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Negri Giovanni - 31 agosto 1987
L'Ottantotto? Per me è l'anno della riforma
intervista a Giovanni Negri

SOMMARIO: L'intervista è l'occasione per gettare uno sguardo d'insieme sulla situazione politica del momento e sulle prospettive del Partito radicale. Da poco si sono svolte le elezioni politiche e tra poche settimane si andrà a votare per i referendum promossi dal Partito radicale su energia nucleare e giustizia.

(Notizie Radicali n· 200 del 31 agosto 1987)

D. Parte il dibattito sulla prospettiva del partito, il Congresso, la rifondazione. I punti fermi non sono molti.

R. I punti politici mi sembrano invece molto fermi. O forse sono tutti in movimento ma sono estremamente chiari: su questi occorre aprire il dibattito chiamando ciascuno dei 10 mila iscritti a dire la sua su Notizie Radicali. Un punto ad esempio che per me non è fermo è la data del Congresso, che certo non è poco. Ma il colpevole di questa incertezza è solo la politica radicale. Accadono fatti senza precedenti. Per la prima volta dal dopoguerra ad oggi gli italiani saranno chiamati a votare in autunno, e per la prima volta una legislatura repubblicana si apre con una legge-deroga che rimette al popolo la decisione su questioni cruciali, attraverso referendum. La sovrapposizione della data di celebrazione dei referendum e del congresso radicale merita una riflessione sulla sua opportunità. E' una decisione delicata che non voglio nè posso assumere da solo. Quel che accade, con lo sconvolgimento delle stagioni elettorali, è comunque un segno dei tempi. Tutto sta cambiando, persino consuetudini quarantennali.

D. Partiamo allora dall'attualità dei referendum sulla Giustizia e sul Nucleare. Ancora una volta l'elettorato è chiamato ad esprimersi su alcuni referendum radicali.

R. Ancora una volta mi pare superficiale: referendum ed istituto del referendum del 1987 hanno ben poco a che vedere con i referendum precedenti. Non a caso sono convocati in questo modo irrituale. I referendum del passato erano spazi di libertà strappati al regime, questi sono l'espressione della profonda crisi del sistema. Istituzioni divenute sempre più partitocratiche sono alla paralisi. Non c'è una maggioranza politica, c'è solo una maggioranza partitica che regna, spartisce, logora e si logora ma non governa. C'è un governo che avendo come obiettivo dichiarato quello di gestire l'esistente non riuscirà a fare neppure quello. C'è un Parlamento che almeno per i prossimi dodici mesi -come ci ha candidamente dichiarato il Presidente del Consiglio- non potrà fare il suo mestiere, che è quello di legiferare. Sarà solo chiamato a ratificare i decreti del governo Goria, che oltre ai suoi deve riproporre i decreti-Fanfani, i quali oltre ai suoi riproponeva i decreti-Craxi... Siamo insomma al blocco del sistema

politico e delle istituzioni.

D. Ma quello sulle regole del gioco è appunto l'unico serio dibattito della politica italiana...

R. Tutti ne chiacchierano ma di veri progetti non se ne vedono. La verità è che il sistema va riformato in modo radicale. Ed è comunque in questa situazione che in modo del tutto nuovo esplode la questione referendum. Contro le maggioranze referendarie civili e progressiste, che sono state gli unici fattori di cambiamento e movimento dagli anni '70 ad oggi, De Mita e il Pci hanno sbaraccato le Camere e fatto le elezioni. Il vento nuovo del 14 giugno e il valore assunto dalla pietra dei referendum nello stagno partitocratico li hanno battuti. Ed ora eccoci qui, si vota a novembre.

D. Sistema bloccato, Parlamento esautorato, Governo impotente. Però mai come a luglio il Pr ha chiesto di partecipare al gioco. Non è una contraddizione?

R. E' esattamente l'opposto, è la stessa analisi. L'iniziativa di Pannella è stata tempestiva: solo l'ingresso di radicali e verdi al governo avrebbe potuto rappresentare le novità del 14 giugno. In assenza di questo e persino al di là delle stesse cifre elettorali dei partiti della vecchia maggioranza non era possibile che un pentapartito un po' rancido.

