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Ceccarelli Filippo, Pannella Marco - 17 agosto 1986
Il Bettino sono me
ESCLUSIVO/CRAXI RACCONTATO DA MARCO PANNELLA

Intervista con Marco Pannella di Filippo Ceccarelli

SOMMARIO: Marco Pannella e Bettino Craxi: dalle lotte universitarie ai giorni nostri, "dall'antagonista radicale al protagonista socialista" (titolo del congresso radicale del 1979), la storia dei rapporti tra "due compagni, non della stessa classe, ma della stessa scuola. Due amici che hanno fatto delle cose insieme ma che si vedono incidentalmente". "Lo feci eleggere trent'anni fa nella giunta studentesca dell'Ugi. Gli suggerii di portare Pertini alla presidenza della Repubblica. Lo sconsigliai di incontrarsi con Gelli. Adesso gli dico: punta sul Quirinale". E gli insulti reciproci? Il leader radicale spiega anche quelli.

(PANORAMA, 17 agosto 1986)

Il giovane Bettino Craxi, politico alle prime armi, promosso e poi bocciato nel parlamentino universitario. Lo stesso Craxi, tanti anni dopo, presidente del Consiglio alla guida del governo più lungo della Repubblica. E poi le affettuose bizze di Sandro Pertini, gli slanci di Giacomo Mancini, il fatalismo di Francesco De Martino. Una galleria di personaggi che da Pietro Nenni arriva a Claudio Martelli. Trent'anni di storia socialista come li ha vissuti Marco Pannella.

Psi-Pr, una lunga stagione di destini intrecciati. Pannella li racconta a "Panorama" all'indomani dell'assemblea di autoscioglimento del Partito radicale e nei primi giorni del secondo governo Craxi.

Domanda. Chi erano, cosa rappresentavano per lei i socialisti nel dopoguerra?

Risposta. A 17 ani, nel 1947, c'era il Psiup. Nel Paese le masse socialiste erano con Nenni, che cominciava a meritare il premio Stalin. Al vertice c'era anche Giuseppe Saragat, del quale Mario Pannunzio, sull'organo del Pli "Risorgimento liberale" salutava "il discorso liberale". Ben presto arrivò la scissione: il Psi, frontista, appiattito sulla politica di Togliatti e il Psli, poi Psdi, sulle posizioni che sono oggi del Psi.

D. All'università c'era l'Ugi, l'organizzazione studentesca laica della sinistra democratica. E' qui che conosce Craxi?

R. Sì, un giorno, nel 1956, Ugo la Malfa mi dice che va al congresso ugino di Perugia, dove peraltro avevo deciso di non andare. Mi sentivo già un po' senatore, o "padre nobile". Invece decido di partire, con la sua automobile. A Perugia scopro che vogliono impedire a un giovane socialista, che a 18 anni era stato morandiano, ma ora autonomista, di essere eletto nella giunta. Mi sembrò sbagliato e ingiusto. Intervenni e quel giovane fu eletto. Era Bettino Craxi, che un paio d'anni dopo diventò vicepresidente dell'Unuri, l'organismo unitario che noi laici governavamo in alternanza con i cattolici.

D. Lavoraste insieme?

R. No, io me ne tornai a fare il Partito radicale. Però, a un certo punto, mi sembrò che in quella gestione c'erano delle cose non convincenti, un po' troppo, come dire, da sottogoverno. Così tornai a occuparmene.

D. E uno degli epurati fu Craxi.

R. Intendiamoci, Bettino non aveva responsabilità specifiche, era una tendenza generale. Andai comunque a esporgli le mie preoccupazioni.

D. E lui?

R. Lo ricordo attento e sereno. "E vabbè" mi disse "lasciami pensarci su". Alla fine fu molto disponibile: si mise da parte. Ebbi l'impressione che fosse una scelta convinta, per aiutarci.

D. Nessuna ruggine, dunque?

R. No, direi proprio di no. Ci vedevamo poco, ma ci seguivamo. Una sera ce ne andammo in birreria e parlammo a lungo. Era stato a Parigi: discutemmo di chansonnier, di politica, delle nostre vite private...

