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Signorino Mario - 28 marzo 1984
IL MINISTERO: Abbiamo salvato 5 milioni di vite
I RADICALI: Non ne ha salvata nemmeno una

SOMMARIO: Il Ministero degli esteri, tramite l'agenzia Ansa, fa sapere che nonostante la politica di cooperazione allo sviluppo seguita del Governo italiano sia da qualche tempo al centro di critiche, la lotta alla fame è tra le sue priorità assolute, tant'è che sono state salvate dal 1981 al 1984 4 milioni e 700 mila persone. Altri interventi significativi sono stati fatti nel settore sanitario; inoltre sono stati aiutati i paesi poveri ad uscire dal sottosviluppo. Il Partito radicale dichiara che queste affermazioni sono false, in quanto si è verificato uno spreco di risorse finanziarie, una frammentazione degli interventi ed una difficoltà di verifica dei benefici prodotti da tali interventi.

(NOTIZIE RADICALI n. 64, 28 marzo 1984)

Roma, 31 marzo -. (Ansa) La politica di cooperazione allo sviluppo seguita dal governo italiano è da qualche tempo al centro di commenti e analisi di segno opposto. Spreco di risorse o investimento intelligente?

I dati del dipartimento del ministero degli Esteri incaricato di tradurre in progetti concreti le direttive politiche danno un'idea dell'ampiezza del problema, si guardi ai settori dell'intervento come alle forme in cui esso è praticato.

Per il sostegno pubblico allo sviluppo gli stanziamenti italiani sono passati da 1200 miliardi nel 1981 a 1500 nell'82 e a 2000 nell'83, con un più forte aumento dell'aiuto bilaterale (544 miliardi nell'81, 825 nell'82, 1340 nell'83) rispetto all'aiuto multilaterale (655 nell'81, 673 nell'82, 677 nell'83). Il che ha comportato una forte, ma non sempre funzionale, espansione del dipartimento, chiamato ad appena un triennio dalla sua costituzione a dover far fronte ad una particolarmente complessa attività di progettazione: nel solo 1983 sono state istruite e definite 485 nuove iniziative, e di queste 202 programmi, studi e progettazioni bilaterali, 85 di formazione professionale, 94 di volontariato e 57 di emergenza.

La lotta contro la fame è tra le priorità assolute della cooperazione italiana stabilite dal Cispes. Negli ultimi quattro anni, secondo i calcoli degli esperti del ministero degli Esteri, l'invio di alimenti da parte dell'Italia è servito a nutrire a 4.700.000 persone. Si tratta per la verità di calcoli approssimativi, perché ipotizzano un solo tipo di alimento di base - il riso - e prezzi uguali per aiuti inviati in ogni parte del mondo. Ma il dato è pur sempre significativo: stabilito che il consumo annuo di mera sopravvivenza è di 182 kg di riso, equivalente a mezzo chilo al giorno, e che al costo attuale (Aima) il riso vale un miliardo di lire per mille tonnellate, ci vogliono 182 mila lire l'anno per salvare una persona dalla morte per fame. Il conto è presto fatto: avendo l'Italia investito per l'aiuto alimentare nel 1984 252 miliardi di lire, le persone sfamate saranno a fine dicembre 1.384.615. E poiché nel 1983 sono stati spesi 265 miliardi di lire, nel 1982, 187, e nel 1981, 130, secondo questi par

ametri semplificati, le persone sfamate in questi anni scorsi sono state rispettivamente 1.456.000, 1.027.000 e 835.164, complessivamente dunque nell'ultimo quadriennio 4.702.779.

Seconda priorità nei programmi della cooperazione italiana: l'assistenza sanitaria, garantita con la realizzazione, nelle aree rurali, di una rete di centri poliambulatoriali e l'impiego di unità mobili. La lotta si concentra contro le malattie diarroiche, il morbillo, la malaria, la tubercolosi che uccidono milioni di bambini minati dalla malnutrizione. Secondo i dati del dipartimento, oltre 30 milioni di persone hanno potuto usufruire dell'assistenza sanitaria fornita dal personale italiano. La spesa totale che gli interventi hanno comportato è stata di 60 miliardi e 200 milioni di lire impiegati per la fornitura di attrezzature sanitarie, di medicinali e alimenti per l'infanzia, per la costruzione di presidi ospedalieri e per gli stipendi al personale sanitario italiano che l'anno scorso è stato di 177 tra medici e paramedici. Nel 1983 nelle attività curative, che si sono servite anche dell'apporto molto qualificante sul piano umano dei volontari (ce ne sono impiegati complessivamente 775, in 103 progetti