E' quel che loro hanno scelto, ma il "metodo radicale" applicato dall'81 in avanti in occasione della formazione dei governi è stata la sola novità della crisi. Nessuno si è scandalizzato, le fesserie sulle ruote di scorta del pentapartito sono finite in cantina e in compenso molti erano gli imbarazzati, a cominciare dai socialisti. Sarà un imbarazzo da riproporre alla prima occasione. Vedi, il punto stava e sta nei radicali al governo o nei referendum radicali: all'indomani delle elezioni la cosiddetta "sfida riformista", visto che tutti ne parlano, doveva e deve fare i conti con uno di questi elementi. Almeno fino a che non prende corpo concretamente un progetto di trasformazione democratica del sistema politico. Ma anche in questo caso temo ci trovino all'incrocio...

D. Nel frattempo, allora, i referendum. Proprio per quello che è accaduto in questi mesi, per la piega che hanno preso le cose, si da quasi per scontata la vittoria. Andiamo a un plebiscito di Sì?

R. Non ci credo, almeno per ora. Grava sui radicali, su chi ha promosso tutti i referendum costruendo schieramenti diversi attorno ad ognuno di essi, una grossa responsabilità. Senza informazione completa e dibattito democratico vincere sarà impossibile. E' ciò che invece dobbiamo assicurare, anche al di là del merito dei referendum. Ribadisco: Dc, Psi, Pci e tutti gli altri si dicono riformisti. Sanno bene che la sfida riformista, la partita politica non è giocabile realmente nè al Governo nè in Parlamento. Se allora non chiacchierano di aria fritta, partano dai referendum; non si tratta solo di abolire alcune norme, ma di rispondere in termini politici e legislativi alle questioni assai più generali che evocano. Abolizione dell'Inquirente, responsabilità del giudice, poteri di Enel, Comuni e Regioni sul nucleare non sono che punti di partenza non per leggine bidone post-referendarie ma per riforme strutturali sull'amministrazione della giustizia, le regole e i comportamenti della classe politica e il rapp

orto cittadino-Stato, i programmi energetici, di sviluppo, di tutela dell'ambiente che investono l'intera collettività. Voto popolare e successiva attività legislativa sui temi dei referendum caratterizzeranno il prossimo anno politico. Chi è realmente riformatore avrà tutti i modi per farsi avanti e chi ha più filo tesserà. Se vinceranno i Sì potremo ben dire che i radicali -da vero partito di governo e non di potere- sono sempre più capaci di marcare in profondità la vita della società. Ma dovremo andare oltre: i referendum sono un'occasione preziosa e l'istituto del referendum assume in questa situazione una forza e un'efficacia ben maggiore che in passato.

D. Pensi che possa essere di nuovo usato nei prossimi mesi?

R. Sì. Non ce l'ha nè vietato nè ordinato il medico ma non c'è dubbio che su temi quali la sanità, l'informazione, l'ambiente oltre che sul sistema elettorale e sui poteri costituenti del Parlamento europeo, referendum abrogativi e consultivi possono essere promossi. O almeno dobbiamo essere consapevoli che senza progetti referendari non si provocheranno nè scelte nè riforme e tantomeno si aggregheranno schieramenti, maggioranze di progresso. I radicali hanno almeno dimostrato di saperne fare questo. La differenza tra i referendum radicali e quelli cattolici o del Pci è tutta lì: i loro referendum hanno perso nel paese e diviso le loro stesse famiglie politiche, i nostri convincono e spesso vincono per tutti, seppur al prezzo di linciaggi e ad anni di distanza.

D. Veniamo al Congresso vero e proprio. Il dibattito, la prospettiva ruota attorno a tre parole: rifondazione, transnazionale, transpartitico...

