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Panebianco Angelo - 10 gennaio 1985
I nuovi settori sociali
(COS'E' IL MODERNO IN POLITICA?)

di Angelo Panebianco

SOMMARIO: Il partito radicale ha concepito la propria organizzazione politica nel rifiuto di quella tradizionale, "di massa", propria al P.C.I. e a quei partiti, fino a DP, che hanno cercato di seguirne la strada; esso ha scelto vie e progetti diversi, dai "chiari e scuri" delle leghe e dei movimenti collegati all'uso precorritore e modernissimo dei mass-media,fino all'organizzazione del nuovo associazionismo dei diritti civili, che hanno funzionato egregiamente fino agli inizi degli anni '80. Da questo momento però, anche a seguito del mutarsi del quadro politico e della scelta di netta contrapposizione alla "partitocrazia" come sistema, il progetto radicale comincia ad avere alti costi e a far emergere serie difficoltà per la vita stessa del partito: anche la via del nuovo associazionismo viene battuta da altri (si pensi ai Verdi). Mentre le diverse proposte di riorganizzazione delle strutture del partito non appaiono paganti, una "terza strada" per il rilancio appare essere quella dell'"innovazione": ad e

sempio, cercando di rivolgersi ai ceti "intellettuali, tecnici" che manifestano insofferenza verso il sistema partitocratico.

(LA PROVA, Supplemento di discussione N. 1 - Notizie Radicali n. 3 del 10 gennaio 1985)

A me pare che noi possiamo individuare due costanti fondamentali, tra di loro connesse, nel modo in cui i radicali hanno concepito la loro organizzazione politica: prima di tutto, e ovviamente, il rifiuto dell'organizzazione partitica tradizionale, e, in secondo luogo, l'enfasi sull'innovazione politica a scapito della gestione dell'innovazione stessa. Rifiuto dell'organizzazione politica partitica: mi riferisco ovviamente all'esperienza dei partiti "di massa", in particolare - ma non solo - della sinistra, burocratizzati e organizzativamente coesi, e - punto molto importante perché la nostra esperienza è esattamente il contrario - con un rapporto iscritti-elettori molto basso. In questo modello vige, o vigeva, l'equazione "più iscritti uguale più elettori"; la crescita degli iscritti viene, o veniva, automaticamente trasformata in una crescita di elettorato. La burocrazia di partito controlla gli iscritti e li trasforma in cinghie di trasmissione attraverso le sezioni territoriali tra il vertice e gli elett

ori. Partito ideologico, partito di insediamento, partito di massa, sono espressioni che rinviano ad aspetti diversi del modello. In Italia, l'unica organizzazione politica che si è avvicinata davvero al modello è stato il partito comunista; gli altri partiti lo hanno scimmiottato: il Psi per esempio, da Morandi fino al Midas, è un continuo tentativo di imitare il modello comunista, e anche i partitini della sinistra post-'68 e post-'77 (Dp è un caso classico) hanno avuto come riferimento quel modello. I radicali hanno contrapposto un modello diverso, quale è riflesso nello statuto che nasceva dalla combinazione di idee antiche della tradizione radicale e di idee nuove: rifiuto della burocratizzazione, struttura aperta, la doppia tessera - così importante anche dal punto di vista simbolico, più simbolico che pratico, come simbolo del rifiuto della setta ideologica chiusa - ipotesi federalista e tutto il resto, e soprattutto l'esperienza pratica, con i suoi chiari e scuri delle leghe e dei movimenti federali.

Dettato soprattutto dalla sua evidente incompatibilità con la cultura politica libertaria dei radicali, il rifiuto dell'organizzazione politica tradizionale della sinistra conteneva in sé anche due altri significati: in primo luogo era il frutto di una anticipazione, un'intuizione forse, di tendenze che si sarebbero effettivamente manifestate nella società italiana successivamente, nel corso degli anni '70, in particolare il ruolo centrale che i mass-media avrebbero acquistato nella competizione politica nel corso degli anni '60 col loro impatto dirompente sulle organizzazioni partitiche tradizionali. Oggi tendiamo a dimenticarcene, ma per tutta la seconda metà degli anni '70, dal '74 in poi, i commentatori sono pressoché unanimi nell'attribuire ai radicali una capacità di fare politica attraverso i media che mancava del tutto ai politici burocrati dei partiti tradizionali. La seconda anticipazione riguarda le accresciute capacità associative dei cittadini italiani, cioè la maggiore disponibilità di settori

