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Turco Maurizio - 31 agosto 1987
Storie di ordinaria ingiustizia

SOMMARIO: Vengono qui riportati, a sostegno della tesi di una piena responsabilità civile del magistrato nell'esercizio delle sue funzioni, una serie di errori giudiziari, anche tragici (in alcuni casi i malcapitati muoiono per suicidio o per arresto cardiaco), dovuti ad incuria, imperizia, trasandatezza nelle indagini.

(Notizie Radicali n.200 del 31 agosto 1987)

Francesco Pagano, ex direttore di Regina Coeli. Accusato da un magistrato di Vibo Valentia di concorso in sequestro di persona. E questo avviene dopo che il sequestrato, l'armatore D'Amico, crede di riconoscere uno dei suoi rapitori in Tiberio Cason, re della mala romana. Ma Cason ha un alibi di ferro: all'epoca del sequestro era rinchiuso in carcere, a Regina Coeli, appunto. Quello che per Cason è un alibi inattaccabile diventa l'"indizio" per accusare Pagano. In sostanza il direttore del penitenziario romano avrebbe organizzato e protetto una fuga clandestina di Cason dal carcere. Pagano viene interrogato per complessive trenta ore dal magistrato calabrese che lo indizia di reati di concorso in sequestro di persona e procurata evasione. Un'accusa fumosa, una storia che va avanti comunque per un paio di anni e dalla quale l'imputato verrà completamente scagionato al termine di una lunga istruttoria. Colpito da infarto Pagano morirà pochi mesi più tardi.

Bruno Broglia, commerciante di tessuti, viene accusato di complicità nel sequestro del suo socio di affari. Secondo il magistrato inquirente avrebbe architettato il sequestro per impadronirsi dell'azienda. Un'accusa che non resta in piedi neanche in istruttoria, tant'è che Broglia sarà completamente scagionato senza arrivare al processo. Un'accusa che il commerciante inquisito non regge: morirà poche settimane dopo per un attacco cardiaco.

Giacomo Rosapepe, direttore del manicomio di Sant'Eframo. Condannato in primo grado a cinque anni, nell'ambito di un'inchiesta su alcune telefonate fatte da un internato utilizzando l'apparecchio dell'istituto. Alla condanna viene accoppiata la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici: Rosapepe è quindi immediatamente rimosso dall'incarico e, in preda allo sconforto, tenta di togliersi la vita, ma viene salvato in tempo. Qualche mese più tardi la sentenza di appello lo manda assolto con formula piena. Ma ormai è troppo tardi. Completamente distrutto dall'esperienza patita, Rosapepe ritenta il suicidio, questa volta riuscendoci.

Alfonso Agnello arrestato per l'uccisione del cronista del Mattino Giancarlo Siani verrà rilasciato dopo pochi giorni.

In "diretta" dal telegiornale il magistrato aveva comunicato che "al di là di ogni ragionevole dubbio Alfonso Agnello era da ritenersi uno dei killer del cronista Giancarlo Siani".

Giuseppe Pecorelli viene scarcerato dopo nove mesi dal blitz anticamorra nel quale è coinvolto, tra gli altri, Enzo Tortora, per mancanza di indizi. Era finito in carcere dopo le rivelazioni di un "pentito". Pecorelli era accusato di aver preso parte ad una esecuzione di stampo mafioso avvenuta nel carcere di Poggioreale. Le indagini rivelano che all'epoca del delitto il giovane non era in carcere, aveva solo tredici anni.

Mario D'Errico, di Succivo (Caserta), viene scarcerato perché innocente, dopo cinque anni e mezzo di custodia cautelare in carcere. Era stato accusato di aver ucciso un'insegnate del suo paese.

Antonello Demontis, pescatore, e Mauro Marangoni, marittimo, vengono riconosciuti estranei il 6 giugno 1985 dall'accusa di aver ucciso un pensionato a scopo di rapina. Hanno trascorso ventun mesi in carcere, in detenzione preventiva.

Francesco Maiorana, di Nocera Inferiore, viene scarcerato il 26 luglio 1985 per mancanza di indizi. Era stato arrestato con l'accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso. La denuncia era partita da un "pentito". Ha patito una carcerazione di dieci mesi.

Mario Amoruso, di Mugnano (Napoli), accusato di omicidio, viene assolto il 18 novembre 1985 per "non aver commesso il fatto". L'estraneità di Amoruso nella vicenda è apparsa tanto evidente nel corso del dibattimento, da indurre lo stesso Pubblico Ministero, al termine della sua requisitoria, a chiedere l'assoluzione con formula piena. Amoruso era stato arrestato tre anni prima, tutti trascorsi in carcere.

Stefano Lo Grasso, Michele Marino, Salvatore Marco, Gaspare Fiorino, Vito Mareca, accusati di estorsione continuata, vengono assolti il 29 febbraio 1986 perché il fatto non sussiste. Erano stati arrestati il 15 giugno 1984, e hanno trascorso due anni in cella prima di essere processati e prosciolti.

