Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
dom 14 apr. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
L'Unita' - 1 aprile 1983
(14) ESISTE ANCORA IL REATO DI DIFFAMAZIONE?: Appendice
Articolo da l'Unità dell'11 gennaio 1981

Articolo da l'Unità del 14 gennaio 1981

Articolo da l'Unità del 16 gennaio 1981

SOMMARIO: Il volume edito dal "Centro Calamandrei" raccoglie gli atti di un processo per diffamazione relativo al "caso D'Urso". Nel corso del rapimento da parte delle Brigate Rosse del magistrato Giovanni D'Urso, due quotidiani accusarono il leader radicale Marco Pannella di aver portato in televisione la figlia del rapito Lorena e di averla costretta a leggere un comunicato delle BR in cui si definiva il giudice "boia".

Le querele che ne seguirono e l'intero processo, al termine del quale i due giornali furono assolti, illuminano come viene considerato oggi il reato di diffamazione ed offrono lo spunto per una riflessione aggiornata sul rapporto fra cittadini e mezzi di comunicazione di massa.

Nel volume, oltre alle querele, agli interrogatori di Marco Pannella e Lorena D'Urso, all'arringa dell'avv. Luca Boneschi e alla sentenza, sono riportati quattro pareri "pro-veritate" che il Centro Calamandrei ha chiesto ad altrettanti insigni studiosi della materia: Giorgio Gregori, Ferrando Mantovani, Enzo Musco e Pietro Nuvolone.

La loro aspra critica della sentenza e dei suoi principi ispiratori fanno sperare che sia ancora possibile, in una società dominata dai mass-media, tutelare l'onore e la reputazione dei singoli e degli enti in cui si esplica la loro personalità.

("ESISTE ANCORA IL REATO DI DIFFAMAZIONE?" - Analisi di un clamoroso caso giudiziario - Centro di iniziativa Giuridica Piero Calamandrei - Edizioni di Informazione e Diritto, Roma)

Indice

Angiolo Bandinelli: Democrazia e persona (testo n. 3941)

Premessa (testo n.3942)

IL PROCESSO

L'articolo di Paese Sera del 13 gennaio 1981 (testo n. 3943)

L'articolo de L'Unità del 13 gennaio 1981 (testo n. 3944)

Le querele (testo n. 3945)

L'interrogatorio di Marco Pannella (testo n. 3946)

La testimonianza di Lorena D'Urso (testo n. 3947)

L'arringa di Luca Boneschi (testo n. 3948)

La sentenza (testo n. 3949)

I PARERI PRO VERITATE

Giorgio Gregori (testo n. 3950)

Ferrando Mantovani (testo n. 3951)

Enzo Musco (testo n. 3952)

Pietro Nuvolone (testo n. 3953)

APPENDICE (testo n. 3954)

Articolo da l'Unità dell'11 gennaio 1981

Articolo da l'Unità del 14 gennaio 1981

Articolo da l'Unità del 16 gennaio 1981

---------------------------------------

APPENDICE

Per salvare la vita di tutti

(L'UNITA', 11 gennaio 1981)

Continua, anzi si inasprisce il barbaro ricatto delle Br. E' una tragica riprova: più si dà segno di cedimento, più gli aguzzini alzano il prezzo. Adesso la vita del giudice D'Urso è davvero appesa a un filo. Non sarebbe stato così se dinanzi ai terroristi fosse stata eretta la barriera dura di una reale unità e lealtà delle forze democratiche, delle istituzioni, del governo e dei suoi strumenti di difesa; se attorno al terrorismo fosse stato fatto il vuoto politico e morale, se si fosse messo a frutto il vantaggio che a prezzo di tanti sforzi e anche di tanto sangue, lo Stato aveva acquisito sul campo contro il partito armato dandogli colpi tali da scompaginarlo e metterlo con le spalle al muro. In queste condizioni (e se queste condizioni non fossero state alterate) le Br sarebbero state costrette a cedere. Se non lo avessero fatto, ciò che restava di loro si sarebbe lacerato.

Adesso, davvero non sappiamo come finirà la vicenda personale del prigioniero. Tutti lo vogliamo salvo perché non è certo attorno all'esigenza della sua salvezza che si e determinato un contrasto. Il contrasto molto serio, addirittura drammatico, è su altro: è - se vogliamo parlare in termini umanitari - su come difendere la vita di tutti, compresa la vita dei giornalisti, già messa in pericolo, perché il cedimento di alcuni espone gli altri alle rappresaglie. Ed è - se vogliamo parlare in termini politici - su come impedire lo sfascio della Repubblica.