D. Mentre lei torna di nuovo al Partito radicale, all'inizio degli anni Sessanta il Psi imbocca la strada del centro sinistra.

R. Proprio su quella formula si spacca il Partito radicale. Eugenio Scalfari, Lino Jannuzzi, Stefano Rodotà e molti altri vanno verso i socialisti. Pannunzio, Nicolò Carandini e il nucleo storico del "Il Mondo", a eccezione di Ernesto Rossi e Bruno Villabruna, verso La Malfa. Presto è la scissione. Noi invece rimaniamo a fare gli "autonomisti radicali" e comincia la nostra traversata nel deserto: divorzio, aborto, diritti civili, federalismo, impegno nonviolento, antiautoritarismo, antinucleare, rinnovamento laico, libertario e socialista della sinistra italiana.

D. Nella più totale indifferenza da parte dei socialisti.

R. Ma nel 1965 compare un personaggio importantissimo, Loris Fortuna. Subito diventiamo siamesi. Loris prende la doppia tessera: i problemi del Psi, attraverso di lui, diventano anche i nostri. Fondiamo la Lega italiana per il divorzio.

D. Come reagisce il Psi?

R. C'è molta simpatia e molta diffidenza. Ci lasciano fare. Il vertice socialista media ma "copre" Loris. Intanto il volto laico e libertario comincia a fare opinione all'interno del Psi.

D. Nel frattempo due ex-radicali, Jannuzzi e Scalfari, sono diventati parlamentari del Psi.

R. Sì, dopo la vicenda giudiziaria "Espresso"-De Lorenzo, quando c'è rischio di galera per i due giornalisti. E' Giacomo Mancini a farli eleggere.

D. Mancini: un socialista che ha un certo peso nei rapporti tra Psi e Pr.

R. Lo conosco, appunto, attraverso Jannuzzi. Giacomo ha la nobiltà e la forza morale dei socialisti riformisti. E' un uomo di grande tolleranza e di qualche rassegnazione di stampo meridionale. E' retto, e lo paga con annosi linciaggi che lo costringono alla difensiva e lo riducono alla solitudine.

D. Come ricorda la sua segreteria?

R. Come una leadership che facilita senz'altro i rapporti tra Psi e Pr. Nel 1970, alle prime elezioni regionali, stiliamo un accordo su comuni obiettivi: divorzio, Concordato, obiezione di coscienza, Rai Tv (quest'ultimo punto, però, non ha un gran seguito). I radicali invitano a votare Psi, la più rossa delle schede democratiche.

D. Ma l'era Mancini non dura...

R. Credo che Mancini abbia pagato la ostilità a commistioni fra il Psi e i grandi enti di Stato, di ogni tipo. Era il periodo dei Cefis e dei Servizi... Eppure, anche dopo la sua caduta dal vertice del Psi Mancini alla Camera insorge contro le prevaricazioni di cui spesso noi radicali siamo oggetto.

D. E Francesco De Martino?

R. Un altro gentiluomo. Che però non riusciva a capire che razza di gente eravamo. La sua cultura lo portava a essere schematico e a un sostanziale fatalismo politico. Ma la sua probità intellettuale lo faceva anche profondamente tollerante. Non ci fu ostile.

D. I demartiniani, invece...

R. Gli uomini che gli stavano attorno non si occupavano molto di politica pura, erano più concreti, tra virgolette. Come i lombardiani, in genere.

D. Non crede che avessero paura della vostra concorrenza?

R. No, né paura né simpatia. Fastidio e sufficienza, tutt'al più. Chi ammoniva a non sottovalutarci erano altri: Giulio Andreotti, per esempio, che fin dal 1967 accusò perfino il Pci di essere nei fatti succube della Lega per il divorzio. Dentro il Psi erano soprattutto gli autonomisti nenniani a condividere in gran parte le posizioni di Loris. Il vertice non credeva al divorzio come grande battaglia politica.