non irrilevanti della cittadinanza italiana all'associazionismo per i diritti civili, di cui i radicali furono il motore, fu il frutto più visibile, alla fine degli anni '70. L'esperienza e la pratiche delle leghe e dei movimenti federati va ricondotta ovviamente a questo fenomeno, di cui in parte i radicali furono detonatori, nel senso che suscitarono queste potenziali capacità associative, e in parte conseguenza. In secondo luogo, il rifiuto dell'organizzazione politica tradizionale, l'adozione di una ipotesi di partito che del partito tradizionale rappresentava, o voleva rappresentare, l'antitesi, conteneva in realtà una esplicita, si può dire, contrapposizione polemica al Partito comunista, il partito più vicino al modello tradizionale. Fu anche questa un'importante novità perché, il partito più vicino al modello tradizionale. Fu anche questa un'importante novità perché, nel panorama politico dell'epoca, tutto ciò che si definiva convenzionalmente "sinistra" ruotava intorno al Partito comunista; basti ri

cordare i tradizionali complessi di inferiorità del Psi, dalla fine della guerra al Midas, e l'esperienza delle organizzazioni politiche nate dopo il '68. Con la loro organizzazione di partito i radicali affermavano il rifiuto della definizione, potremmo dire, "comunistocentrista" di sinistra.

Ciò che diventerà esplicito, o molto più esplicito, solo in anni più recenti, quando cade l'idea-forza dell'alternativa di sinistra e la contrapposizione radicali-comunisti diventa frontale e totale, era già implicito nelle scelte radicali degli anni '60-'70. I successi radicali degli anni '70, da un lato, contengono secondo me una certa dose d'ambiguità su un punto, in riferimento cioè all'utilità dell'organizzazione politica che si viene costruendo in quegli anni: indubbiamente quelli sono anni di grandi successi per le battaglie radicali, ed è evidente che si tende a ritenere l'organizzazione politica così come si è venuta costruendo, funzionale; strumento o, se vogliamo, condizione importante di quei successi, salvo naturalmente dimenticare il ruolo di altri fattori, a parte l'organizzazione politica, e cioè potremmo dire la novità e la sorpresa (...). Naturalmente all'inizio degli anni '80 da un lato non gioca più il fattore novità e dall'altro non gioca più nemmeno il fattore sorpresa perché gli altri

partiti sono in grado di contrattaccare, di costruire strategie di contrattacco.

Cominciano proprio allora le discussioni sulla adeguatezza o meno dello strumento partito, così come era stato costruito. Vengo al secondo punto, quella che ho chiamato la seconda costante, l'enfasi sull'innovazione e contemporaneamente il rifiuto della gestione dell'innovazione stessa: il Partito Radicale è stato ed è uno strumento politico attraverso il quale è possibile introdurre nel sistema politico innovazione, e a volte anche alti tassi di innovazione politica, ma per una combinazione di scelta e di necessità (cioè la scarsità delle risorse disponibili) esso è tale da lasciare sempre ad altri la gestione o l'amministrazione dell'innovazione introdotta: si creano movimenti politici, si introducono nuove tematiche nell'agenda politica, poi lo stesso successo dell'azione radicale spinge gli altri partiti ad impadronirsene. Questo aspetto ha ovviamente un lato positivo, ma anche qualche costo politico non irrilevante. Lato positivo: è evidente che questo nasce da una scelta, il rifiuto della burocratizzaz

ione del partito; ed è evidente che solo le burocrazie possono gestire e amministrare l'esistente. Alla fine degli anni '70, tra il '79 e l'80, per esempio, sarebbe forse stato possibile per i radicali raccogliere i frutti del loro lavoro politico precedente mantenendo una specie di monopolio dei temi che allora erano definiti, etichettati da tutti come radicali. Ciò, però, sarebbe stato possibile solo a prezzo di una trasformazione molto costosa, cioè attraverso un forte rafforzamento dell'organizzazione, una forte burocratizzazione insita nel rafforzamento delle organizzazioni, e quindi la rinuncia a mantenere il ruolo dinamico, flessibile, innovatore.

