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Sanchini Riccardo - 2 giugno 1985
Nuovi imprenditori e primato del potere
di Riccardo Sanchini

SOMMARIO: Trascrizione (non revisionata dall'a.), su "La Prova" n.4 (2 giugno 1985) dell'intervento svolto al Consiglio Federale del P.R. il 26 e 27 aprile precedente. Vi si afferma che in una "ipotesi di nuovo compromesso storico" sviluppata a partire e tenendo conto dei risultati delle ultime elezioni europee - dove il PCI ha toccato il 33,2 % - "la gestione passerebbe dalla D.C. al P.C.I.", e questi sarebbe portato ineluttabilmente - e si vedano le analisi dei suoi massimi teorici, tra i quali l'ideologo "principe", Mario Tronti - a organizzare la propria egemonia in forma di "primato" pronto a sfociare in un "blocco totalitario". Un tale sbocco viene favorito anche dalla crisi "ideologica e politica" della D.C., che cerca la sua salvezza ripescando la tradizione cattolica, ecc. (e si vedano i rapporti di questo partito con le nuove tecnologie emergenti...) spingendosi fino al rischio di una destabilizzazione che favorisca questo tipo di appropriazione della modernità da parte della cattolicità. Dal quad

ro emergono tutti i sintomi di una diffusa tensione, o tentazione, alla "seconda repubblica", con D.C., P.C.I. e P.R.I. nonché alcuni settori industriali (De Benedetti) alla sua guida.

Poichè in questo orizzonte De Benedetti "ripropone l'antico conflitto tra organizzazione della società e il sistema di libertà", va cercata e proposta una risposta che sia di altezza "pari" ("bisogna affrontare...il vero discorso sull'economia in Italia"), Segue, nell'articolo, una lunga e complessa analisi del quadro economico-finanziario del paese, caratterizzato da "carenza di un reale mercato dei capitali" e quindi da una seria "decapitalizzazione dell'industria" che pone in difficoltà i due pilastri del sistema, il "capitalismo di famiglia e il sistema delle partecipazioni statali". A questa stagnazione De Benedetti contrappone un ampio progetto di nuova "democrazia economica" che ha però a suo perno (e questo lo rende "illiberale") i bisogni dell'azienda, del sistema delle aziende. Purtroppo, è proprio il P.C.I. che sta cercando di costituirsi quale centro ideale, o ideologico, di questo progetto, avvalendosi in ciò anche del supporto di Scalfari e del suo giornale, trasformisticamente passato da una

posizione di "sinistra" a un disegno del tutto opposto. Al massiccio schieramento così individuato il P.S.I. ha cercato di rispondere, ma "non sapendo individuare i termini della questione". "La partita storica che si gioca oggi sulle nuove tecnologie è quella del raccordo con il modello liberale di società, non con il modello pan-industrialista" di De Benedetti, ma la portata della questione è sfuggita ai socialisti. E' vero che da tempo il P.R. tende ad offrire ai socialisti "il quadro politico" ma mancano, comunque, i "vettori-guida" necessari ad organizzare una grande risposta di rinnovamento.

(LA PROVA, Supplemento di discussione N. 4 - Notizie Radicali n. 135 del 2 giugno 1985)

Nel 1979 il compromesso storico, sbocco ideologizzato, a mio avviso, della strategia togliattiana, uno degli sbocchi possibili in qualche misura, anche se probabilmente dominante, era retto da una situazione di emergenza, cioè l'improvvisa avanzata dei comunisti; era costruito con una relativa rapsodicità, e c'era anche molto neofitismo; in ogni caso la gestione era nelle mani della Dc. La gestione di fatto, la gestione politica, l'agenda politica era democristiana. Oggi, in una ipotesi di nuovo compromesso storico, la gestione passerebbe dalla Dc al Pci. Il passaggio sarebbe dallo scambio politico a un primato di potere. Questo marcato passaggio di equilibri è quello che si può sintetizzare in una formula: "da Moro a Natta". La costruzione di questo quadro sarebbe: stabilità del quadro politico, sistematica organicità, maturazione di esperienza e di verifiche. Questa formula parte da un presupposto: io non credo affatto che l'avanzata comunista alle ultime elezioni europee sia analizzabile come una progress

