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Negri Giovanni, Pannella Marco - 18 luglio 1986
Per conquistare democrazia a se stessi e agli altri
di Giovanni Negri e Marco Pannella

SOMMARIO: Il testo che segue costituisce una proposta di base per il dibattito interno ed esterno sulla prospettiva di cessazione delle attività del Partito radicale, soprattutto in vista dell'Assemblea degli iscritti al PR che si terrà a Roma alla quale sono stati invitati i rappresentanti di tutti i partiti.

(Notizie Radicali n· 167 del 18 luglio 1986)

1. A che punto è l'elaborazione del progetto di cessazione delle attività.

a) sul piano tecnico-giuridico: Abbiamo acquisito il parere del prof. Chiola (pubblicato sullo scorso numero di Notizie Radicali n.d.r.) sui problemi connessi alla tutela del nome e del simbolo, del patrimonio; al finanziamento pubblico, all'esistenza degli eletti e del gruppo. Prima dell'assemblea generale sarà conosciuto anche quello del prof. M.S. Giannini e di un gruppo di esperti. E' sulla base di questi due documenti, e del dibattito che l'assemblea avrà svolto in proposito, che il segretario del Pr proporrà al Consiglio federale, prima del congresso e per il congresso stesso, il progetto definitivo.

b) sul piano politico: è prevalente, pressoché generale, l'interpretazione secondo la quale il progetto di cessazione precluda politicamente progetti di »conversione del partito, di qualsiasi »confluenza , diretta o indiretta, del partito stesso in altre formazioni tra quelle esistenti, o -allo stato- anche fra altre nuove; non si tratta, infatti, da parte del Pr, di un giudizio negativo sulle proprie chance -in assoluto- di serbare o incrementare i suffragi fin qui avuti e il peso di opinione anche ai vertici delle istituzioni e della politica: si tratta di un giudizio sull'impantanamento e la paralisi delle istituzioni e del gioco democratico (non di quello »politico ), sulla crisi del sistema di usurpazione partitocratico che si rivela comunque incapace di garantire alle istituzioni, al paese, ai cittadini, un governo adeguato della società e delle istituzioni, la certezza del diritto e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, delle forze politiche di fronte al suffragio popolare. In tale contes

to, se accettato, è impossibile immaginare il funzionamento democratico, qualsiasi vera alternanza, qualsiasi vera politica di governo, di riforma, di progresso.

Da quando il Partito radicale (fin dal lontano 1980) ha progressivamente posto al centro della propria esistenza il problema della certezza del diritto, dell'usurpazione e della paralisi partitocratica, della crisi delle istituzioni e del gioco democratico, e l'ha posto in termini di »non collaborazione , di »disobbedienza civile , di »obiezione di coscienza , di »sciopero del voto , di »codice di comportamento , di contestazione della legittimità costituzionale e democratica del Parlamento e delle altre istituzioni, sono maturate progressivamente ampie analisi convergenti, per ora specie a livello di analisi e di teoria politica. Le affermazioni più recenti di un »padre della democrazia come Norberto Bobbio, fino a quelle di lobbies potenti come quella scalfariana, l'esito -clamoroso, per molti versi- di una »ricerca sulla certezza del diritto e sul gioco democratico che sarà reso pubblico tra breve, confermano ormai che il Pr aveva visto giusto, ed a tempo. Ma non si traggono ancora conseguenze operative

, concrete, di fronte alle denunce ed alle analisi di questo tipo, che sembrano condivise da gran parte dell'opinione pubblica, non più accusata per questo di primario qualunquismo e di irresponsabilità civile.

Se è quindi indubbio il carattere di registrazione di una sconfitta politica del Partito radicale come partito dello Stato di diritto e della democrazia politica, il progetto di cessazione delle attività costituisce il tentativo di evitare che questa sconfitta si muti in fallimento politico della realtà e della prospettiva di democrazia politica e di riforma civile e istituzionale per tutti e per ciascuno.

La cessazione dell'attività, come obbligata per chi non voglia ridursi ad alibi per il regime che avversa e quindi anche a rinuncia della speranza generica di rivolgimento della realtà e della prospettiva, è quindi certamente un ulteriore aggravamento, inevitabile e costoso, della situazione. Ma è lecito almeno sperare che in tal modo si riesca a contribuire a un incardinamento di una maggiore coscienza dei propri doveri e dei propri interessi, oltre che di quelli della democrazia e del diritto, da parte di una parte almeno della classe dirigente, quella che sembra aver scoperto, o essere sul punto di scoprire, il carattere di sistema istituzionale dell'usurpazione partitocratica, con il seguente onere ad impegnarsi concretamente a creare una via d'uscita, a conquistare una diversa realtà, a battere le forze della conservazione -impossibile- del regime esistente.