D. Ciononostante, dopo la vittoria del 12 maggio 1974, lei va alla sezione "Centro" del Psi e chiede la tessera.

R. Nello statuto radicale non c'era scritto da nessuna parte che io non potessi farlo. Mi sentivo laico, libertario, socialista, era una provocazione nel senso migliore della parola.

D. E come va a finire?

R. La sezione vota e mi accetta. Ma in un secondo tempo la direzione nazionale blocca tutto. Ci riprovo sette anni dopo, nel 1982. Stesse motivazioni, stessa sezione. Insisto, come al solito i compagni sono d'accordo. Eppure, anche in quel caso la direzione avoca a sé la pratica. Ma attenzione, sia nel 1975 che nel 1982 la mia domanda non viene mai respinta.

D. Nel 1976, però, viene respinta l'offerta radicale di un patto elettorale per liste comuni al Senato.

R. Quella è l'occasione in cui rivedo Bettino, che per quel patto si impegna molto. Nelle ultime ore utili, mentre la direzione socialista è riunita per decidere, De Martino mi chiama: "Guarda, io sono contrario" mi dice "ma vorrei che fossi tu a spiegare ai compagni il senso della proposta". Io vado.

D. E Craxi?

R. Mentre aspetto fuori della porta della direzione, Bettino esce un paio di volte: "Marco, le cose si mettono male". Infatti non se ne fa nulla.

D. Ma come erano allora i suoi rapporti con Craxi, che di lì a qualche settimana sarebbe diventato il nuovo leader del Psi?

R. Quelli di due compagni, non della stessa classe ma della stessa scuola. Quando ci rincontriamo i quattro anni di differenza (io sono del 1930, lui del 1934) non pesano più come ai tempi dell'Ugi. Siamo come due amici che avevano fatto delle cose insieme ma che si vedevano incidentalmente.

D. L'ascesa di Craxi rappresenta un punto fermo di svolta nella vita del Psi?

R. Il Midas è sicuramente una svolta. Dovuta anche alla grande intelligenza politica di Mancini: che poi Giacomo sia il primo a pentirsene è un'altra questione. Ma il vero fatto storico è un altro: la presidenza della Repubblica a Sandro Pertini.

D. Un uomo che lei conosce bene...

R. Come no. Quando fu eletto fui felice nel definirlo "un personaggio impossibile che sarà impossibile non amare". Una delle infinite volte in cui Pertini ha minacciato di buttarmi fuori in malo modo, magari a calci, fu nell'autunno del 1970, prima dell'elezione di Leone. "Tu hai il dovere di fare il presidente della Repubblica" gli dissi. Lo prese come un insulto, un tentativo, forse, di blandirlo come presidente della Camera alla vigilia del voto sulla legge Fortuna. Ma io ho la testa più dura della sua, e dal 1972 al 1978, ininterrottamente, dicemmo in pubblico che era l'uomo giusto per il Quirinale. Al punto da farci accusare di volerlo, in quel modo, bruciare.

D. E quando sta per essere davvero eletto?

R. Ne parlo accanitamente con Bettino. Secondo gli schemi correnti, i due si odiavano. Non era del tutto vero. "Secondo me" gli dico "Pertini ti fa presidente del Consiglio". Ci credevo tanto che, una volta al Quirinale, nelle prime consultazioni, oltre al nome di Umberto Terracini e di Aurelio Peccei, faccio anche quello di Craxi. Reazione inferocita: "Tu sei un provocatore" mi strilla e manca poco che non mi tiri la pipa. Se nello studio di Pertini è tempesta, quando usciamo fuori tutta l'Italia ben informata sghignazza alle nostre spalle. Ma un anno dopo il presidente comincia a fare la sua rivoluzione, a incaricare i laici: La Malfa e Craxi nel 1979, Spadolini nel 1981, ancora Craxi nel 1983.

D. La presidenza Pertini comincia proprio negli anni di piombo. Un periodo in cui Craxi sembra isolato.

R. E noi siamo linciati. Ma distinguiamo: sul caso Moro Craxi cerca, dall'interno, di condurre i vertici dei partiti, insomma l'oligarchia, a un atteggiamento più ragionevole e umano; noi puntiamo tutto sulla gestione costituzionale, democratica, parlamentare della vicenda. Siamo entrambi battuti, e Moro è ammazzato.