iva crescita del partito comunista, dal 20 per cento al 25, al 30, 34. Il 33,2 per cento è un dato conclusivo nella storia del partito comunista, che mette il partito comunista davanti a un vuoto di iniziativa che colma con strategie in qualche misura surrettizie che fanno riferimento a oggettività presunte che sono oggettività "intenzionali", quelle che ho esposto poco fa. Però ci sono gli ideologi del partito comunista (pensiamo soprattutto all'ideologo principe, oggi, Mario Tronti).

Tronti e gli ideologi cosa dicono? Tronti fa una ricostruzione della società italiana puramente descrittiva, non esplicativa, una società senza centro o senza centri, diffusa, dispersa, priva di poli aggreganti, "orizzontale" e "plurale", senza figure oggettivamente dominanti; e via di seguito. E poi, come risponde? Passa dalla descrizione al piano, cioè al momento esplicativo; cioè il momento di ricostruzione, quello che dovrebbe mettere in gioco le scelte comuniste, è saltato a piè pari; è la vecchia vocazione al potere politico, non la vocazione alla politica, che determina tutte le costruzioni comuniste. Ci vuole un quadro politico stabile, e poi la grande formula: ravvicinare il potere verso il basso della società, fino a farlo toccare con mano, diventa un imperativo categorico. Formule del genere sono le formule in cui il momento dello "scambio politico", cioè della contrattazione, della consociazione, è oltrepassato; l'egemonia si traduce in primato. Non c'è scambio, ma c'è blocco, ed è un blocco tota

litario. A questo dovrebbe rispondere, dovrebbe fare da pendant, come elemento di modifica rispetto al compromesso storico del '79, la crisi indubbia della Democrazia cristiana, crisi di egemonia sociale, ideologica e politica.

La Democrazia cristiana è in crisi come formula di partito. Tutti e due i suoi strumenti consueti, cioè il giolittismo e il trasformismo, sono giunti al loro punto di esaurimento, che induce ad un inevitabile processo di rigenerazione, di recupero. La Dc cerca le sue origini, ma come un vecchio che brancola nei ricordi dell'infanzia. Il corpo cattolico è minoritario nel nostro Paese, e siccome il problema della Democrazia cristiana era sempre quello di "rapportarsi" al mondo cattolico, di non "coincidere" con il suo cattolicesimo politico, che deve solo essere un "momento" di egemonia di partito-Stato, evidentemente come momento di salvezza della Dc come entità politica c'è oggi la necessità di riaddossarsi al cattolicesimo: come "istanza" di valori, accettando il carattere minoritario, in termini politici, di questo cattolicesimo.

Questo pone problemi seri, perché significa che la Dc, pur di salvare questo "dato" di politica e i valori, è disponibile a qualunque operazione: c'è una disponibilità avventurista nella strategia democristiana che è veramente oggettiva, ed è leggibile in ogni intervento che fa un politico democristiano. Il problema, ad esempio, della scienza, delle nuove tecnologie, non è visto in termini di strategia con il mondo industriale, il mondo economico eccetera, ma solo nei termini di una compatibilità con eventuali istanze "umanistiche". La telematica è vista in termini neutri, non come "trend" di un nuovo sviluppo, è accettata solo nella misura in cui può essere compatibile con il cattolicesimo e, in qualche misura, i suoi valori. E' possibile che questo sbocco destabilizzante possa arrivare a una nuova formula di compromesso storico; ma a mio avviso la destabilizzazione è qualcosa di più serio, pone in termini nuovi il riassetto con le forze della partitocrazia; pone soprattutto delle scelte operate all'interno

