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Spadaccia Gianfranco - 14 aprile 1984
RADIO RADICALE PUO' CHIUDERE
Mentre l'informazione televisiva è schiacciata tra il monopolio pubblico della Rai-Tv e il monopolio privato di Berlusconi

di Gianfranco Spadaccia

SOMMARIO: Occorre rilanciare la battaglia contro l'informazione di regime. Occorre assicurare la sopravvivenza di Radio Radicale. La nostra radio non è un'istituzione, non può essere considerata un'abitudine garantita per sempre. Rr può morire, può tacere. Se il piano del governo passerà, se i radicali non riusciranno ad assicurare le necessarie risorse finanziarie, quest'ultimo strumento di libera informazione scomparirà. Subito, non tra un anno o due. E' un problema che riguarda noi, riguarda voi, riguarda tutti.

(NOTIZIE RADICALI N. 69, 14 aprile 1984)

Nel campo dei networks televisivi, il cerchio si è chiuso: la realizzazione delle reti televisive, dopo l'accordo Berlusconi-Mondadori per Retequattro, è ormai un fatto compiuto.

L'informazione televisiva è dunque stretta sempre di più, come da un cappio, fra monopolio Rai del settore pubblico e un enorme ed ormai equivalente monopolio del settore privato. Già gli scorsi anni l'equilibrio che si andava delineando, realizzato a prezzo di una dura concorrenza alla rincorsa dello spettacolare e della conquista dell'ascolto, ha avuto una sola vittima: il diritto all'informazione: una informazione negata ai networks, e sempre più non solo lottizzata, ma massacrata, avvilita, tollerata, su quei canali che avrebbero dovuto assicurare "servizio pubblico" di informazione. Ora questo equilibrio dovrebbe consolidarsi definitivamente, attraverso una razionalizzazione e un abbassamento dei costi e attraverso una convivenza-accordo, taciti, o impliciti, formali o informali fra Rai e Berlusconi. Al legislatore non rimarrebbe naturalmente che prendere atto del "fatto compiuto".

A questa semplificazione selvaggia della libertà d'antenna delle Tv, la Rai tenta di farne seguire una altrettanto selvaggia nel campo delle radio. Approfittando di una scadenza tecnica, un accordo per il coordinamento internazionale delle frequenze che si dovrebbe raggiungere in seno all'Unione internazionale delle telecomunicazioni a Ginevra, la Rai ha scodellato un piano di assegnazione delle frequenze tale da ridimensionare drasticamente gli impianti esistenti e quindi da ridurre al minimo le radio private. Utilizzando una funzione di mero "supporto tecnico", la Rai tenta un vero e proprio colpo di mano, cercando anche in questo settore di mettere governo e Parlamento davanti al "fatto compiuto". Se il piano passasse, lo spazio sarebbe pronto per un Berlusconi radiofonico deciso ad approfittare della riduzione delle frequenze e dell'innalzamento dei costi. Qualcuno ha pensato che potrebbe essere Caracciolo, l'unico presente a gestire la pubblicità radiofonica nazionale del settore privato?

Sul fronte della carta stampata, assistiamo - dopo la direzione Ostellino al "Corriere della Sera" - ad una cauta, apparente e forse momentanea liberalizzazione. Come sempre ogni apertura che rompa il rigoroso monopolismo pluralistico ha effetti anche sugli altri organi di stampa, non foss'altro per ragioni di concorrenza? Quanto durerà? Sta scadendo infatti il periodo di amministrazione controllata del "Corriere" e dell'intero ex impero Rizzoli. E si è scatenata la rincorsa di due gruppi editoriali: quello di Monti e quello di Scalfari-Caracciolo-De Benedetti. L'ipoteca di una nuova, pesante, totale cappa di normalizzazione grava ancora sul panorama della carta stampata.

Non è possibile parlare di Radio radicale senza parlare di tutto questo.

Senza parlare di questo non è possibile parlare del tentativo compiuto dal Partito radicale di assicurare una presenza sia pur minima, ma capace di tenere il passo della concorrenza, nella selva selvaggia delle televisioni commerciali. E non è neppure possibile parlare seriamente, se non in maniera stanca e ripetitiva, dei tre miliardi di lire che il Partito radicale, lo scorso congresso, aveva fissato come obiettivo essenziale di autofinanziamento, condizione necessaria per poter garantire un'iniziativa politica, e quindi, un'informazione vitale va intesa (e la parola vitale va intesa nel senso letterale). Tanto meno è possibile discutere in termini reali dell'ipoteca, cioè del peso e delle conseguenze che il mancato raggiungimento di questo obiettivo della mozione congressuale, farà gravare sul partito e sulla sua politica.

Radio radicale è diventata un'abitudine: un'abitudine per i radicali, un'abitudine per molti ascoltatori non radicali. Nello scarno panorama della "Cosa" radicale, ed anche nel panorama delle abitudini di molti non radicali, viene ormai considerata una istituzione inestinguibile. Non è così. Radio radicale può morire, può essere travolta, la sua voce può tacere. Può avvenire per effetto della morsa che continua a stringersi intorno ad ogni residuo di libertà di informazione. E può avvenire perché il Partito radicale non ce la fa con il suo finanziamento pubblico a far fronte all'aumento dei costi (e non ce la fa con l'autofinanziamento a colmare il divario: non ce l'ha fatta a raggiungere nell'84 i tre miliardi). I due problemi (quello delle nostre difficoltà interne e dei crescenti ostacoli esterni) si tengono fra loro molto di più di quanto non appaia.