Una rinuncia alla flessibilità, sostanzialmente, in cambio di un insediamento; ciò avrebbe comportato il passaggio a un tipo di organizzazione di partito che pur con qualche differenza e specificità non sarebbe stato troppo lontano dal modello tradizionale; questo non si fece, e a mio giudizio fu un bene. Però ci furono anche costi politici. E' evidente che dalla Lega Ambiente alle burocrazie femministe di area Pci e Dp, tutte queste organizzazioni che arrivano successivamente non avrebbero avuto la vita facile, quella vita facile che hanno avuto, se quella trasformazione radicale si fosse verificata, cioè se i radicali si fossero posti il problema della gestione dell'innovazione introdotta. Se le cose dette sono vere o - senza voler essere così ambiziosi - verosimili, non dovrebbe essere difficile individuare le cause delle difficoltà attuali: nascono da una profonda modificazione del quadro politico esterno, cui non ha corrisposto questa volta, anche se per difficoltà obiettive, una innovazione politico-or

ganizzativa adeguata; a sua volta, la modificazione del quadro politico si è ripercossa sul partito, indebolendo la già esile organizzazione. Vorrei insistere su questo punto, la trasformazione del quadro politico, perché necessariamente è da lì che occorre partire quando si riflette sullo stato del partito e ci si interroga su come ridare slancio al partito stesso. La trasformazione principale, come è noto, è quella "rivoluzione copernicana" (questa sì una rivoluzione copernicana) che ha portato i radicali ad abbandonare la vecchia idea-forza dell'alternativa di sinistra a favore di una contrapposizione al sistema partitocratico nel suo insieme. Essa ha avuto riflessi profondi sul modo di essere del partito, perché un partito evidentemente pensato e costruito per una ipotesi politica, nel momento in cui quell'ipotesi politica diventa non realistica, non credibile, si trova a fare i conti con un quadro politico totalmente diverso. La seconda, cruciale trasformazione si ha con le controstrategie poste in esse

re dai partiti insediati tra la fine degli anni '70, negli anni '80: la politica socialista di chiusura ai radicali sui media è un aspetto, le più sofisticate controstrategie del Pci un altro. I partiti reagiscono da una parte alla sfida radicale e, dall'altra, ai più generali fenomeni di scollamento partiti-società: quindi, nuova attenzione ai media: anche gli altri partiti cominciano ad usare i media in modo diverso dal passato.

L'ultima rilevante trasformazione, che ha riflessi potenti sul partito, è il venire meno, forse temporaneo, perché queste cose spesso hanno un andamento ciclico (ma nessuno è in grado di prevedere come e quando il ciclo ripartirà), l'indebolimento, di quell'aumentata disponibilità all'associazionismo che negli anni '70 si era incontrata con i radicali ed era stata canalizzata in larga parte da loro. Da questo punto di vista, nelle condizioni degli anni '80 diventa tutto più difficile; esperienze come quelle delle leghe, dei movimenti federati degli anni '70 appaiono più difficili, difficilmente ripetibili, sia perché è aumentata la concorrenza - sono spuntati come funghi gli imitatori - sia perché è diminuita la disponibilità dei cittadini a partecipare ai movimenti associativi. Io credo che in parte - e questa è una valutazione naturalmente molto superficiale, per quello che mi sembra di vedere - anche questa esperienza delle Liste Verdi non sembra indicare che sia in corso una grande ripresa dell'associazi

onismo nel Paese. Nell'arcipelago verde, se le mie informazioni non sono del tutto errate, è fortissima ed è nettamente predominante la componente di personale politico che ha già esperienze politiche precedenti, Lotta Continua ed altro, e molto meno rilevante la componente priva di esperienze precedenti. In questo contesto va inquadrata, a mio avviso, qualunque discussione sullo stato del partito: non credo che abbia molto senso porsi domande sul ruolo dei militanti, sulla necessità o meno di rilanciare le associazioni radicali, senza prima porsi altre domande di carattere squisitamente politico, sugli strumenti realisticamente utilizzabili, sui gruppi, sui potenziali bacini di ascolto.

E' la stessa ragione, per esempio, per cui ha poco senso secondo me discutere di Radio Radicale, comunque in generale degli strumenti della comunicazione radicale, senza collocare questa discussione nell'ambito di una discussione più ampia sulla politica dell'informazione condotta dai radicali in questi anni. E' evidente che a questo punto, per quanto riguarda l'organizzazione di partito, sono teoricamente aperte tre strade, sulla carta naturalmente: la prima è ovviamente quella di non fare nulla; non credo che sia una posizione presente qui tra noi, ma immagino che ci sarà un sostenitore, un difensore di questa posizione, la posizione di chi ritiene che bene o male il partito così com'è, con poche energie e risorse umane disponibili, serva ugualmente bene agli obiettivi politici dei radicali. A mio giudizio questa prima strada è perdente, perché garantisce il mantenimento dello scarto fra gli ambiziosissimi obiettivi e gli strumenti disponibili per perseguirli; alla lunga, il mantenimento di uno scarto di q