privati e 34 governativi) sono state effettuate all'incirca un milione e mezzo di visite ambulatoriali, con 130 mila ospedalizzazioni, 18 mila interventi chirurgici e 46 mila assistenze ai parti. La profilassi ha interessato nel settore della protezione materno-infantile 450 mila soggetti e sono state fatte due milioni di vaccinazioni.

L'attività del dipartimento non si limita solo a fronteggiare l'emergenza alimentare e sanitaria. Alla pura assistenza si affianca l'obiettivo di sostenere lo sforzo dei paesi più poveri a uscire dallo stato di arretratezza in cui si trovano. Il fiore all'occhiello di questa politica è il progetto Sahel nel quale l'Italia ha investito 500 milioni di dollari da spendere in un arco di 5-7 anni (ad un anno e mezzo dal lancio dell'iniziativa sono stati già programmati interventi per circa 400 miliardi di lire). Si tratta di aiutare gli otto paesi di quest'area (Alto Volta, Capo Verde, Chad, Gambia, Mali, Mauritania, Niger e Senegal) che hanno un reddito pro-capite intorno ai 200 dollari l'anno e la probabilità di vita sui 45 anni, ad affrontare il drammatico problema dell'avanzata del deserto (secondo studi Cee tutto il continente africano rischia di trasformarsi in un grande deserto da qui al Duemila, se non si provvede in tempo) e di conseguenza ad organizzarsi sul piano agro-alimentare in modo da arrivare all

'autosufficienza.

Sul futuro del dipartimento pesano molte incognite. Ci sono già sei progetti di legge (tre di matrice democristiana) che lo riguardano. Un paio di essi punta a sottrarlo al ministero degli Esteri per affidarlo ad un Alto commissario. E' una prospettiva che preoccupa seriamente i responsabili della Farnesina (che lo dicono chiaramente) e anche della Comunità europea perché priverebbe il ministero degli Esteri di uno strumento importante della sua politica estera e perché farebbe saltare l'unitarietà della cooperazione.

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Roma, 2 aprile -. In risposta alle notizie fornite sabato scorso dal ministero degli Esteri, attraverso l'Ansa, sulla politica italiana di cooperazione allo sviluppo, il senatore radicale Mario Signorino (curatore insieme al deputato radicale Marcello Crivellini del dossier radicale sull'aiuto pubblico dell'Italia ai Paesi sottosviluppati) ha dichiarato:

Siamo indignati per le affermazioni false e ingannevoli fornite sabato scorso dal ministero degli Esteri in merito alla politica italiana di cooperazione allo sviluppo.

Se l'argomento fosse da ridere, il Partito radicale potrebbe annunciare che rinuncia, subito, a occuparsi del problema dello sterminio per fame: il ministero ha già fatto tutto. Sosteniamo da cinque anni che bisogna cominciare con il salvare tre milioni di vite. Bene, il ministero ne ha salvate già quasi cinque milioni e molte di più ne ha sottratte alla morte per malattie. Nel Sahel inoltre ha già avviato da tempo in un grande intervento che consentirà agli otto Paesi interessati di giungere all'autosufficienza alimentare. Che vale insistere, dunque, su un problema già avviato a soluzione nel migliore dei modi?

Purtroppo la realtà è diversa, anzi di segno opposto. E' quella che abbiamo analizzato in modo incontrovertibile nel nostro dossier sull'aiuto pubblico allo sviluppo; è quella che ci ha spinto a chiedere, nella nota proposta di legge, un intervento straordinario integrato capace di rispondere all'emergenza della morte per fame e, insieme, di porre le condizioni di autonomo sviluppo delle aree prescelte.

Purtroppo il ministero non ha salvato una sola vita.

