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Pannella Marco - 27 gennaio 1986
L'affare Dupuis
di Marco Pannella

SOMMARIO: L'autore critica la sentenza del Consiglio di guerra di Bruxelles che ha condannato Olivier Dupuis, affermatore di coscienza, a 24 mesi di carcere applicando con automatismo una procedura usata con tutti i disertori e i Testimoni di Geova: non di giustizia si tratta, ma di un'azione di ordine e di opportunità politica.

(Notizie Radicali n· 22 del 27 gennaio 1986)

Certa che si continuerà a decretare l'indegnità nazionale, e ad espellere i disertori dall'esercito, la giustizia militare sembra rifiutarsi sia di applicare una pena che si situi tra il massimo e il minimo della pena (da due mesi a due anni), sia di prendere in considerazione circostanze attenuanti o l'eventualità di una condizionale. Questa giurisdizione è la negazione del principio fondamentale per cui ogni responsabilità penale è di ordine e di natura personale. Così il Consiglio di guerra ha condannato Olivier Dupuis a 24 mesi di carcere, e alcuni esperti scommettono che la Corte di Appello confermerà questo giudizio. (Bisognerebbe condannare il disertore a 24 mesi per evitare che la durata della pena sia inferiore a quella del servizio militare o civile. Ma non è anche questo un modo per aggirare la legge? Questa tecnica, secondo la quale il disertore si trova esentato dal servizio alla fine della pena, dimostra che non di giustizia si tratta, ma di un'azione di ordine e di opportunità politica).

Si ammette che, in questo caso specifico, sarebbe un danno se fosse così. Ma si fa rimarcare che questa giurisprudenza, quanto meno singolare, non sarebbe che la conseguenza che la maggior parte dei colpevoli sono, da lungo tempo ormai, »testimoni di Geova , la cui linea di difesa consiste... nel non difendersi. Questa è infatti l'ideologia di questa chiesa, che sembra apprezzare questa specie di seminariato ideale, a spese dello Stato, che permette di meglio forgiare i suoi »soldati di Dio al riparo delle tentazioni mondane. Misera spiegazione. Automatismo contro automatismo, e non piuttosto una sorta di intesa cordiale tra due cleri: chierici dello Stato da una parte, chierici dell'obiezione di coscienza dall'altra? Perché, in fin dei conti, delle due l'una: o si pretende -ma ancora è fatto da dimostrare giuridicamente- che questi giovani sono incapaci di intendere e di volere per il solo fatto di appartenenza a questa chiesa, e allora non li si potrebbe condannare: o, invece, sono responsabili. E associa

ti nella stessa organizzazione, uniti nello stesso credo, nondimeno sono individui, con ognuno la propria storia, i propri caratteri, intenzioni, eccetera; e le pene dovrebbero essere fissate tenendo conto di queste differenze.

Il Consiglio di guerra non vuole vedere apparentemente Olivier Dupuis come un anonimo, come un personaggio quasi inesistente di una pièce prestabilita e pregiudicata. E ciononostante...

Rompendo con una vecchia tradizione politica, Olivier Dupuis, affermatore, e non denegatore o semplicemente obiettore di coscienza, partecipa al rito della giustizia in nome degli stessi valori che si presume siano alla base della scelta militare, rendendo così omaggio ai suoi giudici nel momento stesso in cui contesta fino in fondo la giustizia militare. Auspicando un dialogo sulla sicurezza e sulla difesa di un paese o di un popolo, denuncia la illusione (»il 1914 e il 1940 non ci hanno insegnato nulla? ) delle strategie stile linea Maginot, che si tratti di missili o delle armi cosiddette convenzionali, o ancora della struttura classica degli eserciti di cui la disciplina sarebbe la forza. Egli stima di non poter accettare nemmeno il servizio civile, risposta inadeguata al dovere della difesa del territorio e dello Stato: difesa del diritto che egli considera come l'arma essenziale da opporre, risolutamente, aggressivamente, al »nemico , ai sistemi totalitari che rappresentano una minaccia strutturale con

tro la pace. E' necessario, ritiene Dupuis, attaccarli subito e sempre, destabilizzarli, perché perdano la loro forza mostruosa, nutrita dal sequestro dei diritti dei cittadini di questi Stati totalitari, diritti peraltro garantiti da testi aventi forza di legge per noi come per loro. Dupuis assume peraltro interamente a proprio carico il rifiuto del servizio civile, discriminatorio, penalizzante, dal punto di vista del lavoro, della dignità, dell'uguaglianza.

Soggetto di diritto europeo, la sua azione è infatti quella di un militante federalista che esige il rispetto delle risoluzioni del Parlamento europeo sull'obiezione di coscienza e contro lo sterminio per fame nel mondo. Elucubrazioni da intellettuale? Dirigente del Partito radicale, Olivier ha un curriculum che non si può ignorare. Olivier dà corpo alle sue convinzioni con una forza e un'intelligenza che non sono quelle di un fanfarone. Responsabile dell'organizzazione di puntuali azioni dirette nonviolente -pure non senza pericolo per lui- all'Est come all'Ovest, in Turchia e in America, ha conosciuto le prigioni di Praga (interdetto al soggiorno per cinque anni) e della Yugoslavia, dove è ugualmente interdetto al soggiorno. Ricordiamo anche uno sciopero della fame di diverse settimane, in favore dei progetti di legge Nord-Sud, contro la fame nel mondo e in favore dell'utilizzazione pacifica dell'arma alimentare. Per questo ha manifestato contro gli accordi Usa-Urss, che hanno permesso di fornire trenta mi

lioni di tonnellate di cereali a Mosca. Infine, è grazie a lui che una petizione, sempre a proposito dei diritti europei e di fame nel mondo, ha potuto essere firmata da 13.000 cittadini europei: petizione sulla quale oggi il Parlamento europeo sta lavorando.

Incorreggibile, Olivier Dupuis? Puro e duro? Sui suoi principi nonviolenti e politici, sicuramente. Ma è nella misura in cui su questi principi egli non transige, che intende vincere il suo processo davanti alla giustizia militare, e questo seguendo opinatamente la »strada maestra del diritto della procedura, delle discussioni sui motivi della sua condanna. E', giustamente, in diritto, ch'egli contesta la legittimità dei tribunali militari e il fatto che dei militari siano costretti a divenire giudici, ciò che non è la loro missione, né loro professione, e questo senza avere l'indipendenza richiesta.

Olivier chiede perciò che tutte le possibilità previste dalla legge siano esaminate, in particolare la questione delle circostanze attenuanti e quelle della sospensione condizionale. Insomma, intende verificare la giustizia militare, con fiducia e con profondo rispetto di coloro che dovranno giudicarlo. Dalla sua prigione di St. Gilles, ci fa sapere che esaminerà la sentenza fin nelle virgole, per cercarvi dei segni positivi che gli permettano, se del caso, di manifestare la sua riconoscenza. E allora, invece, il massimo della pena? Niente sospensione, niente circostanze attenuanti? O invece, al contrario, due anni meno venti giorni, con le attenuanti e la sospensione? E quale governo oserebbe emanare un decreto di »indegnità nazionale che il Consiglio di Stato annullerebbe a colpo sicuro?

Sembra probabile che il processo in corso a Olivier Dupuis non sarà l'ultimo. Dopo una condanna, resterà comunque di fronte alle sue obbligazioni militari? A men che non trovi lui stesso, negli avvenimenti, ragioni per compiere il suo servizio: teoricamente, è sempre possibile, visto l'itinerario, intellettuale e morale, di un radicale come Olivier Dupuis.

 
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