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Gentiloni Filippo - 25 luglio 1985
Il radicale di poca fede
di Filippo Gentiloni

SOMMARIO: Interviene nel dibattito aperto dal "Manifesto" sui radicali, solo per un settore, quello dei "cristiani critici", legato spesso "intimamente anche se conflittualmente" con l'"area dei radicali". I primi rapporti con i radicali, i cristini critici li ebbero con la campagna anticoncordataria, che i radicali raccolsero da soli. Questo, fino al 1973. Poi il "grosso" dello schieramento dei Cristiani per il socialismo si allontanò dai radicali. Perché? Le risposte riguardano due temi, la "scelta di classe" e la diffidenza verso il modo con cui i radicali conducevano la lotta politica, "personalistico, elitario, unilateralmente anticomunista". Peccato, perché le battaglie continuavano ad essere le stesse. Occorrerebbe oggi un "rimescolamento delle carte".

(IL MANIFESTO, 25 luglio 1985)

Nel dibattito sul Partito Radicale, aperto da Mauro Paissan e Luigi Manconi, intervengo per un settore soltanto, che mi coinvolge personalmente, quello dei cristiani critici ( meglio che "cristiani del dissenso", espressione troppo negativa): un settore, d'altronde, che è stato sempre legato intimamente, anche se talvolta conflittualmente, all'area dei radicali italiani. E' proprio la storia di questo rapporto che vale la pena di rivisitare, per trarne, forse, qualche indicazione per il presente.

Fin dagli inizi, i cristiani critici hanno trovato nel Pr un interlocutore attento e pronto a rilanciare. Il più pronto, anzi, fra i partiti italiani, se è vero che la prima e principale battaglia politico-ecclesiale dei cristiani critici è stata quella anticoncordataria per la quale soltanto i radicali si impegnavano con loro fino in fondo: il Pci, come è noto, continuava a rifarsi al famoso voto togliattiano sull'articolo 7 della Costituzione, i socialisti continuavano a ripetere affermazioni generiche di laicismo. Cristiani critici e radicali si trovavano insieme in dibattiti e tavole rotonde, uniti non soltanto dalla convinzione dell'importanza della lotta contro il Cocordato, ma anche da un corto tono comune: una sorta di profetismo, di disagio per gli accomodamenti tattici di diffidenza per le posizioni di massa.

Erano gli anni del dopo '68: gli anni dell'esodo di tanti e tanti cristiani dalle file democristiane, senza ancora, per molti di loro, un chiaro approdo. Dal '68 al '73, se proprio si amano le periodizzazioni: il '73 è l'anno del golpe cileno ( e dei conseguenti famosi articoli di Berlinguer su "Rinascita"), ma anche, nel nostro piccolo, del movimento dei Cristiani per il socialismo, che rappresentò il momento politico di quasi tutti i cristiani italiani. Ma di fatto, nonostante discussioni e dibattiti, nell'"arco" delle posizioni dei Cristiani per il socialismo i radicali non c'erano. L'arco andava, come si era soliti dire allora, dalla sinistra extraparlamentare fino ai socialisti. Così suonava l'indicazione di voto nei momenti elettorali. Non so per colpa di chi - probabilmente di tutte e due - l'estraneità fra i Cps e il Pr andava aumentando.

Non che non ci fossero più cristiani critici fra i radicali, tutt'altro. Lo stesso incompleto elenco di nomi noti citati sul manifesto da Gianluigi Melega lo dimostra. Ma si trattava di casi piuttosto isolati, anche se politicamente rilevanti. Il "grosso" del "piccolo" schieramento dei cristiani di sinistra si divideva ormai fra posizioni più vicine al Pci e posizioni più vicine ai gruppi extraparlamentari (mentre anche i rapporti con i socialisti andavano scomparendo).

So bene che questi accenni storici sono semplicistici, ma possono introdurre un minimo di analisi sulle motivazioni. Come mai il distacco - o, se si preferisce, la freddezza - se è vero che le tematiche continuavano, se non a coincidere, per lo meno a incontrarsi?

Un interrogativo che non ammette risposte semplici e che coinvolge natura e strutture sia dell'area dei cristiani critici che dell'area radicale.

Mi sembra, comunque, che le risposte, per quanto molteplici, si possono ridurre a due capitoli principali, il primo piuttosto di sostanza, il secondo di forma.

Il primo si può far risalire alla cosiddetta "scelta di classe". I cristiani critici, nella grande maggioranza, intorno agli inizi degli anni '70, avevano saltato il fosso, passando da un generico atteggiamento anti-Dc ad una più precisa opzione "per il socialismo", nel senso, appunto, di una opzione "di classe". Non si può, si diceva, condurre una coerente lotta alla egemonia democristiana - e a tutta quella parte di chiesa che la sostiene - se non schierandosi decisamente (politicamente e culturalmente) dall'altra parte, quella del movimento operaio. Le posizioni intermedie o non esistono o sono, nonostante la buona volontà, funzionali al potere. Si aveva - a ragione o a torto - la sensazione che, invece, il Pr e la sua area il fosso non lo avessero soltanto e non lo volessero saltare. Un atteggiamento che oggi, a distanza di anni, possiamo giudicare venato di ideologismi, di quello schematismo manicheo tipico dei neofiti. Un atteggiamento, però, che ebbe il vantaggio della chiarezza e che fece taglia

re i ponti e bruciare le navi.

Con questo ostacolo sostanziale se ne è intrecciato uno di forma, o, meglio, di metodo. A molti cristiani critici nel corso degli anni '70 e '80 il metodo radicale di fare politica appariva poco convincente: è difficile descriverne il motivo ma lo si intuisce. Troppo personalistico ed elitario, troppo unilateralmente anticomunista. Il gruppo dirigente radicale appariva poi troppo legato a leaderismi di tipo carismatico, impermeabile a sollecitazioni provenienti dall'area, e così via. Difficoltà che probabilmente molti altri hanno sentito, ma che i cristiani critici, data la natura della loro sensibilità e cultura, assumevano un aspetto e una accentuazione particolari.

Peccato. Soprattutto perchè nel frattempo le battaglie continuavano ad essere le stesse. Dopo il concordato, ieri il divorzio e l'aborto, i diritti civili; oggi l'ambiente e la pace, e la fame, per non toccare che i principali capitoli che uniscono i radicali e cristiani verderossi.Per lo meno negli obiettivi, anche se divergono tattiche e alleanze. Peccato, anche perchè interessanti convergenze sarebbero possibili oggi sui metodi di lotta politica non-violenta, cari ai radicali e a parecchi filoni di cultura cristiana critica in un momento come l'attuale, in cui da tutte le parti i metodi violenti mostrano la corda: penso, ad esempio, al digiuno che oggi accomuna non soltanto gandhiani e radicali, ma gli operai minacciati di licenziamento a Bergamo e addirittura un ministro, prete cattolico, del governo rivoluzionario nicaraguense.

Il rimescolamento generale delle carte politico-culturale che è in atto può permettere nuovi incontri fra aree e strutture. Ma nuovi, appunto: non la riedizione aggiornata di antichi successi e errori.

 
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