Basandoci solo su dati ufficiali - che non tollerano smentite - abbiamo dimostrato nel dossier lo spreco di rilevanti risorse finanziarie, la frammentazione estrema degli interventi in 77 Paesi (nel solo 1982), l'assenza completa di strategie, l'impossibilità di verificare quali effetti hanno prodotto nei Paesi beneficiari tutti i miliardi spesi dall'Italia. Abbiamo anche presentato gli indizi seri che fanno ritenere che gli aiuti italiani hanno contribuito anch'essi - come in genere quelli di quasi tutti i Paesi sviluppati - ad aggravare, più che alleviare, le condizioni del Terzo Mondo.

Ebbene, incapace persino di conoscere e documentare dove vanno a finire i progetti finanziati, il ministero degli Esteri risponde inventando cifre cervellotiche.

1. L'aiuto alimentare dell'Italia, a detta del ministero, ``è servito a nutrire 4.700.000 persone''. A nutrire, cioè a salvare dalla morte per fame. E' falso. L'argomentazione lascerebbe sgomento chiunque abbia un sia pur vago sentore di come realmente funzionano gli aiuti alimentari ai Paesi sottosviluppati. Si fa il conto di quanto ha sborsato il governo per l'invio di derrate alimentari e si divide per il consumo medio annuo necessario per la sopravvivenza di una persona. In più, nella foga d'ingannare l'opinione pubblica, i cosiddetti ``esperti del ministero'' calcolano anche gli invii del 1984, ancora non effettuati, e arrivano così alla cifra di 4.700.000 persone già salvate. In confronto, il pollo a testa delle statistiche è un procedimento molto sofisticato.

Per rendersi conto della scorrettezza basti pensare che gli aiuti alimentari sono il settore più malfamato del sistema internazionale di aiuto pubblico allo sviluppo; nel senso che, oltre ad avere tempi lunghissimi (500 giorni in media per gli aiuti Cee), gran parte di essi si perdono per strada o nei mille rivoli della corruzione locale e raramente vengono distribuiti alle popolazioni affamate. In più, il ministero degli Esteri italiano non esercita alcun controllo serio su questi invii. Per questo gli chiediamo di voler comunicare per ciascun invio di derrate alimentari, tutti i dati necessari e fino ad oggi mancanti: qualità, tipi e quantità degli invii, tempi, date di partenza e di arrivo nei Paesi destinatari, quantità effettivamente giunte e scaricate, modalità di immagazzinamento, localizzazione e capacità e attrezzatura dei magazzini, i controlli effettuati e da chi, tempi e quantità delle distribuzioni in loco delle derrate, località e persone che hanno effettivamente ricevuto i doni, ecc. ecc.

2. La stessa richiesta di dati vale per l'assistenza sanitaria che, secondo il ministero, avrebbe interessato oltre 30 milioni di persone. Il dato comunque non richiede commenti essendo, di per sé, staccato da un contesto valido d'intervento integrato, scarsamente significativo.

3. Uguale opera di demistificazione andrebbe svolta su quello che il ministero definisce letteralmente il proprio ``fiore all'occhiello'', cioè i numerosi interventi programmati dal Dipartimento per il Sahel. I dati esposti nel comunicato sono inesatti o carenti: non è vero, ad esempio, che ``L'Italia ha investito 500 milioni di dollari'' nel Sahel; li ha solo impegnati. Si dice che, ad un anno e mezzo dal lancio dell'iniziativa, sono stati ``programmati'' interventi per 400 miliardi di lire, ma non dice quanto è stato effettivamente speso. Quanto al contributo che potrà venire da questi progetti all'autosufficienza alimentare di quest'area, non c'è alcun elemento serio che autorizzi a pensare che sarà diverso da quello, insignificante, degli altri interventi del ministero.

In conclusione: noi, come parlamentari e come cittadini, abbiamo il diritto-dovere i sottoporre a critiche e verifiche l'attività della pubblica amministrazione. E questa ha il dovere di fornire tutta la documentazione necessaria, che non sia coperta dal segreto di Stato. Ma non ha in alcun modo il diritto di stravolgere e falsare i dati sulla propria attività, non può in alcun modo ingannare consapevolmente l'opinione pubblica. E' la via, invece, che il ministero degli Esteri sembra aver scelto. Dobbiamo allora dichiarare che, se le nostre richieste di informazioni non avranno risposte soddisfacenti e veritiere, in Parlamento e fuori non molleremo in alcun modo il nostro impegno di controllo e di denuncia, ma lo aggraveremo sempre più".

 
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