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De Andreis Marco - 1 dicembre 1987
Bilancio missione militare nel Golfo
di Marco De Andreis

SOMMARIO: Memorandum a proposito della missione militare italiana nel Golfo Persico a protezione delle navi mercantili.

(IRDISP - Memo - dicembre 1987)

Stabilire se la missione della Marina militare italiana nel Golfo sia un successo o un fallimento è molto difficile. Gli obiettivi conclamati alla partenza erano troppo vaghi per consentire di farlo con assoluta obiettività.

Ad esempio si può leggere su L'UNITA' del 16 dicembre che Zanone si sarebbe vantato alla Camera del fatto che "di trenta navi attaccate da quando siamo lì nessuna era italiana". Ora io avevo capito che mandavamo le navi per garantire la liberta di navigazione punto. Non la libertà di navigazione delle sole navi italiane. Ridimensionare così l'obiettivo della missione significa assicurarsi che sarà sempre possibile definirla un successo. Basta infatti che le navi italiane nel Golfo, militari e mercantili, non subiscano attacchi. Il ragionamento assomiglia molto a quello di chi sostiene che siccome non ci sono state guerre in Europa da quando c'è la bomba atomica, la detterrenza nucleare garantisce la pace. Solo la guerra può smentirlo.

Inoltre, perché la protezione delle navi italiane sia un fatto significativo dal punto di vista economico, bisognerebbe almeno sapere qual è la quota delle importazioni nostre da quella regione assicurata dalla flotta mercantile italiana. Non ho alcun dato al riguardo. Ho solo il sospetto che si tratti di una cifra molto contenuta.

L'altro metro possibile del successo della flotta italiana dovrebbe essere lo sminamento. Ora, a me risulta sia stata trovata una sola mina (notizia tratta da REPUBBLICA del 12 novembre). Gli americani hanno certo sminato di più. Ma anche in questo caso il dato è quasi privo di senso: quante mine sono state disseminate e dove nessuno lo sa precisamente. Semmai quello che si può dire è che la nostra marina dovrebbe trovarsi in condizione di contribuire allo sminamento più di altri: è infatti l'unica delle flotte presenti, oltre a quella degli Usa, che scorta le navi ben dentro il Golfo, su sino in Kuwait. Questa notizia è tratta dall'articolo - dal tono forse un pò troppo compiaciuto - dell'INTERNATIONAL HERALD TRIBUNE (IHT) del 18 novembre. Lo allego a questa nota perché ci puoi trovare qualche utile dato sulla consistenza dei vari contingenti.

Allarghiamo ora il campo sino a una valutazione - per quanto possibile - della presenza militare occidentale nel Golfo. Anche in questo caso trovare un metro è difficile, ma è dubbio si possa parlare di successo.

"La navigazione nel Golfo rimane un'impresa altrettanto, o forse più, pericolosa di prima dell'arrivo delle flotte occidentali" - scriveva la WASHINGTON POST a metà ottobre. I dati di Zanone - trenta navi attaccate da quando è arrivata la flotta italiana, cioè la fine di settembre - lo confermano: in tutto il periodo precedente (circa quattro anni) gli attacchi alle petroliere erano stati 400 (quest'ultimo dato è del NEW YORK TIMES del 7 ottobre). Siamo di fronte, dunque, a una recrudescenza di tali attacchi - il che mi pare un pessimo bilancio per le 80 navi occidentali spedite colà.

Il giro di vite è anche qualitativo: il 10 dicembre la petroliera da 89.000 tonnellate Norman Atlantic è affondata dopo un incendio durato quattro giorni. E' la prima petroliera affondata dagli iraniani. Due giorni dopo ancora gli iraniani colpivano la superpetroliera cipriota Pivot da 232.000 tonnellate: l'incendio era di nuovo violentissimo e costringeva tutto l'equipaggio ad abbandonare la nave. Sembra accertato che i battelli dei Pasdaran abbiano cominciato a fare uso di munizioni incendiarie particolarmente efficaci.