R. Già, troppe parolone per non insospettire. Intanto, a ben vedere, non è questione di rifondazione. Il problema è semmai un altro. Avremo o no la forza di compiere l'atto di fondazione di un partito completamente nuovo, con nuove teorie e prassi politiche, con una nuova avventura, una nuova "utopia"? Perché se non si tratta di questo andremmo in realtà o a qualche marginale correzione, ad un po' di maquillage, oppure a qualche scelta politica contingente unta dal sacro olio della rifondazione statutaria. Lo statuto radicale non può essere nè la fotografia dell'esistente nè la descrizione del processo di formazione di quel che desideriamo. Dovremmo cioè essere in grado di simulare-prefigurare il partito che di già opera in un'Italia che ha rivoluzionato il suo sistema politico e negli Stati Uniti d'Europa. Mi chiedo se un'opera simile sia matura, adeguata a questo momento o se non si debba conquistare altro tempo, pur nella conferma della bussola e della rotta che già abbiamo scelto...

D. In ogni caso la nuova dimensione radicale, scelta e ribadita all'atto della salvezza e della crescita del partito con i 10 mila iscritti, è appunto quella transnazionale e transpartitica. Certo non rinviabile.

R. Giusto, con il particolare che deve divenire un progetto politico ragionevole e praticabile nel fazzoletto dei prossimi dodici mesi, al massimo dei prossimi due anni. Le parole allora non ci bastano più, rischiano di divenire equivoche. Per la verità nello sviluppo della politica radicale di questi anni quei due termini indicano una grande tensione: quella di fare dei radicali l'associazione, il gruppo di persone, il "popolo", la parte (in senso costituzionale) delle nuove istituzioni italiane ed europee. Contro tutti i partiti-Stato un nuovo "Partito dello Stato" capace di dare al Paese un altro sistema politico, giacchè questo non funziona più, e nel contempo di costruire nuove istituzioni sovranazionali. Il partito consapevole che a duecento anni dall'unica rivoluzione della storia, dalla separazione dei poteri e dalla nascita dello Stato di Diritto, poteri, stati e diritti non possono essere nazionali, o in quanto tali divengono caricature, dichiarano forfait dinnanzi ai moderni problemi della persona

, delle esigenze di diversa civilizzazione poste dall'internazionalizzazione dell'economia, dello sviluppo, della sicurezza, dell'informazione. Ora, questa grande ambizione ancora non ha una sua strumentazione politica. E' questa che in primo luogo dobbiamo darci. Tenendo ben presente quella "e" che sta fra transnazionale e transpartitico: cioè bisogna operare per le due cose insieme, riforma democratica italiana e riforma federalista europea. Due obiettivi che vanno resi compatibili in termini di attività ed energie, perché optare nei fatti per uno solo dei due fronti significherebbe snaturare una politica. Tutto ciò è molto difficile, ma è una difficoltà alla quale siamo obbligati dalle cose.

D. Si ripropone un pericolo: ridurre l'idea del partito transnazionale ed europeo a una bella parola, l'ornamento di un partito che di fatto agisce sempre più e soltanto nella dimensione nazionale.

R. Senti, il problema è da quale punto parte il nostro ragionamento. Io parto dalla convinzione che la politica radicale ha vinto e ha aperto delle grandi strade, perché con il 14 giugno è iniziata davvero una fase tutta nuova della politica italiana. Se questo è falso dobbiamo cambiare drasticamente politica, compiere scelte traumatiche ed esplorare orizzonti del tutto diversi. Ma se è vero abbandonare ora questa politica sarebbe un errore grave. Grave almeno quanto il non comprendere che la dimensione transnazionale non è un fiore all'occhiello del partito ma una sua necessità.

D. La realtà è però quella di un Partito radicale con un milione di voti e il 2,6%. Lo 0,4% in più rispetto al 1983, con lo sciopero del voto. Non è stato esattamente un successo.