Molti fatti (ultimo il modo vergognoso con cui il partito radicale ha annunciato di avere onorato i suoi impegni con le Br) ci inducono a pensare che questa non è la semplice storia di un cedimento di singoli, di un tentativo di compromesso con gli eversori, ma la storia di una complessa e cinica operazione politica.

La partita, questa volta, a differenza del 1978, è stata giuocata sul terreno del riconoscimento aperto, dichiarato, del partito armato e della sua altrettanto aperta entrata in giuoco come forza convergente con altre forze politiche (fra Br e Pr - è stato detto da un dirigente radicale - il dissenso è soprattutto di metodo) nel comune antagonismo al »regime , cioè all'ordine repubblicano. Questo e il fatto nuovo. Un fatto enorme perché non si tratta, questa volta, della »solita pagliacciata radicale. L'iniziativa radicale, questa volta non è avvenuta nell'isolamento, nella ripulsa da parte della totalità dello schieramento democratico e delle forze di governo. E' avvenuta in presenza di incoraggiamenti e coperture non tanto mimetizzate, di atti fiancheggiatori e di invereconde ipocrisie da parte di forze che, trovandosi dentro la cittadella del potere e del governo, avevano l'obbligo non solo di dissociarsi ma di combattere a viso aperto l'azione dirompente degli amici dell'eversione. Per il tramite di que

ste forze, lo stesso governo è stato coinvolto nel patteggiamento, nella legittimazione dei nemici della Repubblica con l'alibi meschino della propria sopravvivenza.

Si è, dunque, verificato un mutamento della situazione politica, ormai non più segnata da un'inefficienza o da scarsa omogeneità e operatività della guida politica, ma da una sua dimissione, dal profilarsi di un vuoto di potere democratico. E' incredibile che in simili condizioni il presidente del Consiglio vada in cerca di pretesti per procrastinare un suo doveroso chiarimento dinanzi al paese e al parlamento; è ridicolo che il segretario della DC raffazzoni, con un giro di telefonate, quella che ha osato chiamare la »tenuta della maggioranza. Cosa dovrà dunque accadere perché si erga, anche fra le forze governative, il discrimine decisivo della lealtà e della responsabilità verso le sorti della Rerubblica?

Non a caso abbiamo parlato di complessa operazione politica. Ieri si è saputo che il giornalista dell'Espresso Scialoja conosceva il brigatista con cui ha patteggiato interviste e altro materiale delle Br. Lo ha indicato per nome, è il nome di un docente universitario, un insospettabile, molto addentro in ambienti politici. E ad avere questo rapporto con l'ambasciatore dei rapitori di D'Urso e degli assassini di Galvaligi non era un giornalista sprovveduto, dedito ad una esasperata e irresponsabi]e ricerca del successo professionale: era invece un personaggio che si era già fatto parte attiva dell'affare Moro, del rapporto e della trattativa fra esponenti socialisti ed »esperti di terrorismo. Non è giusto, e non è naturale, essere molto ma molto preoccupati e vigilanti?

-----

Un caso di black-out sull'informazione

(L'UNITA', 14 gennaio 1981)

Il partito radicale nasconde le notizie scomode per le BR

»Congelato per 5 giorni il documento col quale alcuni detenuti di Trani, quasi tutti aderenti all'Autonomia, si dissociavano dalla rivolta del supercarcere

I radicali, da oculati registi di un torbido gioco, stanno rapidamente dosando sentimenti e notizie. Lunedì sera hanno indotto la figlia del giudice rapito ad umiliarsi insultando pubblicamente il padre, a farsi, spinta dal proprio dolore, strumento del ricatto dei terroristi. Ieri hanno diffuso un documento col quale un gruppo di detenuti di Trani - Negri, Ferrari Bravo, Nieri, Spanò, Vesce, Lucarelli, Lapponi, Falcone - si dissocia dalla rivolta del carcere e »dal progetto politico in cui essa si iscrive .

Fin qui nulla di strano. La notizia della dissociazione del gruppo aderente all'Autonomia, del resto, era già trapelata per altri canali. Ma si noti - e sono gli stessi radicali ad informarci - la data in cui il documento è stato consegnato loro: 8 gennaio, quasi una settimana fa. Perché dunque i radicali - che pure non hanno esitato a farsi megafono di ogni minaccia e di ogni ricatto - hanno così a lungo »congelato questo documento, pur avendo annunciato di esserne in possesso? La risposta dei quattro parlamentari interessati - Pinto, Spadaccia, Stanzani e Teodori - è palesemente una risposta: consegnandoci il documento - affermano in un loro comunicato - i firmatari hanno »"rimesso a noi la valutazione dei tempi e dei modi della pubblicazione" . Punto e basta, non una parola sul perché di questo singolare ritardo il cui significato, d'altronde, appare assai chiaro.