Domenico Zarrelli, accusato dell'assassinio degli zii e della cugina avvenuto il 30 maggio 1975, viene condannato all'ergastolo il 9 maggio 1978. Dopo tre processi d'appello e due sentenze della Cassazione, dieci anni trascorsi per la metà tra il carcere di Poggioreale e quello di Procida con un soggiorno di un mese e mezzo nel manicomio giudiziario di Sant'Eframo dove viene sottoposto a perizia psichiatrica, viene assolto con formula piena. Non è uno "sbaglio" tant'è che la Cassazione nella sentenza di assoluzione scrive "a carico di Zarrelli non esisteva nessun indizio e mai e poi mai nessuna corte avrebbe potuto condannarlo".

Aldo Sardone amministratore di una ditta di Agrigento, trentadue anni, è rimasto in carcere per ventuno giorni a causa di una distrazione, un banale errore.

Arrestato perché dichiara di aver risposto ad una telefonata ricattatoria che -visto che il telefono era sotto controllo- non risulta registrata. Dopo ventuno giorni -essendo l'avvocato difensore riuscito ad ottenere la trascrizione dei nastri- come per un prodigio la telefonata a cui fa riferimento Sardone c'è, esiste.

Giovanni Amato, muratore disoccupato di Palermo, viene arrestato nell'aprile del 1984, dopo che un rapinatore si "pente". Dopo nove mesi, 275 giorni, viene scarcerato. E' lo stesso giudice istruttore a spiegarne il perché, "Ho avuto la sfortuna di trovarmi tra le mani uno di quei casi in cui l'errore è inevitabile. Sì, proprio inevitabile. Succede perché deve succedere. Gli elementi coincidevano tutti". Il fatto che abitassero nello stesso quartiere è l'elemento coincidente. Fatto salvo che si trattava di un altro Giovanni Amato.

Pietro Parracchio, presidente della Corte di Assise di Catania, viene arrestato l'1 dicembre 1984 per corruzione. A lanciare l'accusa è un "pentito", Salvatore Parisi accusato di diciotto omicidi.

Il magistrato, a detta del Parisi, l'aveva assolto in cambio di cento milioni, un gioiello per la moglie e un aiuto finanziario per la ristrutturazione della villetta. Il 22 luglio 1985, sette mesi dopo, il Tribunale della libertà annulla il mandato di cattura; scagiona il magistrato e manifestato sul merito processuale "un dissenso che non è solo marginale".

Bino Baiamonte geologo palermitano arrestato il 3 gennaio 1984 per "associazione a delinquere di stampo mafioso". Dopo quattro giorni di detenzione apprende che un "pentito" ha rivelato che, in un periodo di comune detenzione all'Ucciardone, da un Bino Baiamonte ha ricevuto terribili confidenze. Ma Baiamonte non era mai stato all'Ucciardone perché non era mai stato arrestato. Poteva dunque considerarsi un fortunato se in solo quattro giorni Baiamonte aveva chiarito la propria posizione, beninteso stando in carcere.

Dopo due settimane viene invitato a presentarsi in Questura: vogliono consegnato il passaporto e ogni altro documento che possa consentirgli l'espatrio. Altre due settimane, altro invito; gli viene tolto il porto d'armi e gli viene ingiunto di disfarsi dei fucili che possiede.

In data 7 giugno, urgente convocazione al nucleo giudiziario dei carabinieri: gli notificano tre ingiunzioni, perché indiziato di otto delitti tra i più gravi accaduti a Palermo in questi ultimi anni.

Agatino Litrico nato il 19 luglio del 1956, nel quartiere di San Birillo a Catania. Pasticciere di ventotto anni ha avuto la "disgrazia" di dividere nome, cognome e luogo e data di nascita con un criminale. Per scoprire l'"errore" e per riconoscerlo ci sono voluti settanta giorni che Agatino Litrico ha passato nelle carceri Nuove di Torino. Ma ad Agatino Litrico era già accaduto otto anni prima di finire in cella, per un paio di giorni, sempre per "errore".

Vito Surdo bancario del Credito italiano di Salemi, paese della provincia di Trapani, nell'estate del 1985 fu arrestato con l'imputazione di "associazione per delinquere, intimidazione ed estorsione". Dopo sei mesi di carcere e quattro di arresti domiciliari la Procura della Repubblica di Trapani riconosce che non ci sono indizi sufficienti che giustifichino il processo.

Dante Forni bolognese, otto processi, ventidue mesi di carcerazione preventiva scontata in sette prigioni, alcune delle quali "speciali". Infine il verdetto della Corte di Cassazione, che sancisce l'assoluzione con formula piena da tutti i reati e da tutte le accuse che via via si erano accumulate.