R. Tante grazie! Ecco l'obiezione di chi non vede la luna perché riesce solo a scorgere il dito che la indica. Tra l'83 e l'87 vi sono alcune piccole differenze. La sinistra non Pci (dal Psdi ai Verdi) passa complessivamente dal 18 al 24% dei voti. La Dc perde definitivamente la sua centralità, si stabilizza al suo minimo storico ed è battuta la linea del suo segretario. Con la sconfitta elettorale si apre un processo di crisi del Pci, al quale occorre essere molto attenti. Il sistema politico mostra la corda, saltano regole non scritte che per 40 anni hanno dominato. I partiti superflui appaiono tali a tutti; i gruppi dirigenti di Dc e Pci, architravi del sistema, non possono più reciprocamente contare uno sull'altro e i loro vecchi partiti o rinnovano drasticamente politica o declinano. I partiti con una politica vincente, noi fra loro, sono poi condannati a fallire se alla lunga non si decidono ad assumere veramente la sfida della trasformazione del sistema politico. Il voto è più libero, sempre meno ide

ologico. Tutti i temi investiti o lambiti dai radicali sono o possono tornare di straordinaria attualità... Non mi sembrano differenze di poco conto, e senza politica radicale sarebbero ancora nel mondo dei sogni. Ma se non sono tempi di lotta per la riforma democratica questi, vorrei sapere quali sono. Certo. Nessun miracolo radicale. Ma in una certa misura quel 2,6% ce lo siamo anche voluto.

D. Voluto? Tu stesso non ti aspettavi un risultato elettorale maggiore?

R. D'accordo, è una forzatura. E' chiaro che è un risultato imposto: le condizioni di lotta politica ed elettorale non sono democratiche, un partito non di insediamento e di potere può a stento sopravvivere e il far la pelle ai radicali, regolare alcuni conti e chiuder la partita con loro era ed è un piatto che fa gola a molti. Ma vi sono anche aspetti soggettivi che sarebbe sbagliato dimenticare. Per far vincere la nostra politica non potevamo puntare solo sul Pr in quanto tale ma su diverse forze, per suonare la nostra musica non bastava solo un tasto del nostro pianoforte. Poi è anche la conseguenza del modello di partito: se fin dal 1980 avessimo insediato il partito in termini tradizionali e riempito comuni, province e regioni di consiglieri radicali non sarebbero neppure nati i verdi, che hanno invece connotato il 14 giugno e mandato all'aria l'operazione frontista e trasformista delle liste "pigliatutto" del Pci. Il combinato di questi fattori produce quel 2,6% che pur in presenza di una grande politi

ca ha lasciato l'amaro in bocca. Ma l'alternativa era un Pr un po' più gonfio di voti senza affermazione della politica radicale. No: il gioco non valeva la candela, nè si può avere tutto e il contrario di tutto.

D. Però, in più, abbiamo avuto i casi Cicciolina e Bertuzzi.

R. Incidenti ed errori capitano a chi fa molto, produce molto, lotta molto. Ma al di là del merito dei due casi sono vicende marginalissime per la politica radicale, ininfluenti rispetto al nostro itinerario. Il vero errore sarebbe quello di tornare indietro, inseguendo tardivamente modelli di partito tradizionale, o di fare delle fughe in avanti, pensando così di aggirare le difficoltà della realtà.

Non si può neppure stare fermi.

Il che per me significa che questa politica radicale va portata a compimento sino alla riforma di un sistema politico che non è democratico, non ha nulla a che vedere con la Costituzione, è una tirannia oligarchica. In più, è manifestamente decrepito rispetto allo sviluppo del paese in questi 40 anni, a come vive la gente: sembra un vagone di terza classe nella società del satellite. Occorre dargli una spallata, impedire che nonostante il 14 giugno si varino controriforme in luogo di riforma democratica, per mantenere l'esistente fingendo di cambiare qualcosa.

D. Insomma, un estremo assalto sull'uninominale, sul voto all'inglese?

R. Non solo. Forse siamo molto carenti sull'aspetto del debito pubblico, della giungla corporativa, della medaglia a due facce fatta di trust finanziari sempre più potenti e di lavoro nero. E' un vaso che trova la sua Pandora nel sistema partitocratico. In termini istituzionali sì, l'alternativa alla partitocrazia passa solo per il voto all'inglese. Chi propone sbarramenti alla tedesca, i doppi turni per imporre accorpamenti forzosi, ha un solo fine: non toccare gli apparati e il potere delle oligarchie partitocratiche, e lo fa pur sapendo che l'unica riforma da fare è proprio quella dei partiti, obbligati a rifarsi da capo a piedi solo con il voto all'inglese. Del resto gli argomenti di Popper sono solidissimi e le ultime perplessità di Bobbio assai sbiadite, la stessa dottrina indica le strade o della vera proporzionale o del vero maggioritario. Gli avversari sono coloro che vorrebbero passare da una pessima proporzionale a un finto maggioritario.

