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Notizie radicali - 24 marzo 1984
Scala mobile. Ma quale alternativa?

SOMMARIO: La questione sui punti di contingenza tagliati dalle buste paga dei lavoratori, non hanno niente a che vedere con l'ostruzionismo comunista. Tale ostruzionismo ha solo raggiunto l'obiettivo di bloccare i lavori parlamentari per un mese facendo un gran regalo alla maggioranza. Ma allora qual era la vera posta in gioco? la difesa del diritto di veto di cui godono Pci e Cgil cioé i perni del compromesso partitocratico realizzato contro la democrazia e le istituzioni.

(NOTIZIE RADICALI n. 62, 24 marzo 1984)

Ormai anche i settecentomila della famosa marcia su Roma, autoconvocata dai consigli di fabbrica, e svoltasi poi con la benedizione, e la mobilitazione, organizzativa e finanziaria, della Cgil e del Pci, dovrebbero essersi resi conto che la scala mobile e le buste paga dei lavoratori hanno avuto poco a che fare con la grande prova di forza che ha visto i gruppi parlamentari comunisti ricorrere per la prima volta dopo molto tempo all'arma dell'ostruzionismo.

Il decreto legge è decaduto, ma è stato subito ripresentato, anzi - come si dice nel gergo di questo Parlamento partitocratico - "reiterato". In pratica è restato in vigore, ha ricominciato ex novo il suo iter parlamentare, ed ha continuato a dispiegare i suoi effetti nei confronti delle buste paga dei lavoratori. Il governo Craxi si è servito di una prassi anticostituzionale che gli ostruzionisti di oggi hanno per anni consentito e lasciato insediare come prassi normale di questa Repubblica. Ci sono stati decreti-legge ripresentati - scusate, "reiterati" - 9 o 10 volte.

Non si capisce bene per quali considerazioni, e in base a quali valutazioni, il Pci sia ora passato dall'ostruzionismo al confronto parlamentare, annunciato per questa seconda "manche". Si sa che Lama di accontenterebbe di poter trattare il recupero dei tre punti di contingenza, perduti a causa dell'accordo Craxi-Carniti, nella contrattazione di fine anno. Si sa che tutti stanno trattando sul quarto punto di contingenza che dovrebbe essere anch'esso in base a quell'accordo "mangiato" da un'inflazione che ha superato i tassi di aumento programmati. Dunque, pensate, si è bloccato per sei mesi il Parlamento della Repubblica neppure per le 120/150 mila lire annue equivalenti alla tazza di tè giornaliera del lavoratore (secondo la battuta dell'economista Modigliani), ma solo per le poche decine di migliaia di lire del quarto punto di contingenza.

Ma intanto si è bloccato il Parlamento per quasi cinque mesi, cioè si è fatto al governo e alla maggioranza il miglior regalo che questi potessero sperare dalla maggior forza di opposizione; bloccata ogni altra iniziativa legislativa, bloccata ogni iniziativa di sindacato e di controllo del Parlamento anche su fatti gravi o gravissimi della vita politica, sociale e amministrativa; impedito il dibattito sulle conclusioni della commissione Sindona e della commissione: Moro ferma al Senato la legge sulla carcerazione preventiva; lasciata nelle mani del solo governo l'iniziativa su due grandi questioni nazionali, come la riforma pensionistica e la sanità; reso impossibile ogni dibattito e ogni controllo sulla spesa pubblica e sull'azione del governo rispetto alle altre componenti della inflazione; reso impossibile ogni dibattito di politica interna ed estera.

Cos'era allora in gioco? Cos'è tuttora in gioco? C'è chi ha voluto vedere nella massiccia opposizione del Pci contro il governo Craxi la definitiva rottura con le pratiche - ufficiali o sotterranee - della consociazione partitocratica, che di volta in volta passano sotto il nome di unità nazionale o di patto o maggioranza istituzionale. Lo sostengono in molti, da Cacciari a Pintor, da Capanna al solito Magri. Noi sosteniamo il contrario: il Pci è sceso in campo per difendere il suo diritto di veto politico-palamentare nei confronti della maggioranza e dei governi, e per difendere il diritto di veto sindacale della Cgil per difendere cioè i due perni essenziali della costituzione materiale partitocratica e sindacatocratica che ha annullato la democrazia, ogni distinzione di responsabilità fra partiti di governo e partiti di opposizione, ridotto le scelte politiche nazionali a basso calcolo di spartizione di potere, corrotto ogni opposizione, impedito ogni reale possibilità di alternanza e di alternativa. Il P

ci è sceso in campo, con tanta violenza e determinazione, non per rompere con tutto questo, ma per difendere tutto questo.

La teoria costituzionale che si afferma, in conseguenza di questa scelta del Pci, è davvero aberrante: è costituzionale tutto ciò che passa con il voto favorevole, l'astensione o l'implicito avallo dell'opposizione comunista; è incostituzionale tutto ciò che passa senza il consenso o il disco verde del Pci. E' costituzionale ogni accordo sindacale firmato dalla Cgil, è incostituzionale ogni altro accordo sindacale. Che poi quell'accordo sia o no condiviso dalla base sindacale e dai lavoratori, è del tutto ininfluente.

Era già chiaro da tempo, del resto, che analoghe considerazioni valevano per gli ostruzionismi: incostituzionali, sabotatori delle istituzioni, radical-fascisti o radical-brigatisti se praticati dal Partito radicale; perfettamente legittimi se decisi e praticati dal Pci. Questo era già scritto nei regolamenti della Camera, nelle prassi regolamentari, nelle interpretazioni di comodo, nei "lodi" Jotti.

Ed erano e sono in gioco calcoli elettorali. Cosa sono per questi partiti, ed anche, per il Pci, queste elezioni europee se non poco più di un "test" per saggiare la loro presa sull'elettorato, e la loro quota percentuale di partecipazione alle spoglie del potere? E sono in gioco calcoli politici di concorrenza nei confronti del Psi di Craxi, così come di Craxi nei confronti della Dc di De Mita e del Pri di Spadolini.

Ma è più facile che questo tipo di scelte del Pci porti a una nuova stagione partitocratica che all'alternanza e all'alternativa democratica. Nessuno, intendiamoci, intende sostenere che nulla di importante si sia verificato. Al contrario, qualcosa di importantissimo è avvenuto nella nostra vita politica e sociale. La grande unità verticistica, corporativa, antidemocratica della federazione sindacale è caduta in pezzi. Ed è caduta in pezzi la costituzione materiale sindacale e partitocratica che su essa si reggeva. Potrebbe essere la premessa per la ricostruzione di una unità sindacale democratica. Rischia invece di essere la premessa di un salto all'indietro. Per impedirlo bisognerebbe riscoprire il diritto e il valore delle regole del gioco. Ma non è con questi partiti, e con questo Pci, che ciò è sperabile.

 
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