del corpo partitocratico. Si pone innanzitutto in termini di schieramento, perché oggi lo schieramento della destabilizzazione è, nei fatti, nella conduzione di un governo possibile costituito dal Pci, da una quota della Democrazia cristiana e dal partito repubblicano. Questo è il tridente che dovrebbe guidare lo sbocco verso una seconda repubblica. Qui si apre la questione De Benedetti. Devo dire che ho letto con piacere, oggi, nell'intervista a "Reporter", che De Benedetti finalmente non è più liquidabile con l'immagine (obiettivamente un po' trita, "comunista") di capitalista "perfido" - mi ha piuttosto sconcertato l'immagine delle "mani in pasta". Sulla Buitoni Olivetti ha fatto un'operazione molto seria, perché uno dei problemi fondamentali della nostra economia è quello di non svendere a prezzi scontati all'estero imprese decotte per responsabilità di tutti; e siccome l'acquisto della Buitoni passava attraverso la questione Mediobanca-Lezard (cioè il polmone delle Partecipazioni statali) l'operazione

De Benedetti ha bloccato la questione della Mediobanca e la vendita di un'impresa come questa ("interruzione fuori micro"). A mio avviso la costruzione Di Benedetti (vediamola un attimo in termini oggettivi) ripropone l'antico conflitto tra organizzazione produttiva della società e il sistema di libertà; questo antico conflitto così come si ridetermina nel tempo attuale. Il discorso è questo: lui trasferisce un piano finanziario in termini politici. Se è così bisogna dargli una risposta che non sia espressione di mera tattica, ma una risposta che sia pari al quesito. Bisogna affrontare in termini concreti il vero discorso sull'economia in Italia.

Quali sono nella lettura di De Benedetti i due handicap che gravano sull'economia italiana? La carenza di un reale mercato dei capitali, e quindi la decapitalizzazione dell'industria, che pone in termini ultimativi la stessa ragion d'essere dei due canali tradizionali del capitalismo italiano, cioè del modello italiano di finanziamento del sistema industriale: il capitalismo di famiglia, e il sistema delle Partecipazioni statali. Sappiamo benissimo come il capitalismo di famiglia si è sviluppato in Italia. E' un dato assolutamente anacronistico. Nei Paesi anglosassoni, la fase iniziale (quando l'Ibm era nelle mani di una famiglia di imprenditori) è passata col cedere le azioni alla gente; oggi l'azionario della Ibm è visto in modello di capitalismo popolare che apre nuovi scenari industriali; sono milioni di azioni in mano dei cittadini, dei dipendenti anche, paritariamente, al gruppo familiare che deteneva il pacchetto. In Italia il capitalismo di famiglia è vissuto su una proprietà rigida, chiusa all'inter

no di una famiglia espressione di quella proprietà, garantita da un mercato protezionista (pensiamo al mercato dell'auto, tutti fingono di dimenticare che l'Italia ha un protezionismo per cui non si possono comprare macchine giapponesi, se non l'uno per cento del venduto), un mercato protetto, e quindi può condurre tutte le operazioni che crede e come crede e gli fa comodo.

Gli effetti di questa concezione dell'economia sono leggibili con la massima evidenza: l'industria pubblica è alla bancarotta, mentre la struttura patrimoniale delle imprese appare disastrosa. I dati di Mediobanca provano che nell'83, per ogni cento lire di mezzi propri netti, le imprese del campione considerato avevano 650 lire di debiti; a ciò si aggiunge il declino costante della borsa italiana: la capitalizzazione dei titoli azionari quotati a Piazza Affari alla fine dell'84 rappresentava l'8,3 per cento del prodotto interno lordo; è sufficiente procedere ad una comparazione con le Borse straniere per scoprire il divario che separa l'Italia dagli altri Paesi.