D. Martinazzoli ha lanciato l'idea di referendum consultivi sul sistema elettorale e le riforme istituzionali.

R. Di per sè non è una pessima idea. Soprattutto se è figlia della consapevolezza che in questa situazione Dc e Pci non possono procedere a colpi di grandi intese nel chiuso di una stanza.

D. I partiti laici, socialisti, le cosiddette forze di "democrazia critica" non si pronunciano però per l'uninominale. Dp è duramente contraria, i verdi tacciono. Il pr ce la può fare da solo?

R. Io credo che la battaglia per il voto all'inglese, se oggetto di una vera campagna radicale, sia popolarissima per il cittadino e ottenga un appoggio incondizionato da tutti gli ambienti ancora liberi dall'ipoteca e dai taglieggiamenti di quello che ora appare il vero e proprio regime. Le resistenze sono tutte nella casta politica. Per Dp e verdi va detto che presto dovranno prendere atto che in questo sistema non c'è istanza "rivoluzionaria" o ecologista che possa realmente affermarsi, ma solo uno spazio di sopravvivenza e di rendita per coprire la fetta di quella domanda politica. E' un sistema che perciò non ha alcun timore di moltiplicare i partiti, ma questi amici e compagni prima o dopo dovranno scegliere. Mi auguro che Dp non si rassegni a vivere di rendita e i verdi non potranno campare in eterno come Gastone, il cugino fortunato delle storie di Walt Disney. Quanto ai socialisti, sono a un bivio. Non ottenevano un risultato elettorale del genere da decenni: o lo investono in grande politica o lo

usano solo per accumulare posizioni di rendita o di egemonia, travestendo con battaglie di facciata un tatticismo esasperato. Mi auguro e occorre fare il possibile perché imbocchino la prima strada e investano la loro forza in riforma democratica del sistema. Come per i referendum, però, la condizione per farcela è un Partito radicale molto determinato, capace, deciso ad avviare in ogni sede questa battaglia.

D. Non è esattamente una dichiarazione di fiducia verso "l'area del 20%" che pure è uscita dalle urne del 14 giugno.

R. Al contrario: è una fiducia grande e seria. Credo al progetto della forza laica, socialista e libertaria. Credo anche che mai come oggi siano riunite le condizioni perché si affermi. Non faccio però confusione fra il vecchio terzaforzismo da repubblica partitocratica e la riforma che è necessaria, né ho mai creduto ai "due tempi", cioè al fare partitoni comuni per poi fare politica.. Se si avrà il coraggio di fare insieme la battaglia per la riforma democratica, se le forze liberali e socialiste ne saranno protagoniste, nascerà non la terza ma la seconda o la prima forza. Il tempo è maturo. Al di fuori di questa scommessa non vedo strade maestre comuni, che non rendano cattivi servizi a se stessi e al paese. Sporadiche battaglie comuni immagino di sì, ma non politica comune.

D. Se vi sono le basi per la riforma del sistema politico in Italia, mancano invece quelle del partito transnazionale. Una parte della mozione rischia anzi di restare incompiuta. Si è detto che il Pr senza migliaia di iscritti in Europa sarebbe snaturato. A che punto siamo?

R. E' decisamente il nostro punto debole. Perciò all'ultimo Consiglio federale, pur essendo consapevole della difficoltà ed avendo credo buone giustificazioni per non farlo, ne ho chiesto la piena conferma. E' stata una scelta di metodo, un ancoraggio. Parliamo da anni di partito europeo e rischiamo di farne un'Itaca, un'isola felice con porti sicuri che si staglia eternamente all'orizzonte. Il pericolo è quello dell'astrazione, che certo indebolisce una "consapevolezza transnazionale" ancora inadeguata fra noi stessi. Perciò ci siamo ed abbiamo investito il partito di questa difficoltà. Non abbiamo rimosso, incominciando a misurarci con un obbiettivo, avviando iniziative piccole ma indispensabili quali ad esempio la stampa di materiale sul partito in più lingue. Insomma, si pensa meglio facendo. Di qui al Congresso lavoreremo su alcune filiere di iscrizioni potenziali, a partire dal patrimonio delle battaglie radicali. Non è escluso che vi siano iscrizioni significative, ma certo non bastano l'attivismo e l

a buona volontà.