Se si dovesse, dunque, arrivare all'adozione del progetto di cessazione delle attività e -nel persistere delle condizioni che ne sono alla base- all'autoscioglimento, all'autodissoluzione del Partito radicale, sarebbe lecito sperare che da questo atto di rigore morale e di vigore civile si accendano scintille o il detonatore della riforma di sé e del sistema che è per noi necessario provocare in Italia.

2. Ipotesi principali: adozione da parte del congresso del progetto, che comporterà un congruo periodo per essere attuato; adozione di una diversa scelta e linea politica, in alternativa.

Lo scenario possibile dovrebbe essere il seguente: verifica politica, attraverso il grande dibattito dell'assemblea generale degli iscritti che si terrà a Roma il 25/27 luglio, della prospettiva della cessazione delle attività, dopo più di un semestre dall'apertura del dibattito nel partito sulla relativa delibera pre-congressuale; a settembre, presentazione delle linee del progetto da parte del segretario al Consiglio federale, presentazione al Consiglio federale del progetto nell'immediata vigilia del congresso (fine ottobre, a Roma); decisione del congresso. Sin d'ora si può affermare che, se adottato, il progetto (politico e non meramente esecutivo) di cessazione delle attività comporterà/ebbe un congruo periodo (semestrale?) di »attività di cessazione . E' evidente che il congresso, sovrano, potrà essere investito di altre soluzioni, alternative: prosecuzione ordinaria dell'attività, promozione di »conversioni del partito, di »intese con altre forze, ecc... Ma, allo stato, nulla consente di considerar

e probabili iniziative di tal fatta da parte degli organi istituzionali (segretario, tesoriere, consiglio federale) o di esponenti o gruppi di esponenti del partito con particolari responsabilità attuali o passate. Ovviamente nell'assemblea si potrebbero manifestare tendenze di questo tipo; ma, per ora, si tratta di mere ipotesi teoriche.

3. Carattere esemplare e -almeno indirettamente- di proposta ad altre forze politiche democratiche dell'eventuale cessazione di attività, prodromo probabile della chiusura del Pr. L'autodissoluzione come prospettiva, del Pr quale stimolo e detonatore per un nuovo assetto politico, nuove strategie, convergenti con una riforma di tipo »anglosassone , di democrazia politica anziché consociativa, costituzionale anziché »materiale del sistema politico.

4. E' possibile immaginare il superamento della proposta di cessazione delle attività, fare l'economia di questo atto grave per le forze democratiche e per le stesse istituzioni? Quel che il Pr ha avuto la forza di individuare per se stesso anche per evitare che una sconfitta politica di una parte si traduca in contributo per il fallimento storico di un ideale concerne -a ben vedere- gli stessi partiti della partitocrazia, che rischiano di scomparire anch'essi, di essere morti che credono di essere vivi.

La crisi di governo dovrebbe rendere clamorosamente evidente una evoluzione che il Pr indicava da tempo, come anche altri ma senza trarne coerenti previsioni e constatazioni. Gli stessi partiti della partitocrazia stanno, nel bene e nel male, scomparendo. Non v'è più Dc, ma De Mita; Psi, ma Craxi; Msi, ma Almirante; Pri, ma Spadolini... Le decisioni, le scelte di questi partiti sono apprese dai partiti stessi dai giornali, la mattina dopo della loro adozione e comunicazione da parte del »leader . In tal modo, ovviamente, scelte e obiettivi tendono a perdere completamente respiro storico e politico, per divenire di mera amministrazione dell'esistente in termini di potere e di sottogoverno, di voti e di posti.

Paradossalmente la crisi attuale sembra determinata più dalla condanna all'uniformità sostanziale alla quale i »leader tentano di ribellarsi con l'enfatizzazione incattivita di esigenze sempre più bizantine, o sempre più di immagine, che da dissensi e differenze politiche di fondo.

Si accelera rapidamente il processo di sterilizzazione di tutto l'esistente politico, dopo quello dell'esistente democratico: il Parlamento diviene un ingombro inutile e dannoso; poi lo diventa la stessa vita »democratica , »statutaria dei partiti della partitocrazia. Privo di questi, ed altri, punti di riferimento, il governo del paese passa da una »stabilità positiva, favorita da quei vuoti, a riscontrare il rischio di essere esso stesso vuoto di possibilità reali, di prospettive drammaticamente necessarie se devono essere adeguate ai grandi rivolgimenti della società.

Lo »specifico radicale ha rappresentato, per oltre un decennio, anche un surrogato, un palliativo a questa crisi: i diritti civili, la messa in crisi dei momenti peggiori della »democrazia consociativa che sembrava essere condannata a darsi un contesto violento per legittimarsi e per funzionare, l'alzare il tiro della politica con gli obiettivi della politica della vita contro lo sterminio per fame e degrado del diritto e delle istituzioni, sono serviti a tutti, avversari compresi, che ne hanno tratto una sorta di »legittimità della politica e del sistema, per almeno un paio di generazioni di cittadini.