Adriana Avico il 19 dicembre 1984 si lasciava alle spalle il carcere romano di Rebibbia; libertà provvisoria. Aveva già scontato due mesi di carcere, di cui trentatré giorni in isolamento. L'accusa era: associazione per delinquere. Alla fine è stata assolta "per non aver commesso il fatto".

Francesco Perrillo e Giuseppe Giordano, di San Giuseppe Vesuviano, in provincia di Napoli; scrivono il 5 ottobre 1985 una lettera pubblicata dal quotidiano `La Repubblica': "Noi sottoscritti Perillo Francesco e Giordano Giuseppe, classe 1928 (classe sfortunata e disgraziata, anche Tortora è del '28), ringraziamo pubblicamente attraverso le colonne della "Repubblica" chi ci ha privato della libertà personale per circa un anno, trasferendoci con violenza dai nostri domicili di onesti e integerrimi lavoratori nel carcere più infame del mondo, a contatto con assassini, ladri, drogati, magnaccia, con malfattori della peggior specie. In una fetida cella abbiamo trascorso i primi mesi a piangere, sì abbiamo pianto e tanto, noi uomini di lavoro sessantenni abbiamo pianto come quando eravamo bambini, e come allora abbiamo tanto pregato. Molte volte, tante volte, ci siamo trovati i pantaloni impregnati di urina. Grazie a chi non ha ritenuto opportuno e necessario fare dei `riscontri oggettivi' (signor Bocca, la Madonn

a, quella della sofferenza, l'aiuti e la protegga insieme alla sua famiglia), perché sarebbe bastato un usciere del Tribunale per constatare che vivendo e lavorando in un unico basso, per di più al centro del paese, non si poteva certamente ospitare per mesi i latitanti Rosetta Cutolo e Vincenzo Casillo. Alle nostre preghiere di mandare qualcuno a rilevare quanto affermavamo, i giudici ci invitavano a confessare. E siamo stati quasi tentati di farlo. Di confessare l'impossibilità pur di venire fuori da quell'incubo. E così oggi, dopo circa tre anni, ci hanno assolto con `formula piena'. Grazie, grazie a tutti. Adesso non siamo che due relitti umani con la devastazione nel cuore e nella mente. Grazie soprattutto ai signori che hanno levato voci in favore dei Tribunali meridionali, con l'augurio che un giorno anche ad essi, o magari ai loro figli, possa capitare questa sciocchezzuola che a noi è capitata".

Ferdinando Imposimato, il "giudice coraggio" delle grandi inchieste contro il terrorismo e la delinquenza organizzata, ha provato l'amarissima esperienza di star sul banco degli imputati sulla propria pelle, accusato di interesse privato in atti di ufficio.

Tutto nasce dopo la conclusione di un sequestro di persona. Il rapito e il suo avvocato, a liberazione avvenuta, vengono accusati di simulazione di reato. Imposimato, nella sua qualità di giudice istruttore, non è d'accordo, e dispone l'archiviazione del procedimento. Scatta, a questo punto, l'accusa contro di lui. Il processo ha luogo a Firenze. Si conclude con l'assoluzione piena.

Dopo questa esperienza, Imposimato dichiara: "Il mio sentimento nei confronti della giustizia è di natura quasi di terrore. La mia esperienza mi conferma nella convinzione che sia ancora molto alta, e non solo per il mio caso personale, la possibilità di errori. In fondo è più facile difendersi da colpevoli che da innocenti. Un innocente è travolto dalla macchina dei sospetti. Nel mio processo fui trattato con molta durezza. Sembrava che il mio passato non avesse alcun peso. Per settimane ho dovuto leggere il mio nome a carattere cubitali, sui giornali: `Giudice accusato...'. L'assoluzione piena venne invece riportata con una breve notizia".

Imposimato ricorda quei giorni con una profonda amarezza. Tornano in mente sequenze da incubo, sottili insinuazioni, taglienti calunnie: ecco, anche lui, finalmente, il giudice irreprensibile, come gli altri, sul banco degli imputati: "Perfino un'assoluzione, dopo la condanna della pubblica opinione, non è sufficiente a riparare il danno subito".

"Mi fanno paura", dice ancora Imposimato, "i giudici che sono o si ritengono `preparati', perché conoscono a memoria i codici. Non è solo la preparazione, che pure occorre, e neanche il coraggio, ma l'equilibrio, la maturità, il senso delle cose. Chi afferma che anche per i giudici andrebbero fatte perizie psichiatriche, o attitudinali, non dice una sciocchezza. Andrebbero bene per evitare di commetterne, di sciocchezze, sulla pelle di gente innocente".

E conclude, come un ritornello inquietante: "E' più difficile talvolta difendersi da innocenti che da colpevoli". Parola di magistrato.

(a cura di Maurizio Turco da "Storie di ordinaria ingiustizia" di Raffaele Genah e Valter Vecellio- Sugarco ed.)

 
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