D. Il Partito radicale, è ormai questione di pochi mesi, ha necessità di uno Statuto e di un progetto transnazionale. Entro settembre dovrebbero essere presentati a grandi linee al Consiglio e all'Assemblea Federale. A che punto siamo?

R. E' un bel lavoro da pionieri, che impegna con un grosso sforzo di riflessione anche le commissioni che sono state istituite. Credo occorra partire da un modello e un metodo. Il modello non può essere territoriale, di insediamento, e deve prescindere da luoghi privilegiati. Si tratta di produrre una politica della quale può essere protagonista ciascun cittadino europeo, del resto la politica transnazionale o c'è o non c'è; se c'è la puoi fare a Parigi o a Taranto, altrimenti non c'è. Il metodo va poi tutto compreso all'interno della nonviolenza, che al momento è troppo spesso ridotta ad una scimmiottatura di ciò che fu negli anni '70, senza autentica creatività e senza parola nuova, cioè senza quel che di buono ed intelligente nasce da se stessi come esigenza profonda e che diviene prepotente nel momento in cui deve essere trasmesso agli altri. Proprio perché politica e metodo radicale in questo decennio hanno fatto scuola, e non soltanto in Italia, c'è una grande "vulgata" radicale che a dire il vero a vo

lte è persino un po' volgare. Il partito e la politica transnazionale hanno bisogno di una nuova nonviolenza. Le battaglie in realtà ci sono tutte, spesso il problema è come le conduciamo...

D. Parli di battaglie, di singole istanze o di un progetto più complessivo?

R. Già alcune battaglie che sono state appena avviate rappresentano un vero e proprio patrimonio di intuizioni, oltre che il nostro essere, la nostra identità. Ad esempio l'affermazione di coscienza federalista, i diritti umani e la libera circolazione delle persone e delle idee, la lotta per l'intervento straordinario e la salvezza di vite umane. Sono battaglie a portata di ciascuno, nella sua dimensione personale e politica. Vi sono compagni che dopo Olivier Dupuis intendono compiere la scelta, molto responsabile, del rifiuto del servizio militare in quanto servizio nazionale, cioè impotente, fallimentare rispetto a qualsiasi moderna concezione di pace e sicurezza internazionale. Pensa cosa significherebbe già avere dei capifila in ciascun paese europeo, pronti ad affrontare il carcere lanciando un appello all'affermazione di coscienza per una politica europea di pace, fondata sul diritto alla vita e su una nuova concezione del diritto internazionale. Lo stesso si può dire per le battaglie sui diritti uman

i e la lotta allo sterminio per fame, benché abbiano necessità di un continuo referente istituzionale, sia nei parlamenti nazionali che in quello europeo. Un progetto politico complessivo è però necessariamente ancorato alla questione istituzionale, al conferimento di poteri costituenti al Parlamento di Strasburgo e all'atto di fondazione degli Stati Uniti d'Europa. Cioè un progetto federalista che presuppone un'organizzazione militante europea, intransigente e determinata, indispensabile per battere a colpi di campagne civili e di opinione la miopia delle burocrazie, degli apparati, delle classi dirigenti nazionali e nazionaliste.

D. Come può concretamente operare il Partito radicale in questa direzione, con le energie di cui dispone e le sue scarse risorse finanziarie?