Ma il digiuno di democrazia non può -come ogni altro- essere sopportato a lungo, troppo a lungo, indefinitivamente: l'impossibilità del paese di »conoscere per giudicare , la distorsione sistematica dell'immagine radicale, alla lunga, sta portando le conseguenze fatali: se il Pr può sempre contare di avere medie fra »socialdemocratiche , »repubblicane , o anche »missine (il che non lo interessa) deve oggi riscontrare l'impossibilità di produrre quei fenomeni politici di vittorie e conquiste di maggioranze sociali che l'hanno interessato e »giustificato .

Gli »iscritti restano sostanzialmente gli stessi, numericamente tendono persino a contrarsi, con quel che comporta per un partito che vive secondo le indicazioni dell'art. 49 della Costituzione, come associazione privata anche se di interesse pubblico, con l'autofinanziamento delle proprie attività, nella legalità statutaria e pubblica la più esasperata. I cittadini in grado di giudicarli diventano sempre meno: appartengono a fasce generazionali memori delle battaglie sul divorzio, sull'aborto, sui diritti civili, sulla questione morale, che abbiano memoria intensa e propria di quel partito, sicché è loro ancora possibile comprendere questo (identico) partito. Intanto il Parlamento diviene impraticabile e insignificante, lo scontro ideale e politico inesistente, le ragioni stesse dell'impegno democratico diventano irriconoscibili.

In questo contesto l'ipotesi di un superamento della prospettiva della cessazione delle attività, come necessità politica e unica opportunità non negativa appare oggi affidata ad un'improbabile conoscenza da parte di ampi settori dell'opinione pubblica delle ragioni della scelta cui il Pr si ritiene/riterrebbe costretto, con conseguente salto di qualità del loro sostegno e del loro impegno con il Pr, o da una presa di considerazione e in carico da parte di altre forze politiche, o ambienti dirigenti, dello stesso risultato.

E' sembrato nel Pr, nel dibattito fin qui svolto, ad esempio, che un »salto da tremila a diecimila iscritti per il 1987, acquisito dal congresso 1986, costituirebbe un segnale e una situazione di novità sostanziale, quantomeno nella congiuntura immediata, tale da costringerlo a rimettere in discussione la decisione di cessare le attività in quanto un nuovo rapporto di forze tra l'esistente e l'auspicabile »radicale si verrebbe in tal modo così a determinare.

E' pensabile che questo avvenga? Sì. E' probabile? Assolutamente no, specie in considerazione che finora nessun partito, nessun ambiente, nessun »osservatore , nessun »intellettuale , nessun »laico , »socialista , »liberale , »democratico che dir si voglia, ma proprio nessuno, ha mostrato anche solamente di accorgersi del problema posto a se stessi, ma anche a loro, dai radicali.

I radicali, in questi anni, hanno mostrato di sapersi porre il problema di storie »altre , e non solamente quelle più vicine, come direttamente interessanti la loro stessa vita, a volte come proprie. Così, al di fuori e magari contro ogni »contrattualità , è accaduto nei confronti del Psi e del Pli, financo del Psdi, in alcuni momenti, e di attese e interessi tradizionalmente propri al mondo dei credenti e dei cattolici.

E' sulla base di questa capacità che -mentre constatano il livello di pericolo come superato anche per i partiti di regime, amici o avversari che siano- non cessano di lanciar segnali o di operare anche concretamente per una riforma del sistema, anziché contrapposta al sistema, per indicare agli scontenti di ogni famiglia storica e politica, a cominciare da quelli laici, liberali e socialisti, l'obiettivo della costituzione di una nuova »prima forza e di una speranza per l'oggi, non per un lontano futuro, di democrazie e di progresso, di giustizia e libertà.

5. All'assemblea generale degli iscritti sono stati invitati i segretari e i presidenti dei gruppi parlamentari di tutti i partiti, per ascoltare la relazione introduttiva e per intervenire. Il Psi ha già assicurato la sua piena partecipazione; e di questo tema si discuterà nella riunione con il Pli, oltre che del patto di consultazione istituzionalizzato tra i due partiti.

6. Il presente testo è una proposta di base per il dibattito esterno, e non solo interno, sul progetto di cessazione. Un progetto che coinvolge direttamente quanti intendono operare per il superamento dell'attuale crisi politica e istituzionale, per la riforma in senso democratico e costituzionale del sistema attuale.

7. La chiusura delle trasmissioni di Radio radicale -che si evoca per ultima, ma è forse la prima per valore e per esemplarità- meglio consente la riflessione e l'assunzione di responsabilità, in quale direzione che sia, da parte della classe dirigente: da ogni parte si riconosce ora che Rr costituisce o costituiva (se non si risolverà la sua situazione di crisi) il solo esempio di servizio pubblico e democratico per tutti.

 
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