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Pannella Marco - 20 gennaio 1983
Su De Lubac, sul fascismo, sul partito
Qualche appunto e qualche divagazione...

di M. P.

SOMMARIO: Gli errori degli altri sono nostra debolezza, non nostra forza. La continuità tra fascismo e post-fascismo, la Costituzione violata per quarant'anni. Le speranze democratiche, cristiane e socialiste ancora utopia alle soglie del 2000. Il trionfo della scienza e del sapere e l'imbarbarimento schizofrenico della politica e dei sistemi culturali ed economici nel mondo. L'errore di Henri De Lubac - nuovo cardinale - nelle pagine de "Il dramma dell'umanismo ateo". La sacralizzazione di ogni forma di potere: il Leviatano. L'umiltà democratica appare follia o illusione; quello che i radicali hanno tentato di fare e spesso sono riusciti a compiere. Il Partito si confronta con gli orizzonti del mondo e interiori di ciascuno. La politica deve essere consapevole di limiti, tempi, luoghi e circostanze. L'obiettivo di "tre milioni di vivi subito" nel contesto dell'oggi.

(NOTIZIE RADICALI n. 3, 20 gennaio 1983)

Contemplare il disastro, compiacersi delle prove negative che l'intera classe dirigente fornisce senza eccezione alcuna, sognare quale Italia diversa vi sarebbe se fossimo stati ascoltati, rimemorare ragioni, moniti, proposte puntuali che avanzammo, o anche solamente confrontarci, paragonarci per elevarci (com'è pur facile, ahinoi!) tutto questo è tentante, ma - ancor più - dannoso.

E se tutto questo fosse vero, com'è in gran parte vero, non v'è che da trarne maggior senso dell'urgenza del nostro riuscire, avvertire quanto misero sarebbe l'aver avuto una inutile intelligenza del possibile, del necessario. Ci soccorre il nostro metodo, la nostra regola: siamo uniti per raggiungere alcuni obiettivi precisi, quale che sia l'itinerario che ha portato ciascuno di no ad incontrarsi con gli altri, quale che sia quello - più lontano - dove andremo o saremo portati, ciascuno di noi.

Non illudiamoci: gli errori degli altri sono nostra debolezza, non nostra forza. L'infima, perdente qualità della politica dei nostri avversari "ipoteca - non sorregge -" la nostra. Questo oggi si conferma ad esempio per il centenario della nascita di Benito Mussolini, nel quasi spaventato incorrere per il regime di un bilancio storico non più mistificato da strumentali passioni: il bilancio del fascismo e del post-fascismo e bilancio d'un'unica epoca, scandita dalla rottura di continuità della Liberazione, dell'immaginazione della Costituzione antifascista - subito tradita e violata, e per quarantanni.

La lunga speranza politica democratica, socialista, cristiana, liberale avrà così drammaticamente attraversato - sotterranea o affissa come velleitaria bandiera - l'intero secolo per giungere stremata ma ancora marcata dalle stigmate dell'utopia agli albori del duemila. Il disordine stabilito - a livello internazionale e nazionale - è oggi tale, così barbaro e così spaventoso per chi abbia conquistato un minimo di rispetto e di coscienza per la civiltà giuridica ed umanistica, da imporre il dubbio che fascismo e nazismo non siano stati abbattuti come regimi che per meglio affermarne valori e cultura per l'intero pianeta.

Aver paura di constatare la forza immensa, determinante del cupo ed esaltante fascismo, il dominio culturale da esso esercitato sulla classe dirigente dello Stato post-fascista, "repubblicano", con i suoi esisti necessari di morte e di violenza, di illibertà e di ingiustizia, significa esserne subalterni, irrimediabilmente, tanto quanto lo sono i suoi più diretti, grotteschi discendenti ed epigoni.

Questo ventesimo secolo sarà stato da un lato quello del trionfo della scienza e del sapere, e dall'altro quello dello schizofrenico imbarbarirsi della politica e dei sistemi culturali e economici nel mondo.

