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Taradash Marco - 24 marzo 1984
Scandalo! Un magistrato dà ragione a Pannella
Vilipendio di "Repubblica"

di Marco Taradash

SOMMARIO: Un giudice, dopo aver affermato che un giornalista è condannabile se, pur avendo a disposizione tutti gli elementi per non commettere errori, fa un'affermazione falsa e gravemente lesiva di una persona, ha condannato un cronista di "Repubblica" a risarcire Marco Pannella. Questo ha ingenerato un grido di "allarme e perplessità" da parte dell'Ordine dei giornalisti.

(NOTIZIE RADICALI n. 62, 24 marzo 1984)

Esiste la libertà di stampa in Italia? Non più. E' esistita fino alla metà dello scorso aprile. Quando un giudice romano ha, con sentenza cilena, bulgara, komeinista, decretato la fine della repubblica laica, democratica e antifascista. Condannando un cronista di "Repubblica" - appunto - a risarcire, in solido col suo direttore Eugenio Scalfari, lire 70 milioni a Marco Pannella, reo (Pannella) di essersi appellato alle leggi dello Stato che tutelano la persona dalle false rappresentazioni dei suoi comportamenti e intenzioni.

E subito, rispondendo contro il sopruso dei potenti, lanciato dall'inerme e indifeso Scalfari, subito - tre ore dopo - senza aver letto la sentenza, senza aver consultato un avvocato, senza memoria di un passato di indifferenza di fronte alle grandi ma isolate battaglie radicali (e di Pannella) contro i reati di opinione, i codici fascisti, il concetto di vilipendio, l'immunità parlamentare, la commissione inquirente eccetera; ricordando forse solo il tentativo radicale di abrogare l'ordinamento mafioso e corporativo dell'Ordine dei giornalisti, ecco che il presidente dell'ordine stesso - guarda caso pure capo ufficio stampa della Rai - e la presidente della federazione della stampa (autorevole inviata della stessa "Repubblica") gettano un grido di "allarme e perplessità", cui faranno eco nei giorni successivi, per giorni e giorni, i più pregiati esponenti del giornale di Scalfari: da Giovanni Ferrara a Stefano Rodotà, da Antonio Gambino a Giorgio Bocca, dalla stessa Mafai fino a Paolo Barile: costituzionali

sti, politologi, storici e tuttologi.

Ma che cosa era successo di tanto inaudito? Che un magistrato, riaffermando i principi costituzionali e la successiva giurisprudenza, aveva distinto fra diritto di critica e diritto di cronaca. In primo luogo, giudicando una frase di un articolo del notista politico di "Repubblica", Giorgio Rossi, cronaca e non critica; in secondo luogo, ricordando la giurisprudenza che tutela anche l'errore, o il travisamento della verità, in certe circostanze, quando vi siano stati ragionevoli tentativi di accertare i fatti descritti. Sentenzia il giudice che nel caso specifico il giornalista ha fatto un'affermazione falsa e gravemente lesiva di una persona, pur avendo a disposizione tutti gli elementi per non commettere errori (dal momento che la cronaca del fatto che il giornalista travisa è correttamente riportata dallo stesso suo giornale), e quindi lo condanna.

Non importa qui ricordare che la falsa affermazione in questione ("Pannella ha praticamente dato il via alla trattativa coi brigatisti con la promessa di trasmettere il filmato dell'interrogatorio di Ciro Cirillo") si riferiva ad una vicenda che vedeva ancora una volta i radicali rifiutare il ricatto brigatista contro la trattativa, per il dialogo, e ancora una volta "Repubblica" schierarsi con il nocciolo duro del regime partitocratico nell'evocazione della "fermezza". Anzi, appellarsi addirittura al capo del governo per un intervento "chiarificatore" sull'argomento (altro che "minculpop"!) proprio mentre nel frattempo gli uomini dei servizi segreti, della DC e magari di qualche grossa e ricca azienda di Stato ballavano la tarantella con Raffaele Cutolo e gli emissari Br dentro qualche sacro recinto istituzionale.

Se ne discuterà di nuovo nel processo di appello, richiesto sia da Scalfari che da Pannella (perché 70 milioni equivalgono a due pagine e mezzo di pubblicità di "Repubblica", un po' pochino, visto che questo giornale gode di un finanziamento pubblico superiore ai tre miliardi l'anno, più o meno la cifra che ottiene il Partito radicale non certo per ingrossare il portafoglio dei suoi "azionisti").

E' importante invece segnalare l'unanime riflesso del mondo dell'informazione: sentenza liberticida. Anzi: querela liberticida. E nessuno ha trovato nulla da ridire quando, accusata da Marco Pannella durante una conferenza stampa davanti a sei (6) giornalisti - e non in un articolo letto da un milione di persone come quelli di "Repubblica" - di aver agito per "interessi privati in atti d'ufficio" in quanto "esponente del partito sfascista di ``Repubblica'', Miriam Mafai ha a sua volta annunciato querela nei confronti di Pannella. Ma come, cara presidente della federazione della stampa, non avevi vigorosamente difeso il diritto alla critica, al commento, al giudizio pubblico (anche se confondevi cronaca e critica)? E quereli Pannella per un giudizio che certamente non può essere scambiato per cronaca? E se Pannella, che è giornalista professionista, avesse scritto quella frase su un quotidiano ad alta tiratura, invece che pronunciarla da uomo politico, allora non l'avresti querelato? E dunque i giornalisti, i

n quanto tali, hanno licenza di falso, di ingiuria, di distruggere un'identità? E' questo che volete, amici e compagni dell'unità nazionale editoriale, più resistente e proterva ancora di quella politica e sindacale, invocate una "legge Reale" tutta per voi, con licenza assoluta di uccidere (la verità ma non solo: ricordate Meciani, ricordate Pinelli?).

Una lettera che poneva questa semplice domanda è stata tempestivamente inviata a "Repubblica", ed ha ricevuto la risposta più chiara possibile: "sì, è questo che vogliamo". Nel modo più chiaro: non è stata pubblicata.

 
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