Nel frattempo gli iracheni non stanno certo a guardare: nel corso della stessa settimana un attacco con missili Exocet alla petroliera norvegese Susangird pare abbia fatto 21 morti tra l'equipaggio. Solo l'attacco alla fregata americana Stark, lo scorso 17 maggio, ha fatto più vittime (37).

Un altro indicatore attendibile del grado reale di libertà di navigazione nel Golfo, da quando lo presidiano le flotte occidentali, sono i premi assicurativi. Il mercato londinese ha fatto registrare due aumenti: il primo all'inizio di settembre (dallo 0,25% allo 0,75% del valore degli scafi con destinazione Kuwait); il secondo all'inizio di novembre (dallo 0,75% all'1,5%). Per fare un esempio: una petroliera il cui valore è pari a 10 milioni di dollari, alla fine di agosto pagava 25 mila dollari di assicurazione (a viaggio); a metà novembre sei volte tanto, cioè 150 mila dollari.

Tutto ciò, inoltre, avviene mentre l'importanza del petrolio del Golfo - in particolare di quello trasportato via mare - per le economie occidentali è in continuo declino. Nel 1979 per lo stretto di Hormuz passavano, diretti ai paesi non-comunisti, 19 milioni di barili al giorno (36% del fabbisogno); oggi non più di sette e mezzo (16% del fabbisogno).

C'è poi, nella regione. il boom degli oleodotti - il cui scopo è appunto l'aggiramento del Golfo. Non esistenti nel 1979, oggi hanno una portata giornaliera pari a 4 milioni di barili. Il completamento di quelli in costruzione dovrebbe aumentare questa cifra a 5 milioni nell'88 e a 6 milioni e mezzo nell'89. Anche l'Iran ne ha uno in costruzione, con portata stimata in un altro milione di barili al giorno. Gli oleodotti sboccano, o sboccheranno, nel Mar Rosso, nel Mediterraneo e nel Golfo di Oman (quello iraniano).

In generale poi non si è sciolto il viluppo di contraddizioni creato dalla guerra del Golfo: le compagnie americane continuano a comprare grandi quantitativi di petrolio iraniano - secondo solo a quello nigeriano nelle importazioni degli Usa. Notizie di esportazioni di armi all'Iran si sono avute recentemente in Usa, Gran Bretagna Italia, Francia, Belgio (IHT, 11 dicembre 1987). Fino a solo poche settimane fa gli iraniani avevano uffici commerciali per l'acquisto di materiale bellico a Londra e Francoforte.

In conclusione a me sembra che il vero problema sia capire come uscire dal Golfo - posto che l'entrarvi è stato relativamente facile. E' molto difficile che in assenza di traumi - come quelli subiti da francesi e americani in Libano - i paesi occidentali decidano stavolta di fare le valigie. Sarebbe come riconoscere esplicitamente il fallimento della missione.

Allo stato delle cose una soluzione diplomatica che veda l'Onu protagonista appare difficile. Riporto per dovere di cronaca l'ultimo segnale al riguardo: secondo l'IHT del 16 dicembre l'Unione Sovietica sarebbe ora disposta ad aderire a un embargo all'export di armi all'Iran. Pone però due condizioni che è difficile che gli occidentali - e in particolare gli americani - accettino: la formazione di una flotta sotto l'egida dell'Onu (cosa che legittimerebbe il ruolo dell'Urss nel Golfo, secondo Washington); l'approvazione da parte dei parlamenti occidentali di leggi che impediscano i rifornimenti di armi a Teheran.

Un dato, infine, sui costi dell'operazione. Il trimestre luglio-settembre di scorta alle petroliere del Kuwait è costato alla marina americana, secondo stime del Congresso, 69 milioni di dollari. Facendo le proporzioni tra le due flotte, sembra elevata la richiesta di Zanone per 51 miliardi, cioè circa 41 milioni di dollari.

 
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