I radicali hanno »giocato il documento nel momento in cui, dopo i mandati di cattura emessi dalla magistratura, non potevano più tacerlo. E ciò dopo averlo tenuto a lungo nel cassetto nell'evidente convinzione che esso, rendendo pubbliche le divisioni tra i detenuti, risultasse controproducente nella squallida escalation di ricatti di cui i radicali si sono fatti »umanitarissimi portatori a nome dei »compagni assassini delle BR. In una parola: i radicali hanno applicato - essi sì - un vero e proprio black-out sulle notizie, hanno nascosto la verità cono lo stesso cinismo col quale hanno pubblicamente »esibito lo strazio e la tragedia della figlia di D'Urso.

Tacendo per ben cinque giorni sulle divisioni fra i detenuti di Trani i radicali hanno coscientemente favorito le Brigate Rosse. E' stata nascosta una notizia che, se resa nota per tempo, avrebbe indebolito del BR. Uno sporco gioco: non più solo megafoni dei terroristi ma costruttori di una falsa immagine di »forza e di »compattezza del gruppo terroristico. Un altro favore reso dai radicali ai »compagni assassini .

-----

Dopo il sollievo per la conclusione del sequestro, ora incalzano gli interrogativi sui drammatici retroscena

Radicali e Br

Le tappe di un »dialogo

(L'UNITA', 16 gennaio 1981)

Dalle lunghe visite nelle carceri di Trani e Palmi ai messaggi radiotelevisivi, sino alle pressioni sui giornali

L'improvviso viaggio di Pannella nel penitenziario calabrese

ROMA - "E' mercoledì sera. Dalle 13 e trenta circa ha inizio la lunga attesa della liberazione del magistrato annunciata dall'ultimo messaggio delle Br: »Vi restituiamo il boia D'Urso . Dagli schermi della TV radicale compare Marco Pannella che si lancia in un »ammonimento . Pressappoco due: »Attendiamo che venga liberato. Quando? Tra poco; dopo la mezzanotte e mezza", quando i giornali non non faranno più a tempo a dare la notizia: "oppure domattina? Comunque sia, sarà bene che a" nessuno "venga in mente di provocare complicazioni . In altre parole: il rilascio del magistrato non dovrebbe essere ostacolato da eventuali (e prevedibili) iniziative dei corpi dello Stato.

D'Urso paco dopo le sette del mattino di ieri, viene abbandonato dentro un'auto, a cento metri in linea d'aria dal ministero di Grazia e Giustizia dove c'è l'ufficio del giudice e in una zona dove si presume avrebbero dovuto essere organizzate misure di controllo. La »speranza di Pannella si è realizzata. Il leader radicale così commenta: è stato sconfitto il tentativo del »partito della fermezza che stava organizzando e tentando un vero golpe . C'è un punto di convergenza fra Br e radicali: la lotta non è fra democrazia e terrorismo ma contro un golpe in atto (tesi Pannella) o uno stato fascistizzato (tesi Br).

E', per ora, l'ultima fase di un »dialogo praticato, per di più consentito, che ha costituito l'asse della vera e propria torbida trattativa fra un partito rappresentato, in Parlamento e un gruppo di terroristi. Quando è iniziato, almeno pubblicamente? C'è una »svolta che, dopo h mossa di Natale di Craxi per l'immediata chiusura dell'Asinara, si compie nei primi giorni del nuovo anno. Da Trani Daniela Vaccher, la compagna di un autonomo detenuto in quel supercarcere, telefona a Pannella chiedendogli un intervento per verificare le condizioni dei reclusi dopo il" blitz "dei »Gruppi speciali che hanno domato la rivolta del 29 dicembre.

E' il 4 gennaio, son passati sei giorni. Pannella decide che debba subito partire la delegazione di parlamentari: cinque tra deputati e senatori si recano nella città pugliese il 6 gennaio e vi rimarranno, come è noto, per tre giorni. Prima della missione, però, lo Stesso Pannella senza che nessuno glielo avesse ancora chiesto, si dichiara disposto a diramare attraverso la radio radicale le eventuali richieste dei detenuti e a far pressione sugli organi di informazione perché facciano altrettanto. Il comunicato numero otto delle Br che hanno in mano il giudice è già arrivato: il rilascio di D'Urso - dicono - è demandato alle decisioni dei reclusi di Trani e del carcere di Palmi.

L'iniziativa dei radicali si fa frenetica: contattano i familiari del giudice e all'onorevole De Cataldo sarà la stessa moglie di Giovanni D'Urso, Franca a rivolgere l'invito di far presto »perché solo così si può ancora salvare la vita di mio marito .