La capitalizzazione della Borsa di New York era pari (alla stessa data) al 40 per cento del prodotto interno lordo statunitense, la Borsa di Tokyo raggiungeva il 48 per cento del prodotto interno lordo giapponese, e quella di Londra addirittura il 63 per cento. Abbiamo poi il secondo punto dell'analisi De Benedetti, cioè i vincoli finanziari e il limitato mercato azionario, che impongono sbocchi obbligati alle imprese: l'impresa in crisi si iberna nel sistema dell'assistenzialismo di Stato, oppure contratta a prezzi scontati il "takeover" con il capitale straniero. L'impresa produttiva si affida al sommerso o al brambillismo - le cose che rendono contenti il Censis, Bocca, eccetera, e c'è una commistione, in termini di nuovi "trend" di sviluppo, di improvvisazione e di illegalità. De Benedetti come risponde? Cerchiamo di capire bene il meccanismo, per individuare le contromisure. De Benedetti disegna il profilo di quella che lui chiama una "democrazia economica" adeguata alla rivoluzione in corso nei vettori

mondiali di sviluppo. Il quadro di mutamento - egli sostiene - si presenta con due aspetti di rivolgimento determinanti: a) un processo di "innovazione integrale" spinto dal rivolgimento che induce i settori a tutte le attività, fino a comprendere l'intera struttura produttiva; b) importantissimo, la configurazione di nuovi modelli di internazionalizzazione che determinano fortissime spinte alla creazione di complesse, inedite interdipendenze tra le imprese e tra i sistemi economici, oltre i confini, moltiplicando straordinariamente le opportunità, ma anche la competizione su scala mondiale.

Il discorso della Att è importante perché, a differenza dell'Alfa Romeo nelle Partecipazioni statali (l'Alfa Romeo è in crisi, allora io faccio la "joint venture" con la Nissan e costruisco macchine insieme alla Nissan in Italia) con la Att. De Benedetti non è andato a vendere i suoi calcolatori negli Stati Uniti; questo non lo può fare perché la concorrenza dell'Ibm è spietata, il fatturato dell'Ibm è venti volte superiore al fatturato della Olivetti; è andato a scoprire un nuovo mercato, cosa che nel capitalismo italiano è un fatto assolutamente straordinario, come l'apparire di una cometa, il rivolgimento dei regni; è andato a scoprire un nuovo mercato, gli standards che servono ai calcolatori: voi potete costruire tutti i calcolatori che volete, più potenti, meno potenti, più grandi, più allacciati, però avete bisogno degli standards che li unifichino, e siccome questa tecnologia l'ho solo io, e l'ha la Att, io mi metto assieme alla Att e vendo standards dei calcolatori in tutto il mondo.

Capita, l'altro giorno, la notizia che una società d'affari francese, la Gul, fa un contratto con una società di informatica californiana per una stazione di lavoro informatica per uffici, e adotta lo standard Unix, cioè lo standard che la Olivetti fabbrica con la Att. Poi, l'asse di questa democrazia economica è che De Benedetti sottolinea il tramonto definitivo del proletariato tradizionale; non esiste più il proletario come "operaio che vende le sue ore di lavoro": esiste l'operaio "sociale"; cioè, il lavoratore contemporaneo non è solo un percettore di retribuzione, ma sempre più è anche un consumatore e un risparmiatore da tutelare; è un investitore. Quindi, la nuova figura di operaio sociale, la nuova figura di retribuito che non è più un salario: quindi - detto per inciso - l'assurdo di fare una battaglia a sinistra, sui punti della scala mobile, in cui la struttura salariale è vista in maniera assolutamente ottocentesca, marxiana. Qui abbiamo questo doppio livello. Che cosa significa? Qui nascono tut

ti i rischi, qui nasce il profondo carattere illiberale della proposta di De Benedetti; il modello di società di De Benedetti è l'Olivetti, cioè lo Stato deve funzionare come funziona una azienda; questo è il modello.

L'operaio oggi - adoperiamo una formula - è garantito e subalterno; così come è in Italia, è subalterno di fatto, è subalterno nella misura in cui è garantito; l'imprenditore è assistito e perdente; è perdente sul piano della concorrenza, dei mercati, eccetera. De Benedetti garantisce una partecipazione protagonista a entrambi, ma senza garanzie; cioè l'operaio non è più garantito, ma "produce le sue garanzie al pari dell'imprenditore": quindi diventa coprotagonista assieme all'imprenditore, cioè imprenditore e risparmiatore assieme. Questo è lo schema. Da qui tutto il discorso della capitalizzazione dell'industria che avviene attraverso questo meccanismo ("...interruzione fuori micro...") ...io analizzavo la situazione vedendo che il risparmio in Italia c'è, il problema è vedere come il risparmio sia drenato; questo apre tutto il discorso sul deficit pubblico. Forse il discorso si chiude quando questo discorso del rischio, in qualche misura, è visto su quello che è l'asse politico del discorso di De Benedet