R. E' almeno necessaria una grande campagna europea affinche nel giugno del 1989, in occasione della terza elezione diretta del Parlamento di Strasburgo, ai cittadini europei siano consegnate due schede. Una per il voto e l'altra per il referendum consultivo sui poteri costituenti da affidare al nuovo Parlamento. Inoltre sarebbe necessario creare uno schieramento di forze, appunto transnazionale, che indipendentemente dalla loro matrice politica e ideologica si impegnassero dinnanzi all'opinione pubblica a porre come primo e pregiudiziale punto di attività dei loro eletti quello dei poteri costituenti, del nuovo trattato, della rottura della formula dell'unanimità, in base alla quale l'Europa è di fatto paralizzata in ogni scelta politica (e dunque come soggetto politico) poiché non vi è decisione possibile senza il consenso di ogni stato-membro. Se si perde questa occasione all'atto della terza elezione diretta di un Parlamento che senza poteri è destinato a divenire un inutile carrozzone, il destino degli

Stati Uniti d'Europa è segnato. Spinelli tentò tenacemente di influenzare le élites politiche per realizzare il suo sogno. Evidentemente occorre di più, occorre un partito degli Stati Uniti d'Europa.

D. E' in questo senso che si è parlato del nuovo Partito radicale come "Partito del Congresso"?

R. E' un termine mutuato dal mondo anglosassone che ben si coniuga con l'annualità, pragmatica ed anglosassone anch'essa, della scadenza congressuale. Partito del Congresso era quello di Gandhi, Congresso è la Camera americana. Non farei però paragoni storici impropri fra partiti e processi federalisti storicamente diversi, come quello europeo che occorre costruire. Le diverse Indie, etniche e religiose, furono protagoniste di una lotta contro il giogo coloniale, ma il sogno federalista si spezzò presto, con la nascita di diversi stati nazionali. Negli Usa il processo federalista nasce da altre esigenze e presupposti: evidentemente è più facile essere federalista quando hai davanti a te 5 mila chilometri di prateria e un oceano. La Svizzera poi ha un suo federalismo perché ha, diciamo così, transnazionalizzato le banche. L'opzione federalista europea è assai più complessa, anche se imposta da pericoli e esigenze che non hanno precedenti nella storia degli uomini e dei popoli del continente.

D. Tra l'impegno per la "riforma democratica" e quello per il partito transnazionale si profila una mole di attività sproporzionata a energie e risorse radicali. Non è indispensabile fissare una priorità?

R. Per me la priorità è tutto questo, altrimenti vale assai poco. Se le energie non bastano vuol dire che occorre cercarne altre: del resto già erano inadeguate per il partito delle poche migliaia di iscritti, a maggior ragione il problema si pone adesso, rispetto al percorso che giustamente già ha imboccato il "partito dei 10 mila iscritti". Non risolveremo le nostre difficoltà "tagliando la politica". Va immaginato un vero associazionismo per idee, un partito di piccoli club che -a differenza di oggi- debbono essere collegati in modo permanente, sia fra loro che attraverso un organo centrale molto robusto e attrezzato, che veicoli idee e informazione. Si possono immaginare nuovi organi, funzioni diversificate, diversi impieghi e investimenti delle risorse finanziarie che riflettono questo progetto politico, paradossalmente è pensabile persino un "doppio partito"... ma il progetto politico è uno solo, e lo vinciamo o lo perdiamo tutto assieme.

Questa è almeno la mia opinione, poi i dibattiti precongressuali e i congressi si fanno per confrontare le opinioni. E ci serve leggere quella del maggior numero di iscritti.

D. Insomma, per te occorre confermare in pieno la politica radicale di questi anni.

R. No, occorre accelerarla e svilupparla. Vuoi un consiglio da radicale? Cambiate la squadra che la fa, non la politica che è stata fatta e si può fare.

D. E di cosa dovrebbe essere fatto secondo te, in poche parole, il 1988 dei radicali?

R. Per me è "l'anno della riforma", con il partito dei nuovi referendum, del voto all'inglese, di alcune grandi campagne transnazionali e del referendum consultivo per gli Stati Uniti d'Europa. Il partito delle nuove istituzioni, in Italia e in Europa. La sfida riformatrice mi pare tutta qui. Su questa si misurino i tanti chiacchieroni del riformismo e i troppi maneggioni di vecchie istituzioni, vecchie politiche, vecchi modi di farle e gestirle. Fare il radicale è difficile. Proprio per questo vale la pena e la gioia di esserlo.

 
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