D. Quando, nel 1980, le Br sequestrano il giudice D'Urso, invece...

R. Insieme riusciamo a impedire un assassinio che avrebbe dovuto essere il detonatore per una sorta di golpe: in quel momento non c'erano in campo soltanto le Br di Senzani ma anche la P2 e quanti invocavano un governo degli onesti e dei capaci. Eppure non fu facile; l'uccisione di D'Urso sembrava cosa fatta. All'inizio, appena noi radicali ci muoviamo, Bettino mi telefona: "Questa volta temo che dovrai farcela da solo".

D. Ma poi si muovono anche i socialisti.

R. Certo, se quel pomeriggio di Natale Craxi non avesse fatto sapere che si stava smantellando l'Asinara, come deciso da tempo anche su richiesta di Dalla Chiesa, la storia d'Italia sarebbe stata diversa... A cose fatte ci vedemmo al Raphael, Bettino era felice. Fu allora che mi disse che Gelli chiedeva di vederlo: "Vengono a Canossa!". "Sì" gli risposi "ma tu non accettare". Ma Bettino è un'altra testa dura. Lo ricevette, offrendo così l'occasione per un'invereconda campagna di sospetti.

D. Eppure, terrorismo a parte, in quegli anni tra lei e Craxi non ci sono solo rose e fiori. Un giorno il segretario socialista se ne esce nei confronti dei radicali con una definizione un po' pesante: "digiunatori a singhiozzo"...

R. E' in campagna elettorale. Anche Bettino, qualche volta, spara cazzate.

D. Un altro giorno, a proposito dell'aborto, dice che "il troppo stroppia".

R. Bettino ha sempre pensato che i radicali rischiano il "troppo". Ma lui, a volte, non facendolo, rischia molto di più.

D. E non gli piacciono neanche i rapporti che per un po' lei intrattiene con Giorgio Almirante.

R. A me risulta che nei confronti del Msi, Craxi, ha cercato addirittura di scavalcarci, quando era presidente del Consiglio. Troppo!

D. E ancora: la questione morale. Nel 1981, lei, Pannella, afferma che il Psi "è lanciato in una politica che pare quasi voglia riscuotere tangenti sull'olocausto per fame".

R. E allora? Avvertivo dei pericoli e lo dicevo. Se fosse stato un altro partito avremmo potuto anche essere disattenti. Con il Psi no. D'altra parte è giusto che il Psi e il Pr si facciano un po' gli affari l'uno dell'altro e viceversa. Ricordo che alle elezioni politiche del 1979, per esempio, Bettino sembrava non fosse riuscito a garantire a Loris Fortuna almeno il posto di capolista in Friuli. Così, in extremis, incaricai Loris, che era molto amareggiato, di dire chiaro e tondo che allora sarebbe stato nostro candidato a Milano, Roma e Udine, fra i capolista, dietro Leonardo Sciascia. E tutto nel Psi andò a posto in un baleno.

D. Insomma, con Craxi lei non riesce a litigare. E' così anche in privato?

R. Non ci vediamo così spesso: meno comunque di quanto si crede.

D. E che genere di incontri sono?

R. Niente di speciale. Si finisce sempre per tentare di risolvere difficoltà nell'immediato. Il tempo per parlare di prospettive Bettino non lo trova mai. Non so se solo con me...

D. E' mai stato a casa di Craxi?

R. Sì, una volta, quando ero di passaggio a Milano. Un auto-invito a cena, con la famiglia: Anna, Bobo, Stefy, Paolo Pillitteri. Una serata piacevole. Si parlò anche della doppia tessera, radicale e socialista. E qualche tempo dopo sono stato contento di sapere che Bobo aveva fatto questa scelta.

D. Un'amicizia che però, in termini politici, le procure soprattutto l'accusa di essere un ascaro del Psi. Il non-voto in Parlamento, per esempio, è servito al governo Craxi.