ti: perché De Benedetti insiste tanto sulla revisione costituzionale? Perché è evidente che colui - imprenditore e operaio sociale - che crea le sue garanzie, diventa creatore di nuovi poteri. Questo significa essere creatore di nuove garanzie, e da qui evidentemente la revisione istituzionale. Nel momento in cui c'è una ristrutturazione della "coppia" proverbialmente antagonista che ora, assieme, costruisce questo modello di nuova società industriale, il quadro attualmente esistente, il quadro partitocratico, non è più adeguato a rispondere a questa situazione. In concreto, abbiamo un nuovo modello di "consociazione", un modello molto più sofisticato, non più una consociazione a vantaggio dei partito ma a vantaggio dell'interesse capitalistico, in nome del rischio produttivo e competitivo.

La dimensione della politica si contrae in quella di un "primato di potere" che legittima l'egemonia del Pci sullo Stato e sulla società civile, perché è evidente che il Pci è l'elemento guida di questo "trend" che seleziona l'area dei partiti, e questa egemonia, la nuova egemonia, può acquistarla come controparte del potere economico. Come ha risposto il partito socialista a tutto questo? A mio avviso tutta la politica del Psi, anche se in maniera oscura, tutta la politica craxiana è, nei fatti, nella chiamata delle cose, una risposta a questo disegno che si muove tramite il giornale-partito "Repubblica", dove Scalfari ha la funzione di volgarizzatore di questo disegno, di volgarizzatore molto spesso brutale, rozzo (l'effetto di "Repubblica" è sconvolgente per il trasformismo congenito al giornale: Scalfari ha aperto questo giornale come giornale di sinistra, di sinistra colta, e ha progressivamente, con un disegno calcolato di cinque, sei, sette anni - da quando esiste - rivoluzionato l'asse di riferimento

, per cui i lettori sono rimasti ma il condizionamento massiccio fa sì che il termine di riferimento politico, cioè l'insistenza ossessiva in termini - questo, sì, da anni trenta - propagandistici, ha i suoi effetti, quanto meno effetti di stordimento). Il Psi ha risposto non sapendo individuare i termini della questione, in ogni caso sempre con un basso profilo. Il partito socialista ha poi un modo di condurre le iniziative in maniera grottesca, cioè qualunque cosa faccia, proprio perché non capisce quello che sta facendo, fa ridere; e su questo io purtroppo non è che ci posso fare niente, però ha un uso come se non conoscesse i meccanismi della società industriale, l'obsoloscenza rapidissima, i tempi di intervento, la repentinità dei movimenti... Il "made in Italy" ad esempio, doveva essere una cosa seria, una risposta all'internazionalizzazione dei capitali, la possibilità che il partito socialista garantiva all'industria italiana di crearsi un nuovo mercato sulle compatibilità esistenti, non procedendo a

questo rivolgimento che negli altri Paesi può avvenire, perché hanno un altro sistema politico, ma che nel nostro ha un segno che è inequivocabilmente illiberale.

La questione delle nuove tecnologie, sulle quali si è tanto insistito, è stata talmente poco capita dal Psi nei termini di una proposta da controllare, guidare, analizzare politicamente, che è diventata una ideologia di partito, al di fuori della partita storica che si gioca oggi sulle nuove tecnologie che è quella del raccordo con il modello liberale di società, non con il modello pan-industrialista - adoperiamo questa formula che è quella di De Benedetti. E tuttavia dobbiamo constatare che, anche se con questo basso profilo, il Psi ha avvertito questo elemento, e devo dire che il Partito Radicale è molto tempo che gli fornisce il quadro politico; ma come handicap nostro, di tutti, gli elementi vettori-guida sono in qualche misura mancati...

 
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