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Teodori Massimo - 25 giugno 1983
Il terremoto del 26 giugno
Una prima sintesi del voto

di Massimo Teodori

SOMMARIO: In queste pagine Massimo Teodori presenta una prima sommaria analisi di ciò che definisce "il movimento tellurico che ha investito il sistema partitico" nelle elezioni del 26 e 27 giugno. Vi è stata, infatti, un' accentuata mobilità di voto a cui si aggiunge la presenza, fra l'elettorato, di una componente qualitativamente rivoluzionaria composta dai nuovi astensionisti e dai voti dati ai partitini minori. In particolare, l'astensionismo ha compiuto un notevole balzo in avanti: al riguardo va sottolineato che le schede nulle hanno superato per la prima volta le bianche, il che vuol dire che c'è stata un'esplosione della manifestazione più forte del rifiuto del sistema partitico.

Il voto ai partiti che si possono definire sociologicamente di sinistra (in realtà la loro politica è per la stabilità centrista) si è mantenuto stabile il che significa che non si è verificato quella svolta a destra che era stata paventata.

L'analisi del voto radicale va fatta tenuto conto che non c'è stata campagna per il voto; va rilevato, comunque, sia il calo dei voti sia quello del loro carattere metropolitano, pur restando preponderante il contributo dei voti del Nord e del Centro.

(NOTIZIE RADICALI N. 32, 25 giugno 1983)

Nelle diverse analisi elettorali che sono state finora compiute, non è stata messa sufficientemente in risalto la profondità del movimento tellurico che ha investito il sistema partitico nelle elezioni del 26/27 giugno. Nelle note che seguono compiamo una prima sommaria valutazione riservandoci di approfondirla successivamente con strumenti più analitici ed articolati. Ci soffermeremo in particolare sul carattere di mobilità e di rifiuto del voto emerso dal complesso dei comportamenti elettorali e, quindi, su alcuni tratti emergenti del voto radicale. Resta necessario indagare ulteriormente, e con la disponibilità di maggiori dati analitici, proprio sul rapporto fra andamento del voto radicale, degli altri voti di protesta antipartitocratica e l'astensionismo nelle sue diverse componenti - astensione, voto bianco e voto nullo (vedi tabella 1).

Mobilità e spostamenti nel voto

Mai come in queste elezioni, v'è stata una "mobilità di voto così accentuata". Calcolando solo gli spostamenti del 1983 rispetto al 1979 si hanno i seguenti dati: spostamenti complessivi interni al la partitocrazia (DC, PCI, PSI, MSI, PRI, PSDI, PLI) 15,3%; spostamenti di voti per Rad. e DP, 2,0%; partitini di protesta antipartitocratica (PNP, PSDAz, Liga Veneta) 1,9%; aumento dell'astensionismo (comprese bianche e nulle) 4,2%: per un totale del 23,4% pari a circa 10 milioni di voti su un totale di 43.925.733 elettori. Insomma, all'incirca "1 elettore su 4 ha modificato il proprio comportamento elettorale" e, all'interno di tale modifica, emerge una componente qualitativamente rivoluzionaria rappresentata dai nuovi astensionisti, dai voti per i partitini minori e dagli stessi voti radicali e demoproletari senza considerare il notevole aumento dei voti al MSI. Questo terremoto è tanto più significativo se si considera che tradizionalmente gli spostamenti complessivi di voto si sono aggirati nelle elezioni pol

itiche precedenti intorno al 10-15% (nel 1979 complessivamente l'11,7%) in presenza di minime variazioni del voto astensionista che già nel 1979 aveva avuto una punta massima di incremento del 4% circa rispetto al 1976. Il dato cioè che vogliamo sottolineare è che il crollo democristiano (-5,4) e l'arretramento notevole del PCI (-2,0%) non sono che alcune componenti del vasto movimento redistributivo dei voti di cui, appunto, l'incremento di 1.507.637 di astensionisti (non votanti, schede nulle, bianche) è la componente qualitativamente e non solo quantitativamente più importante.