R. No, Bettino sa meglio di chiunque altro che noi abbiamo una strategia per la quale lavoriamo da 30 anni, e che sui principi siamo testardi. Lui sa fin troppo bene che se noi siamo convinti del nostro non-voto, ci può sputare nell'occhio destro e poi in quello sinistro, però noi non votiamo. Anche nei casi in cui votare ci può tornare utile. Abbiamo comportamenti obbligati, ideali e obiettivi chiari.

D. La battaglia contro lo sterminio per fame, per esempio. Ma anche su questo tema qualche anno fa ci fu un vivace scambio di battute. Craxi parlò di "mistificazione demagogica"...

R. In verità la sua accusa era rivolta ai tremila sindaci, anche socialisti, che avevano proposto la legge Piccoli. Quando buttò lì quella frase era appena tornato dalle vacanze in Tunisia. Forse aveva preso troppo sole.

D. Molto meglio andò la vicenda del referendum sulla scala mobile. Radicali e socialisti proposero di astenersi. Come maturò quella scelta?

R. In quel caso Bettino c'entra fino a un certo punto. La proposta nasce dopo un nostro incontro con Claudio Martelli, che è una figura importantissima nei rapporti tra radicali e socialisti. Si deve infatti a Claudio se la scomparsa di Loris non è stata irreparabile e si è passati da ottimi rapporti personali a ottimi rapporti fra partiti.

D. Quando lo ha conosciuto?

R. Indirettamente nel 1973 o '74, non ricordo. Lessi un suo intelligente articolo su "Mondoperaio". Erano anni in cui a un giovane socialista di serie e grandi ambizioni poteva costare caro parlar bene di Pannella e dei radicali. Lessi e pensai: uno che a un certo momento, sapendo che può sputtanarsi, del tutto gratuitamente, presenta come biglietto da visita proprio la carta della stima per Pannella... Io ho riconoscenze tenaci.

D. E conoscendolo di persona?

R. In Claudio c'è molta passione per la politica, non solo per il potere. E nel Psi c'è bisogno di qualcuno che punti, anche per gusto, sulle idee.

D. Difetti?

R. Non è la persona più puntuale di questo mondo.

R. Oltre che sui referendum sulla giustizia, Martelli è al suo fianco anche in quella operazione, poi fallita, che avrebbe dovuto portate Pierre Carniti alla presidenza della Rai.

R. Anche qui le cose sono più semplici di quanto di creda. Io Carniti in vita mia l'ho visto solo tre volte. Lo conobbi alla fondazione dell'Flm, e, siccome lui era sparato per il nucleare, gli dissi che era una gran bestia. Poi sono andato a trovarlo quando era ammalato. L'ultima volta l'ho visto da Martelli, l'estate scorsa, per spiegargli il perché di quella candidatura.

D. Già, come le era venuta in testa?

R. Semplice. Quando scade il settennato di Pertini, parlando con Martelli, gli dico che Carniti sarebbe l'uomo adatto per il Quirinale. Ma purtroppo, per soli due mesi, non ha l'età giusta. Più tardi il discorso scivola sulla presidenza della Rai: "Con tutti gli errori, mostruosi, che avete fatto sulla Tv" gli dico "mi pare che questa volta serva un fatto nuovo. Pierre è un'occasione da non lasciarsi sfuggire". Tutto qui.

D. E si arriva all'ultimo Craxi...

R. ...Che ormai deve avere e darsi valori e obiettivi all'altezza di presidente della Repubblica o del Consiglio. Diventare uno dei leader dei due o tre partiti del nuovo sistema politico italiano, o passare la mano piuttosto che raschiare il fondo della botte.

D. Può spiegarsi meglio?

R. Sono sempre più convinto che in Italia non c'è possibilità di grandi progetti, di governo vero del Paese finché ci sarà questa polvere di partiti, finché non saranno costruite nella democrazia nuove grandi famiglie della politica italiana.

D. E di questo, secondo Pannella, Craxi è convinto?

R. Mah! Lui crede di essere molto più realista di me, com'è noto.

 
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