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Pannella Marco - 23 agosto 1983
Più forti di ieri, più vicini alla sconfitta?
La politica radicale, il partito, i suoi obiettivi

di Marco Pannella

SOMMARIO: Il mistero di un partito di poche migliaia di iscritti che lottano per obiettivi concreti. La gente per i cui bisogni lottiamo non vota per noi: gli agonizzanti per fame, gli emarginati della pensione sociale. Di noi hanno paura i potenti degli scandali Lockeed, della P2 e della P38, del commercio delle armi e della droga. Quanti fra noi non hanno ancora capito che la lotta contro lo sterminio per fame deve mutarsi in disegno politico di medio termine per poter dare i suoi frutti. Il Sathyagraha che dura dal 1979. L'impotenza della politica ufficiale, la crescita esponenziale della follia di morte. Kennedy; Mac Namara; De Gaulle e Mitterand; Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II; Tito o Nasser. La condanna dei colonnelli greci, il sostegno ai golpisti turchi. Il pacifismo irresponsabile: il Pci coinvolto senza remissione nei processi più deteriori e inguaribili del potere. Il monito di Pier Paolo Pasolini. Il tempo che passa è il tempo che ci manca. Essere noi stessi con rigore e con fantasia. Un decr

eto di vita può infiammare di vita e di pace non solo un paese ma grandi forze politiche e umane. La nostra credibilità e l'attesa che abbiamo creato. Rifiutiamo d'essere o martiri o eroi. Ricominciamo a fare e a farci ancora fiducia. Dove siamo passati è sempre fiorita speranza. Aiutateci, aiutatevi perché questo non sia l'epitaffio del partito della vita, ma quello del suo nemico, dentro ciascuno di noi e nel nostro tempo.

(NOTIZIE RADICALI n. 35, 23 agosto 1983)

(Il tempo lavora contro di noi. Non sono riusciti a piegarci: siamo in campo. Ma rischiamo di essere battuti dalla rassegnata abdicazione di tanti di voi, dalla nostra stessa assuefazione a sopravvivere, a superare i pericoli.

Non dobbiamo smettere il rigore e la fantasia della speranza nonviolenta. Ma senza centinaia o migliaia d'altri non ce la faremo. Aiutateci a ricominciare. Scriveteci, iscrivetevi, sottoscrivete, venite al nostro Congresso di Rimini.)

Il mistero di un partito di poco più di un migliaio di iscritti che, invece d'essere schiacciato, triplica in condizioni di estrema difficoltà i suoi militanti, e supera una prova elettorale dalla quale tutti attendevano e prevedevano la scomparsa con una affermazione politica unanimemente riconosciuta, suscita ormai rabbie, furori, determinazioni polemiche e anatemi espliciti.

Eppure siamo in campo per gente che non vota, non pesa, non conta: decine di milioni di agonizzanti lontani per fame, sete e miseria: o per gente che sono i paria della nostra società: vecchi isolati, privi di informazione, di speranza e di difesa, sepolti nelle pieghe di un paese dove le loro pensioni di fame sono a tal punto inadatte ad assicurare una qualsiasi forma ragionevole di sopravvivenza da consentire al potere di diffondere la convinzione che in realtà costoro non esistono, se non sulla carta. Nella vita, invece, sarebbero cumulisti di più redditi, truffatori.

Eppure di noi hanno paura i potenti della Lockheed e delle P2 e P38, dei clan Sindona e Gelli, delle multinazionali del crimine, del commercio delle armi e della droga. Per noi si continuano a stravolgere le più elementari regole parlamentari, dell'informazione di Stato e privata, della democrazia politica.

Nemici potenti, da decenni, si succedono: ma scompaiono loro, non noi che sembravamo dover essere facile preda della loro violenza.

La partitocrazia perde un poco della sua arroganza, se non la cecità provocata dalle sue legittime, obbligate paure. Comincia a comprendere, forse, che ha le ore contate non già per la nostra opposizione ma a causa di coloro che ha pensato di poter legare al proprio carro di corruzione e di ingiustizia.

I giornali - dopo anni che ne parliamo - cominciano a scrivere, metà spaventati metà complici, del "modello turco" accarezzato dagli Agnelli e dai De Benedetti: e non osano nemmeno fare una inchiesta, menzionare gli ambienti Nato e del complesso militare-industriale, della P3, dopo che gli uomini e i disegni della P2 mancarono di un soffio gli altari, per cadere nella polvere, con il caso D'Urso.

Eppure stiamo per essere battuti, non da costoro, ma dalla rassegnata abdicazione di alcune migliaia, o centinaia, di donne e di uomini che persistono a credere nella propria insignificanza, nell'impossibilità che da persone qualsiasi, come si ritengono e in un certo senso certamente sono, possano affermarsi o perdersi - qui ed oggi - le speranze di tutto il mondo, di una società intera, del tempo di generazioni.

Stiamo per essere battuti dalla assuefazione a sopravvivere, a superare pericoli che sembravano condanne già sul punto di essere eseguite, dall'illusione politicistica.