Henri de Lubac (nominato cardinale con felicissima decisione del Papa, nelle settimane scorse) tradusse in errore l'intuizione che rendeva suggestive, gravi, profetiche le pagine del suo: "Le drame de l'humanisme atée", per noi che lo leggemmo nell'immediato dopo guerra. Poiché se oggi appare chiaro che questo è il secolo di una tragedia infinita mentre avrebbe potuto essere quello della ricchezza infinita nel mondo, lo è non già per il distaccarsi dell'umanesimo dalla religiosità (mentre ogni vero umanesimo ha costituito e costituisce i momenti più alti della religiosità umana), ma per il trionfo di una cultura, quindi di una classe dirigente, nel mondo, profondamente "una" pur nelle sue contraddizioni: "una" per la sacralizzazione di ogni forma di potere, di Leviatano, sia esso di Stato ("etico"!) Partito, Esercito, Chiesa, per l'impero delle ideologie che tutte, convergenti, sacrificavano e sacrificano la persona e la società stessa a "progetti" di società, di rivoluzione, di restaurazione... La laica e c

ristiana legge del rispetto insopprimibile (della "sacralità") della coscienza e della vita della persona, dei suoi diritti fondamentali, umani, civili, è stata e viene tuttora spazzata via dalla lunga, persistente, bufera dell'irrazionalismo e dei vari romanticismo che hanno battuto i sostenitori dell'ordine fondato sulla libertà, sulla tolleranza, sul dialogo, in una parola della democrazia politica, o dello Stato di diritto, o della nonviolenza pacifica, umanistica e umanitaria.

Fascismo, Nazismi, Comunismi "reali", sistemi di poteri e di potere multinazionali basati sull'adorazione delle leggi della giungla che hanno minato e fatto impazzire gli Stati pur fondati su presupposti e leggi di massima civiltà, sono oggi nello stesso tempo dominanti e in rovina. Se commensuriamo le possibilità delle persone e del loro organizzarsi politico, della gente di buona volontà che ha la forza della ragionevolezza, della fiducia nella ragione, della speranza, a Varsavia ma anche a Roma, a Mosca ma anche a Washington, l'umiltà democratica appare certo follia, o comunque illusione.

Eppure, nei momenti bui delle singole esistenze o della storia, altro non credo che ci sia dato, altra possibile forza, che l'interrogare profondamente le proprie coscienze, che il ricercare quale sia la saggezza in una determinata situazione, e vivere nella moralità e nella responsabilità dello scegliere e del fare, nel rispetto delle regole di vita e di comportamento che ci si è dati. Personalmente non meno che politicamente. E' quanto da radicali abbiamo tentato di fare, e non di rado siamo riusciti a compiere.

Siamo giunti, uniti per questa strada, a confrontarci anche come Partito con l'essenza stessa dei problemi del nostro mondo, e dei suoi orizzonti più vasti; i più interiori per ciascuno. La politica della vita e della qualità della vita, come politica del diritto e dei diritti umani e civili, e oggi così divenuta esplicitamente la nostra stessa ragion d'essere. E non v'è politica, che non sia del possibile, e del necessario, a meritare questo nome se non è armata di consapevolezza dei suoi limiti, dei tempi, dei luoghi, delle circostanze. Non v'è politica che non si traduca in leggi, e nella consapevolezza di dover operare nell'oggi e per l'oggi, innanzitutto, ma - anche - di prefigurare o almeno fortemente condizionare anche il futuro. Non v'è politica che non sia fortemente consapevole che è dalla cruna d'ago dei giorni, delle opere che sono a loro dimensione, che debbono prendere corpo anche le più ambiziose speranze storiche. Ma occorre anche ben comprendere che v'è un tempo per ogni cosa, che lo stesso

obiettivo realizzato in un altro contesto è altro, che lo stesso "bene" di ieri, diviene spesso il "peggio", o il "male" per l'oggi.

I tre milioni almeno di vivi fra coloro che "oggi" sono già condannati a morte per fame e miseria dalla politica di oggi, "nella realtà di oggi" costituirebbero sicuramente "anche" un possente annuncio di vita e di pace ovunque, nel mondo, per tutti. In un altro contesto, non lontano, potrebbe divenire l'ultima, grande, buona azione in un mondo comunque destinato alla rovina. E non tanto diverso quanto può apparire il successo della lotta politica istituzionale e nonviolenta per strappare alla politica di sperpero, di riarmo, di corruzione un minimo meno angosciante e indegno per le pensioni sociali, "oggi", nelle prossime settimane, o invece fra anni.

Sono obiettivi possibili. Se il Partito, se i pazzi di ragionevolezza, di democrazia, di umiltà e anche di amore cresceranno in questi giorni, questi obiettivi diverranno probabili in queste settimane.

Non vale "la pena" di provare, di provarci? Quanto costi non farlo, ciascuno sa. Cosa mai possa "costare", invece, il farlo, davvero non si capirebbe. Anche per questo abbiamo - e tentiamo d'essere - speranza.

 
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