Astensionismo, voto bianco, schede nulle

Il balzo in avanti dell'astensionismo nelle sue diverse componenti non ha bisogno di particolari illustrazioni. La tabella 2 mostra gli incrementi percentuali dal 1979 al 1983 a seconda che il calcolo venga fatto sui voti validi o sul totale degli elettori. Nel primo caso i non votanti sono passati dal 10,8% al 13,1% (+2,3%) ed i voti non validi (bianche più nulle) sono passati dal 4,3% al 6,0% (+1,7%); nel secondo caso i non votanti aumentano del 1,6% ed i voti non validi dell'1,3%. Quale che sia il calcolo che si compie la sostanza rimane immutata: "la somma dei non votanti e dei voti non validi è passata da 5.532.046 a 7.039.683 con un incremento di 1.507.637 elettori che hanno scelto in più delle precedenti elezioni di rifiutare le elezioni ed il sistema dei partiti attraverso di esse proposto". Ma quel che ci pare assolutamente e radicalmente significativo non è tanto la cifra assoluta di coloro che hanno fatto obiezione ai partiti attraverso queste elezioni - oltre 7 milioni - quanto il fatto che l'inc

remento degli astensionisti si inserisce in un "trend" che per un ventennio è rimasto immobile e che già nel 1979 aveva subito un primo notevole balzo in avanti. Considerando i dati che aggregano (come di consueto è fatto dagli analisti elettorali) i non votanti (sugli elettori) ed i voti bianchi e nulli (sui votanti) si ottiene la seguente serie: 10,31% (1963), 10,85% (1968), 9,65% (1972), 9,34% (1976), 13,63% (1979) e 16,66% (1983). Si tratta di una serie che evidenzia, se pure ce ne fosse bisogno, che ad un normale e fisiologico 10% circa di elettori che rifiuta no il voto per una qualsiasi ragione di impedimento fisico o di scelta consapevole si è aggiunto un altro 7% circa con due successivi balzi del +4,3% dal 1976 al 1979, e del +3% dal 1979 al 1983. Il significato politico del l'astensionismo attivo costituito dal 5,6% (bianche e nulle) dei votanti assume del resto un'ulteriore connotazione qualitativa in quanto per la prima volta dal 1958 nella storia elettorale la percentuale delle nulle (3,30%) su

pera quella delle bianche (2,30%): si tratta cioè dell'esplosione della manifestazione più "forte" del rifiuto del sistema partitico (annullare la scheda magari con una scritta di "proposta") ben lontana da qualsiasi non-partecipazione passiva (vedi tabella 3). Non c'è dubbio che tutti i nuovi dati riferentesi all'astensionismo - incremento assoluto, balzo in avanti dopo un trend stazionario di trent'anni, esplosione delle schede nulle - acquistano ancora maggior rilievo se si considera che per la prima volta nelle elezioni del 26 giugno la lotta contro l'astensionismo è stata un tema, anzi "il" tema centrale della campagna elettorale che ha accomunato il fronte partitocratico, gli imprenditori, i sindacati, le autorità religiose, e via dicendo. E non c'è dubbio che la campagna radicale ha legittimato un comportamento attaccato e criminalizzato dalla generalità delle forze in campo. Osserva giustamente il politologo e neo-senatore PCI, Gianfranco Pasquino, a questo proposito: "Ovvio che si ratti di parte del

l'elettorato radicale del 1979 (quello astensionista), esplicitamente sollecitato a questa non scelta, ma ad esso si deve essere necessariamente aggiunta un'altra porzione di elettorato che, grazie ai radicali, si è sentita legittimata, culturalmente prima ancora che politicamente, a decidere in questo senso" ("Rinascita", 1 luglio 1983).

Il voto "a sinistra"

Se si considera la serie dei dati che aggregano tutti i voti ottenuti da partiti che comunemente si considerano "a sinistra" si evidenzia che ormai da 8/9 anni il voto "sociologico" per le forze che in teoria dovrebbero essere per il rinnovamento è pressoché stazionario. Nel 1972 questo schieramento raggiungeva il 40,2% (PCI 27,1%, PSI 9,6%, PSIUP 1,9%, altri 1,6%); nel 76 balzava al 46,6% (PCI 34,4%, PSI 9,6%, DP 1,5%, PR 1,1%); nel 79 si attestava sul 46% (PCI 30,4%, PSI 9,8%, PDUP 1,4%, DP 0,9%, PR 3,5%); e nelle ultime elezioni conseguiva il 45% (PCI 29,9%, PSI 11,4%, DP 1,5%, PR 2,2%). Ci si è riferiti a forze "sociologicamente" a sinistra in quanto non c'è dubbio che l'elettorato che vota comunista o socialista è mosso dalla speranza di cambiamento anche se poi i partiti sostenuti fanno una politica di stabilità centrista, come il PCI con il compromesso storico, o di surrogato conservatore come nel caso del più recente PSI. La tendenza complessiva dal 1976 e gli stessi risultati del 1983 stanno chiaram