uesto genere, di una divaricazione di questo genere tra obiettivi e mezzi, comporta dei costi, soprattutto in termini di credibilità, perché alla fine questa distanza, la forbice tra fini e mezzi, viene percepita dai cittadini. La seconda strada perseguibile (sempre sulla carta, e anche qui immagino di avere un interlocutore che la propone), è quella di coloro che ritengono condizione sufficiente per risolvere quasi tutti, se non tutti, i problemi, un rafforzamento quale che sia dell'organizzazione di partito. E' la posizione di chi ritiene possibile e praticabile una crescita dell'organizzazione di partito, sul solco, sostanzialmente, del modello previsto dallo statuto del '66: è la posizione del tipo "occorrono più iscritti", quindi più militanti, eventualmente è necessario ripristinare i partiti regionali, e così via. Anche questa posizione, a mio giudizio, è debole, per le ragioni che ho indicato prima.

La terza strada è quella dell'innovazione: è naturalmente la più difficile, anche perché è difficilissimo intravvedere dov'è questa strada, e io qui non intendo riprendere le ipotesi che avevo già presentato al congresso anche perché, come dissi al congresso, non ci credevo neppure troppo; mi limiterò invece, ad un'osservazione: qualunque ipotesi eventuale di riorganizzazione del partito, o di adattamento, di introduzione di riforme che rendano più forte lo strumento e che mettano a disposizione più energie, più risorse, deve partire, deve quanto meno avere come punto di riferimento, una riflessione sui settori della società cui ci si intende rivolgere e che si intende coinvolgere nella battaglia radicale. Penso, ad esempio, che esistano settori della società italiana potenzialmente coinvolgibili in una battaglia contro il sistema di occupazione dello Stato praticato dai partiti tradizionali, ai quali il Partito Radicale non riesce a rivolgersi, per i quali i messaggi politici radicali non sono stati fin qui

evidentemente credibili. Penso, per esempio, a settori di pubblico qualificato, professionisti, managers, ceti intellettuali, tecnici, gruppi che manifestano sovente, in altri modi, una forte insofferenza per i costi sociali ed economici che il sistema partitocratico scarica sulla società, e che tuttavia non hanno visto fino ad oggi nei radicali il reale antagonista del regime. E' probabile anche che il tipo di battaglia fino ad oggi condotto dai radicali non sia stato tale da sollecitare l'attenzione, la disponibilità di questi gruppi.

Qualunque ipotesi di riorganizzazione che voglia ridurre la forbice tra ambizione, fini, e gli strumenti utilizzati per raggiungerli, dovrebbe porsi precisamente il problema del coinvolgimento di una più ampia gamma di categorie di cittadini, cui i radicali fin qui hanno saputo parlare solo con molte difficoltà, fra molte difficoltà e con successi alterni. Negli ultimi tempi, la prospettiva su cui si è mosso il Partito Radicale è stata l'ipotesi di una crisi a breve termine del regime e dei suoi equilibri; questa ipotesi era corretta in quanto, a mio giudizio, individuava un crescente accavallarsi di contraddizioni e di rigidità del regime stesso; salvo che vincendo in questo modo nell'emergenza, si è finito secondo me per non puntare a discorsi di medio e lungo termine. E' evidente che un regime può andare incontro alla sua disgregazione o a ridefinizioni molto drastiche della distribuzione del potere e della sua fisionomia, e si può individuare correttamente (come credo che i radicali abbiano fatto) i punt

i, la direzione in cui il regime va muovendosi e le ragioni che porteranno alla sua crisi, salvo che rimane l'impossibilità di determinare i tempi della crisi. Basta, per esempio, una ripresa economica che duri alcuni anni, e i tempi della crisi vengono immediatamente spostati, i problemi restano lì; nel momento in cui si torna ad una situazione di crisi economica, o crisi sociale di altro tipo, le rigidità politiche del sistema ne determinano la crisi definitiva, ma i tempi non possono essere calcolati. A mio giudizio bisogna muoversi da questo momento in avanti come se la crisi fosse molto spostata nel tempo, su obiettivi di medio termine; solo così può essere fatto un discorso di più ampio respiro sull'organizzazione del partito, in vista di un suo adeguamento agli obiettivi.

 
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