Questo non vuole essere un grido d'allarme. E' un allarmato e franco ragionamento rivolto a tutti i radicali, ma rivolto anche alla più larga fascia di simpatizzanti e sostenitori radicali, e di ascoltatori non radicali che usufruiscono dei "sevizi" di Radio radicale.

La Radio nacque nel 1976, grazie ai finanziamenti a all'impegno di un gruppo di compagni romani, ma divenne rete nazionale solo nel 1979 dopo che il partito decise di devolvere gran parte del proprio finanziamento pubblico a questo strumento di radiodiffusione. Abbiamo sempre rifiutato l'idea di organi di informazione di partito, la cui esistenza è un alibi di falsa libertà di informazione in un regime che in realtà la nega. Ci siamo sempre ispirati al principio che l'informazione, non per noi ma per tutti, va conquistata e strappata sui grandi "mass-media". E quando concepimmo la Radio radicale non la concepimmo come Radio di partito, ma come organo di informazione, e addirittura come strumento di supplenza di "servizi pubblici" (quello dell'informazione parlamentare, per esempio) inesistenti. Con alti e bassi, questa è una caratteristica che Radio radicale ha sempre mantenuto. Con alti e bassi non è mai stata una radio-ghetto, chiusa nel circuito asfittico della comunicazione circolare fra il partito e i r

adicali.

Ma è pur vero che la radio funge spesso da specchio. Nei contenuti più strettamente legati all'iniziativa o alla non-iniziativa del partito, sentiamo la radio e ci sentiamo brutti, ma finiamo per darne la colpa alla radio, dimenticando che la radio è solo un "mezzo": può essere organo di informazione o scadere a solo organo di propaganda, può essere strumento di aggregazione e di mobilitazione, o divenire stanco e ripetitivo strumento di comunicazione interna. Non diversamente accade per la polemica che si riaccende ogni volta sui cosiddetti iscritti "radiofonici", quando si dimentica che questi iscritti, rispetto a quelli di altri partiti, hanno al contrario una qualità e uno strumento "in più". E se qualcosa non funziona nelle aggregazioni associative del partito, questo non dipende dall'origine radiofonica di questi iscritti.

E' un dibattito interiorizzato e avvitato su se stesso, dal quale dobbiamo uscire. Esso parte sempre dal presupposto che la radio c'è e può essere diversa. Invece dobbiamo mettere nel conto che "la radio può non esserci più", e che per mantenerla in vita, e anche per renderla di volta in volta più adeguata e migliore, pure nei contenuti, è necessario e urgente riprendere la battaglia per il diritto e la libertà di informazione. E' illusorio infatti pensare che si possa difendere lo spazio libero di Radio radicale in un paese in cui si chiudono gli spazi della libertà di informazione.

Guardiamoci intorno. Giochiamo in difesa e di rimessa. Reagiamo quando Gaspari decide la chiusura di Radio radicale. Reagiamo quando Gava e la Rai sfornano il piano delle frequenze radiofoniche. E intanto dimentichiamo che Radio radicale è "già" una radio "in libertà vigilata" perché esiste una sentenza del Consiglio di Stato che ha sancito le legittimità dell'ordine di chiusura di Gaspari. Noi sopravviviamo grazie alla tolleranza del ministro Gava, una tolleranza che è al limite della omissione di atti d'ufficio.

Ma giochiamo in difesa e di rimessa su tutto. Anche per noi l'episodio Berlusconi è stato un "fatto compiuto", mentre sul fronte della carta stampata abbiamo allentato da tempo l'impegno e le tensioni della lotta condotta sulla legge dell'editoria.

Radio radicale può diventare uno strumento essenziale di questa battaglia. Ma io dico che Radio radicale sopravviverà e conquisterà per sé la propria libertà, solo se il partito farà questa battaglia più generale per il diritto all'informazione e la libertà dell'informazione. E si troveranno forse i mezzi per tenere in vita, rafforzare e migliorare Radio radicale, se non considereremo i problemi anche finanziari come nostri problemi interni, interni alla nostra vicenda partitica e agli strumenti della nostra lotta. Altro che iscritti radiofonici trattati con disprezzo! La Radio deve e può diventare strumento di aggregazione anche di non radicali, se avremo questo coraggio. Non è impossibile pensare allora a forme di azionariato popolare, o ad altre. Ma queste iniziative non nascono da soluzioni tecnico-commerciali, nascono dalla lotta e dalla iniziativa politica.

E invece si corre il rischio dell'assuefazione alla informazione di regime. Noi che abbiamo sempre affermato "senza informazione non esiste democrazia", ora a volte sembriamo dimenticarcene. La guardia è stata abbassata sull'informazione televisiva: l'accettiamo passivamente quasi come una necessità, come un limite insuperabile.

Riallacciare i fili di una lotta che sembra sempre più difficile. è faticoso e arduo, ma non impossibile. Ma per far questo occorre gettare decisamente in questa lotta il peso delle scelte che abbiamo compiuto e che possono essere messe in crisi.

Perché il problema riguarda noi, ma riguarda tutti.

 
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