Nel frattempo parte un'altra iniziativa: si muovono gli avvocati di Renato Curcio, Edoardo Di Giovanni e Giovanna Lombardi, che precedono i radicali a Palmi. Si muovono, infine, da più parti, alcuni magistrati: il giudice di sorveglianza del supercarcere calabrese, Giacomo Foti, si reca in visita al penitenziario contemporaneamente all'arrivo dei due legali; a Lamezia Terme si svolge un" summit "di magistrati calabresi; il ministro della Giustizia, il dc Sarti - come si legge sull'"Europeo - "allarga le braccia e dichiara: »Non posso certo interferire nei poteri autonomi della magistratura : a Trani, infine, il procuratore dello Repubblica, De Marinis, non pone ostacoli alla lunga permanenza della delegazione del Pr (Pannella, va ricordato è entrato nel carcere presentando il tesserino parlamentare pur non essendo più deputato) e ai ripetuti incontri tra questa e un gruppo di detenuti.

C'è un colpo di scena mentre si susseguono queste missioni. Renato Curcio da Palmi fa sapere attraverso l'avvocato Di Giovanni che »acconsente alla liberazione del magistrato: il »movimento dei proletari prigionieri , dice in sostanza Curcio, è soddisfatto di quanto è accaduto" dentro "le istituzioni statali (il riferimento è alla chiusura nell'Asinara).

Le dichiarazioni dell'avv. Di Giovanni provocano l'immediata reazione dei radicali. Pannella minaccia gli avvocati di Curcio (che lo quereleranno). Non è vero che i detenuti non pongono condizioni, è la tesi dei radicali. C'è un violento scambio di accuse.

Pannella, rimasto sino ad allora a Roma, viene raggiunto nella capitale a Montecitorio dall'on. De Cataldo che è stato chiamato per »consultazioni sull'andamento del »dialogo di Trani, e immediatamente dopo si precipita (è la sera dell'otto gennaio) a Palmi. Prima di partire telefona - rivela sempre l'"Europeo - "al senatore Spadaccia e lo rimprovera aspramente perché la delegazione radicale a Trani non ha ancora reso noto il documento dei detenuti in cui si pongono condizioni. »Il documento - grida - andava tirato fuori subito e aggiunge: »Vi siete fatti fregare da Curcio .

Pannella dunque va a Palmi. Le cronache narrano che nel corso di un colloquio con Curcio, il leader storico delle Br lo abbia trattato con freddezza dicendo di »non aver nulla da aggiungere . In quelle stesse ore colpo di scena a Trani. Alle sedici, nel corso di una conferenza stampa, i radicali distribuiscono le copie del documento sulla »battaglia nel supercarcere , che tuttavia ancora non contiene richieste. Solo dopo le venti (l'incontro di Pannella a Palmi è già finito) spunta fuori la famosa »dichiarazione integrativa dei detenuti. D'Urso può essere liberato ma a condizione che i maggiori organi di informazione pubblichino sia il documento di Trani sia quello di Palmi. E' il ricatto.

I radicali adesso ritornano a Roma. Pannella e altri esponenti del Pr rinnovano attacchi contro chi aveva »frainteso il documento di Curcio e compagni. Inizia adesso il ricatto contro i giornali perché pubblichino i proclami dei terroristi. Siamo entrati nell'ultima fase. Alcuni giornali, fra cui" l'Avanti, "stampano i documenti. Dalla radio radicale viene avviata una campagna - si fanno anche i nomi dei maggiori direttori di quotidiani - che tende a presentare i giornalisti che non cedono, non le Br, »come responsabili del temuto assassinio di D'Urso. Ultima infamia: i radicali inducono Lorena D'Urso ad apparire in TV e a chiamare boia il padre. La sollecitazione emotiva è sfruttata per criminalizzare la stampa e per completare i guasti degli oscuri patteggiamenti. Intanto il 13, dopo cinque giorni, i deputati radicali rendono finalmente noto un nuovo documento di Trani: quello redatto da quei detenuti che si dissociano dalla rivolta e dal sequestro. Una notizia celata per favorire le Br.

Ultimo atto: finalmente D'Urso viene liberato e Pannella rilascia le dichiarazioni che abbiamo riportato all'inizio. Ricordiamole: »E' stato sventato un golpe avviato dai sostenitori della linea della fermezza. Protagonisti? »I berlingueriani . Anche il linguaggio rimanda ai »compagni assassini .

Sergio Sergi

 
Argomenti correlati:
diffamazione
d'urso lorena
giustizia
paese sera
d'urso giovanni
denuncia
stampa questo documento invia questa pagina per mail