Quanti fra noi, e sono tanti, ad ogni livello di responsabilità e di militanza, continuano a far piani "elettorali", conversioni realistiche a tempi e modi in apparenza più ragionevoli e plausibili, a dirsi - ormai - che la lotta contro lo sterminio per fame nel mondo deve mutarsi in disegno politico di medio termine per poter dare i suoi frutti - e non più "drammatiche sconfitte" annuali -, che tengono per impossibile il proseguirsi, incerto e incomprensibile a volte a noi stessi, della nonviolenza di questo luogo, difficile, tormentato Satyagraha che dura dal 1979, si illudono.

Il tempo è impietoso, feroce alleato della logica delle cose che sta travolgendo - ingovernata e ingovernabile dalla politica ufficiale e tradizionale - questo ultimo scorcio di secolo con una crescita esponenziale nella follia di morte che lo ha già funestato in decenni vicini alla memoria di tutti.

Siamo più lontani e deboli, di fronte agli obiettivi di vita e di pace, di disarmo e di democrazia, di quanto non lo fossimo nel 1979 o nel 1980. La politica Nord-Sud non è più Kennedy o dagli stessi Mac Namara e Heath, dai Giovanni XXIII e perfino dai Paolo VI o dal primo Giovanni Paolo II, dagli eurocomunisti, per tacere dei Tito e dei Nasser di Bandung.

Gli stessi che condannarono senza incertezze i colonnelli Greci, sono oggi sostenitori e alleati dei golpisti turchi.

In Italia un "pacifismo" irresponsabile e subalterno accompagna e irrobustisce - come Pierpaolo Pasolini aveva previsto e ammonito per tutto il complesso dei diritti civili e umani se governato dagli intellettuali organici e progressisti di area PCI o partitocratica - l'inserimento del nostre paese e delle nostre strutture nel sistema militare - industriale del quale in passato non era che periferico tributario.

Il PCI è coinvolto senza remissione, in quanto classe dirigente, nei processi più deteriori e inguaribili del potere che s'era illuso di conquistare, o domare con un trasformismo senza approdi e senza confini.

Il tempo che passa è sempre più il tempo che ci manca.

Che fare, dunque?

Non vedo altro che essere più che mai noi stessi, non smettere il rigore e la fantasia della speranza. Resta in teoria possibile che l'obiettivo, mancato quando il rapporto di forza ideale, politico, culturale sembrava meno schiacciante per noi di quanto non sia oggi, possa nelle prossime settimane essere raggiunto. Il procedere della storia non è necessariamente regolato da scontate progressioni o da definitive regressioni. Persisto nel ritenere che la semplice emissione di un decreto di vita da parte di un Governo, di un Parlamento, possa infiammare di politica di vita e di pace, così come sembrano all'improvviso divampare le guerre, non solamente un Paese, ma grandi forze politiche, umane, istituzionali, statuali.

Animata dalla nonviolenza, la sorpresa democratica, cristiana, socialista, umanista resta forse possibile nell'immediato, anche se ha settimane, giorni contati.

La nostra credibilità, il perimetro d'ascolto della nostra parola e del nostro giudizio sono certamente aumentati in questi mesi nelle coscienze di pochi potenti, sicuri fino a ieri della nostra riducibilità a scorie di speranze passate, e della nostra avvenuta espulsione dalla lotta civile e politica.

Essi stessi sono invece insicuri e trepidi, lì dov'erano protervi, arroganti, sicuri di un potere che ritenevano minacciato solamente dalla nostra insidia, fastidiosa ma improbabile. Cominciano ad accorgersi d'essere stati apprendisti stregoni d'una violenza che altri si preparano a usare meglio di loro anche contro di loro. Forse, ora, la nostra parola li tenta.

Ma è come se stessimo mollando. Sentiamo che soli, senza centinaia o migliaia d'altri, senza il loro accettare la mano che porgiamo loro, senza la forza della loro testimonianza, la storia sembra chiederci troppo, d'essere magari martiri o eroi. E giustamente lo rifiutiamo.

Non c'è nessuno di coloro che hanno provato anche una sola volta di farci e farsi fiducia, dalla vicenda del divorzio a quella di Toni Negri, passando per qualsiasi infinite altre schegge di drammatiche e felici lotte civili, che non voglia in queste ore, ricominciare? Provare di nuovi? Scriverci, iscriversi, sottoscrivere, firmare, dirsi e dirci che gli importa, se ce la facciamo, o se la finiamo?

Occorre che il decreto di sterminio sia revocato, di vita emesso. Occorre che un atto di giustizia verso centinaia di migliaia di affamati e angosciati da pensioni vergognose sia compiuto. Se il Partito Radicale crescerà, in questi giorni, e cresceranno i suoi militanti, sarà possibile che questo accada.

Non abbiamo mai mentito. Non abbiamo mai illuso. Dove siamo passati è sempre fiorita speranza: e le porte erano strette, sempre, come crune d'ago. Aiutateci, aiutatevi perché questo non sia l'epitaffio del partito della vita, ma quello del suo nemico, dentro ciascuno di noi e nel nostro tempo.

 
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