiano udienza presso Craxi, De Michelis e Fanfani; ma Craxi gli ingiunge di occuparsi di alta strategia dell'ENI e di non disturbare Di Donna, De Michelis gli notifica che la presenza di Di Donna in Giunta è conditio sine qua non e che ogni decisione in merito è "di competenza" socialista e non di chicchessia e meno che mai di un presidente-psi dell'ente, Fanfani lo invita al rammarico di aver lasciato l'ENEA. Di criteri

buoni, apprende lo stupefatto Colombo, ce n'è uno solo: l'ENI è "cosanostra" del PSI.

I giorni del neo-presidente diventano amarissimi e amarissima è la scelta che deve compiere: ha posto il dilemma "o lui o Di Donna"? Bene, se ne vada lui e per giunta senza piantar grane; e se la cosa non va liscia se ne andranno lui e Di Donna che verrà opportunamente valorizzato; ma in nessun caso si può dare uno smacco al PSI e mettere in discussione la legge di "cosanostra", pena la guerra di Chicago che i socialisti minacciano rimettendo in discussione tutto il pacchetto di nomine spartite che Fanfani ha sul tavolo.

 
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