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Pannella Marco - 21 marzo 1987
Montanelli e Curcio
di Marco Pannella

SOMMARIO: Indro Montanelli chiedendo la liberazione di Renato Curcio, affermando che la giustizia esige la fine della pena e la condanna ad essere nuovamente responsabile, lo ha costretto a recuperare la voglia di vivere e di lottare, di pensare ad altro che a se stesso. In Curcio infatti "la prigionia è testimonianza e durata dell'errore, della stupidità ottusa, dell'impotenza a creare di chi ha combattuto". In prigione non gli accade altro che "di restare simile a se stesso, se stesso cattolico e comunista, arcangelo che non tollera dallo Stato e dagli altri compromessi, debolezze".

(Il Giornale d'Italia, 21 marzo 1987)

Qualche mese fa Indro Montanelli mi disse: "Senti, io vorrei fare qualcosa per Curcio. Lo stimo. Ha pagato molto con molta dignità. Vedi un po' cosa si può fare...". Dimenticava, l'Indro, di avermelo già detto a metà dello scorso anno.

Quel che poteva fare, l'essenziale, lo ha fatto l'altroieri. Il resto verrà da sé, o quasi. Il problema di Curcio è innanzitutto quello di Curcio, della sua vita, del suo pensiero, della sua opera di oggi. Chiuso in se stesso, la sua ascesi è quella di un monaco di un ordine combattente che, catturato dagli avversari, fa della sua cella il nuovo luogo della sua irriducibile guerra, e passa all'arma della preghiera e della penna d'oca sulla poca pergamena che gli si concede. Indro sbaglia: per Curcio la guerra non è finita fin quando i nemici non si pentono. Della controriforma gli manca non il rigorismo, ma la crudeltà, la ferocia della fede, in sè troppo povera ed esteriore, mondana, anche per lui, come per noi della laica religione della libertà. Così in Curcio la prigionia è testimonianza e durata dell'errore, della stupidità ottusa, dell'impotenza a creare di chi ha combattuto, lo ha giudicato, condannato non tanto e non solo in giudizio, ma ogni giorno, ogni ora di una detenzione che nelle sue forme

è violenza, è contro le leggi scritte, quelle degli "altri" stessi, è responsabilità che almeno moralmente e civilmente anch'essi devono in qualche modo pagare: non fosse che con pubblica dichiarazione di pentimento, poichè è con pubblica violenza che ha straziato la sua immagine e quella dei suoi compagni.

Ma, così facendo, cosa gli accade d'altro se non di restare simile a se stesso, se stesso cattolico e comunista, arcangelo che non tollera dallo Stato e dagli altri compromessi, debolezze, il minimo male; che da questo male è affascinato, come da un abisso pascaliano, sì che il resto, la vita, sembrano affrancarlo dalla responsabilità del non-fare, del non-dialogare, fino a farlo ripiegare su ricerche di linguaggio, con manierismi mariniani, seicenteschi, e così risolvere, consumandola, l'urgenza della parola e della comunicazione.

Ma ieri, dicendo non a lui e non per lui, ma ai suoi compagni (ed ai nostri, se permette: ad un compagno radicale dalla umanità e dalla generosità di Franco Bonisoli) quel che ha detto, dicendo che vuole Curcio libero, che questo è giusto (e Montanelli ha la passione pudica ma divorante per la giustizia, passione più privata che pubblica, poichè ritiene che cercarne e trovarne in chi è potente è becera, o patetica, illusione), che Curcio e i suoi compagni sono onesti, ha a suo modo e da par suo fatto quel che altri tentarono, mentre gli sparavano e approvavano condanne a morte ed esecuzioni, rafforzando così la violenza dello Stato, gridando loro, chiamandoli: "compagni assassini!".

Dicendo, lui, Montanelli, che "la guerra è finita" (ma che "guerra" e "guerra", favoloso Indro!), che i nemici di ieri devono stringersi la mano, indossando di fatto - lui - il cartello "Curcio libero!", rianimando i rassegnati, scuotendo i distratti, castigando vili e violenti, dicendo a tutti che "la giustizia" esige la fine della pena e l'esercizio del diritto d'essere "libero", e la condanna ad essere nuovamente "responsabile", egli ha probabilmente imposto dialogo, ri-conoscenza (per carità, salvate il trattino, o Curcio mi spara disprezzo dentro di sé), voglia di vivere e di lottare, di pensare ad altro che a se stesso, a Renato Curcio. Ed è, era questo che mancava per riuscire a liberarlo.

Naturalmente Montanelli non ha letto una sola pagina dei processi passati ed in corso contro le Br, il 7 Aprile, Pl, e non ha sentito e non sente da Radio Radicale lo svolgersi delle tragedie che continuiamo a chiamare "processi". Non ha letto una sola pagina delle storie delle decine di "Curcio", ancora più sicuramente "pilastri" di nonviolenza, di tolleranza e di democrazia, che nulla chiedono dal fondo dei loro ergastoli e dei loro decenni di pene, se non di lottare subito, appieno, con alti rischi, contro ogni violenza in corso, e non solamente futura. Tranne eccezioni, sul suo giornale, anche sul suo "Giornale", le cronache politico-giudiziarie sono illegibili, drammaticamente diverse dal resto, soprattutto dagli scritti del direttore e di tanti giornalisti soprattutto romani, che sono per noi preziosi testimoni di onestà e di capacità civili e professionali.

Montanelli, proprio oggi, torna a dimostrare che si non spara palle contro bersagli che s'inventa o che sono più semplicemente traveggole, non è contento. Così mi rende furioso sol perchè sono ferocemente geloso di queste palle, che gli sono così necessarie e care.

Certo, "libereremo Curcio", Indro. Con te e grazie a te; grazie ai suoi e miei compagni, soprattutto. Ma quel che importa ancor di più, perfino, di tutto questo, è che in molti, moltissimi, forse, lo spero, in questo paese, capiranno che tarderà molto a nascere, se nasce, un toscanaccio così puro, così ricco di avventura, un maestro così umano, così virtuoso, così "repubblicano", così tenero, così bravo, così insopportabile e insostituibile, che non capisce, a volte, nulla ma proprio nulla. E se lo tengano caro; e, a tempo, lo costringano, da grande, a far cose ancora più serie. Non ci verrebbero da altri. E non se ne può fare a meno. Purtroppo, proprio no.

 
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