ente ad indicare che non s'è verificata quella "svolta a destra" da tutti paventata e che quel potenziale che era stato conquistato alla sinistra con il grande spostamento determinato dal referendum del 1974 concretatosi con le elezioni regionali del 1975 e con le politiche del 1976) è ancora potenzialmente intatto in termini numerici, anche se è bruciato in termini politici. Appare così evidente che negli anni '80 non si tratta più di considerare, come abbiamo fatto nella seconda metà degli anni '70, la somma dei voti "sociologici" a sinistra ma di cambiare criterio di valutazione prendendo in esame i dati e le tendenze che riguardano i voti "partitocratici" comprensivi sotto ogni aspetto di quelli del PCI e del PSI. Infatti ad una stasi sostanziale del voto sociologico "a sinistra", quasi a significare un comportamento inerziale in presenza del contestuale crollo della Dc, corrisponde l'inizio di un "trend" assai pronunciato di espressioni di voto o di non-voto, antipartitocratico.

Il voto radicale

L'analisi dei risultati elettorali delle liste radicali non può esser fatta se non richiamando una volta di più il fatto che non c'è stata campagna "per il voto" e che quindi i suffragi delle liste della rosa nel pugno risultano più come un effetto residuale che non come l'esito di una richiesta attiva. Inoltre, qualsiasi valutazione del comportamento complessivo dell'area radicale o di quella sensibile agli orientamenti espressi dal Partito Radicale deve essere fatta in maniera sistemica analizzando in correlazione il voto alle liste radicali, le manifestazioni dell'astensionismo nelle sue diverse versioni, ed altri voti "eterodossi". Non vogliamo qui sostenere che tutto l'astensionismo sia riconducibile ed aggregabile sotto la cifra radicale, ma che i diversi fenomeni che esprimono opposizione alla partitocrazia con le rispettive tendenze devono essere considerati insieme per comprendere appieno il significato complessivo di queste elezioni del 1983. Con questa riserva possiamo tuttavia avanzare alcune oss

ervazioni generali e qualitative sulle caratteristiche del voto radicale in sé.

A) Il voto del 1983 (percentuale nazionale 2,194%) rappresenta il 63% del voto del 1979 (3,455%). Come risulta dal prospetto che segue la diminuzione è stata massima nelle regioni meridionali e in quelle regioni "di frontiera" (Friuli-Venezia G., Trentino A. A.) che avevano dato risultati estremamente positivi:

Lombardia 71,4%

Piemonte 76,1%

Veneto 70,2%

Liguria 64,3%

Friuli Venezia G. 62,8%

Trentino Alto A. 56,6%

Emilia R. 65,9%

Toscana 68,8%

Marche 68,8%

Umbria 69,3%

Lazio 68,2%

Abruzzo 65,2%

Molise 57%

Campania 52,8%

Puglia 49,5%

Basilicata 53,8%

Calabria 46,4%

Sicilia 43,6%

Sardegna 46,2%

B) Diminuisce il carattere "metropolitano" del voto radicale e la forbice fra alte e basse percentuali. Nel 1979 la dimensione del voto radicale era strettamente correlata con la dimensione della città, con una tendenza valida sia nel triangolo industriale, sia nelle zone rosse e che avevano ottenuto percentuali fra il 4,50% ed il 7% scendendo fra il 3% ed il 4%, mentre diminuiscono percentualmente e relativamente assai meno le città medie e piccole. Si osservi la tabella 4.

??... bianche che nell'Italia meridionale. Il voto dell'83 evidenzia un livellamento delle percentuali di voto: tutte le città metropolitane.

- le prime 5 città (Roma, Milano, Torino, Napoli, Genova) che rappresentavano nel 1979 il 27,2% del voto totale radicale, rappresentano nel 1983 il 25,1%; le II superiori ai 300.000 abitanti che nel 1979 rappresentavano il 34,9% del voto totale, nel 1983 rappresentano solo il 31,5% del totale;

- nella tendenza alla diminuzione del voto, minore è quella delle città "rosse" (Bologna 66%, Firenze 69%), media quella delle grandi città metropolitane (Roma 65,2%, Milano 59,5%, Torino 68,7%, Genova 62%), e massima la discesa delle città meridionali (Napoli 48,4%, Bari 42,8%, Catania 44,5%).

C) Anche per quel che riguarda il peso complessivo del voto radicale, rimane preponderante il contributo in voti assoluti e in percentuali del Nord e del Centro e si assottiglia ulteriormente il contributo del Sud e delle isole aumentando così la forbice. (Si osservi la tabella 5 delle percentuali del voto radicale per aree geografiche).

 
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