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Colombo Arturo - 20 luglio 1987
No, caro Pr, i "federalisti europei" sono altri
di Arturo Colombo

SOMMARIO: Chiede se non sia uno "scippo" quello effettuato dai radicali assumendo il nome di "federalisti europei" per il gruppo parlamentare appena eletto. Giuridicamente, forse, no; ma politicamente cosa hanno da spartire i federalisti europei "storici" con "uno specifico partito"?. Nessuno vuol reclamare l'"esclusiva di un nome", ma "c'è da chiedersi come mai qualcuno non reagisce, appena una piccola minoranza si impadronisce di quel nome" che unisce gli iscritti al Movimento Federalista Europeo.

(CORRIERE DELLA SERA, 20 luglio 1987)

(La decisione di darsi il nome di un Movimento che dal '43 si batte per l'unità del Vecchio Continente)

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"I radicali non finiscono mai di stupire: magari col piglio provocatorio e iconoclasta di chi cavalca spavaldamente la tigre della politica-spettacolo. A Montecitorio, dove i radicali dispongono di un numero di deputati inferiore a venti, hanno deciso di costituirsi in un gruppo parlamentare, dandosi il nome di "Federalisti europei".

A prima vista non sembra esserci alcunché di strano, o inopportuno, in questa iniziativa. Ma basta riflettere un attimo, per accorgersi che c'è da discutere, e magari da dissentire apertamente, sulla scelta di un nome simile. Forse, sotto il profilo strettamente giuridico, il diritto di fregiarsi del titolo di federalisti europei i deputati radicali ce l'hanno.

Ma su un piano meno formale, di più genuina correttezza, è proprio giusto, è proprio legittimo che un gruppo parlamentare possa effettuare qualcosa di analogo a un autentico scippo, sottraendo un nome e un titolo che oltre un quarantennio definisce un movimento, appunto il Movimento federalista europeo, fondato a Milano nell'agosto del 1943 da uomini che si chiamavano Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Leone Ginzburg, Franco Venturi, Dino Roberto?

Da allora, dentro e fuori i ristretti confini italiani, si sono sempre definiti e continuano a chiamarsi federalisti europei quanti reclamano, come primo punto del loro programma politico, di farla finita con l'anacronistica pretesa dei vecchi Stati nazionali sovrani ("Dogma funesto della sovranità assoluta" ha scritto Einaudi, sulle colonne del "Corriere", fin dal 28 dicembre del 1918!), per costruire invece un concreto ordinamento federale, con poteri sovrannazionali almeno per quanto riguarda un governo comune europeo, una difesa comune europea, una moneta comune europea.

Che cos'hanno, dunque, da spartire questi federalisti europei, che operano da noi come in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Belgio (ciascuno animato dalle proprie diverse convinzioni ideologiche, politiche, culturali rispetto al neonato gruppo dei "Federalisti europei", che siedono a Roma e che si identificano in uno specifico partito, del quale si può dire tutto il bene, o tutto il male, che si vuole?

Intendiamoci: nessuno di noi, che il federalismo europeo ha imparato a frequentarlo da quando aveva i calzoni corti, reclama l'esclusiva di un nome, che non ha solo dimensioni sovrannazionali ma che è sempre riuscito a raccogliere personalità ed energie, appartenenti a Paesi diversi e a partiti diversi: da De Gasperi a Schumann, da Spaak a Sforza, da La Malfa ad Adenauer, da Spinelli a Jean Monnet, per citarne solo alcuni.

Ma proprio perché nessuno ha questo diritto di monopolizzare un nome specifico, che sottintende un grande programma di concreta politica alternativa (rispetto al bla-bla-bla del finto europeismo degli attuali governi), c'è da chiedersi come mai qualcuno non reagisce, o almeno eccepisce, appena una piccola minoranza si impadronisce formalmente di quello stesso nome di federalisti europei, in cui vogliono poter continuare a riconoscersi gli iscritti del genuino Movimento federalista europeo (dove nessuno reclama se uno è democristiano, socialista o radicale) insieme a tutti gli altri sostenitori, indipendenti e senza partito, che per fortuna esistono dovunque e rivendicano la nascita di quegli Stati Uniti d'Europa che continuano maledettamente a farsi attendere, per colpevole miopia delle classi politiche di ieri e di oggi.

 
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