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Radanne Pierre, Laponche Bernard, Schneider Michael, Cavelli Melania, Di Lascia Maria Teresa, Aglietta Adelaide, Turco Maurizio - 25 dicembre 1987
DOSSIER ENERGIA (3) DAL NUCLEARE AL CONTROLLO DELL'ENERGIA

Indice (n. 3740)

Proposta-quadro per una nuova politica energetica (n. 3741)

Dal nucleare al controllo dell'energia (n. 3742)

Dossier tecnico sul Superphénix (n. 3743)

Annessi (n. 3744 - 3745 - 3746)

L'offerta energetica in risposta allo schock petrolifero, la sfida nucleare

1. L'Italia, un paese dipendente nel settore energetico

Nel 1973 i paesi a economia di mercato non senza stupore hanno scoperto che le risorse energetiche erano limitate, che le tensioni politiche mondiali potevano interrompere la circolazione nella società di quel flusso vitale che è l'energia.

Per rispondere alla crescita dei bisogni energetici registrata a partire dal 1945 si ricerca ovunque un'energia capace di sostituire il petrolio i cui prezzi aumentano vertiginosamente.

L'Italia, che non ha rilevanti giacimenti di carbone (come la Germania Federale, la Gran Bretagna e la Francia) e di petrolio (come la Gran Bretagna), è estremamente dipendente da altri paesi e pertanto costretta a importare energia.

Le sole risorse energetiche di cui dispone l'Italia sono il gas (copre la metà del fabbisogno), l'idroelettrico e la geotermia che assicurano un quarto della produzione elettrica.

2. Gli investimenti italiani per la ricerca e lo sviluppo nel settore energetico

Tenendo conto della dipendenza energetica italiana, gli investimenti sono stati notevoli soprattutto nel campo della ricerca e dello sviluppo.

Il "grafico 2" rappresenta la ripartizione degli stanziamenti pubblici per la ricerca (esclusi i finanziamenti all'Eni ed all'Enel) per il 1985.

La quota totale assegnata al nucleare è nel 1987 ancora del 91,7%.

I programmi più onerosi riguardano gli autofertilizzanti (Pec, Superphénix) e la fusione. Nell'impossibilità di risolvere le difficoltà politiche legate alla localizzazione delle centrali nucleari, l'impegno e gli sforzi della ricerca si sono orientati verso le filiere nucleari a lungo termine.

Sebbene l'Italia abbia realizzato poche centrali nucleari, la ricerca nel settore ha assorbito la quasi totalità dei fondi destinati allo scopo di »ricerca e sviluppo nel settore energetico e quindi non solo nella fonte nucleare.

Tra il 1977 e 1985 si ha:

- per le filiere classiche: 1.500 milioni di dollari;

- per gli autofertilizzanti e la funzione: 1.650 milioni di dollari.

- Totale: 3.150 milioni di dollari.

Lo sforzo della ricerca italiana nel settore energetico è stato notevole ed è ammontato a 4.700 miliardi di lire tra il 1977 e 1985. Questo considerevole sforzo finanziario, se viene confrontato con il prodotto interno lordo, rivela che l'Italia ha investito nella ricerca nucleare il doppio della Germania e tre volte di più degli Stati Uniti.

3. Il fallimento del programma nucleare italiano

Sulla scia di altri paesi europei, l'Italia dopo la crisi petrolifera del 1973 si è seriamente impegnata nel settore nucleare. Tale programma è pero stato bloccato per la mancanza di consenso e accordo con le popolazioni e gli amministratori del comuni scelti come siti di centrali. La sola grossa centrale in funzione è quella di Caorso (1,300 MWe).

4. Gli investimenti centrati sull'offerta di energia

Le spese d'investimento previste nel Pen per gli anni 1981-1985 sono state:

- Petrolio + carbone + gas naturale + uranio: 57.000 miliardi di lire;

- energia rinnovabile: 7.500 miliardi di lire;

- distribuzione d'elettricità: 12.500 miliardi di lire;

- risparmio energetico e uso razionale dell'energia: 8.000 miliardi di lire;

- Totale: 85.000 miliardi di lire.

(Fonte: Rapporto sull'energia '86).

Si noti che gli investimenti concernono quasi esclusivamente l'offerta d'energia. Non si è ancora preso in debita considerazione le tecnologie del risparmio d'energia e la razionalizzazione dei consumi.

5. La quota di elettricità di origine nucleare

La quota di elettricità varia molto da un paese all'altro. La Francia e l'Italia costituiscono i due casi estremi di tale confronto. Ciò nonostante le tariffe elettriche non sono molto diverse per l'utente, né i bilanci di esercizio dell'Edf e dell'Enel brillano per economicità. Come se il gigantesco sforzo dell'Edf non avesse portato alcun vantaggio economico decisivo sull'Enel. Il programma nucleare francese è stato intrapreso per rispondere ad un ipotetico raddoppio dei consumi di elettricità ogni 7 anni. Era questa l'ipotesi di sviluppo che era stata prevista in diversi paesi industrializzati.

La differenza tra i due programmi nucleari - italiano e francese - trova la sua spiegazione nella capacità dello Stato francese di imporre la costruzione delle centrali nucleari contro la volontà delle popolazioni e delle amministrazioni locali.

6. Il contributo del nucleare nella produzione di energia

Dal 1978 nessuna centrale nucleare è stata ordinata dalla Germania Federale e dagli Stati Uniti, inoltre questi paesi hanno annullato un centinaio di ordini di reattori. Centrali terminate a più dell'80% come Montalto di Castro sono state convertite a gas naturale.

I paesi che hanno fatto del nucleare una scelta egemonica sono la Francia e il Belgio (70% della produzione di elettricità). Invece al Gran Bretagna e la Germania Federale hanno attribuito al nucleare un'importanza più modesta (30%).

7. Il calo delle ordinazioni nel settore nucleare

L'industria nucleare ha dovuto affrontare difficoltà ben più gravi di quelle previste:

- difficoltà legate alla sicurezza accompagnate da aumento dei costi;

- rinvio dei tempi di costruzione con aumento delle spese;

- difficoltà a standardizzare la produzione delle centrali nucleari; la Francia è uno dei pochi paesi che è riuscita a perseguire tale obiettivo;

- mancanza di soluzioni industriali ai problemi tecnici posti dal ritrattamento delle scorie;

- aumento dell'attenzione all'ambiente nell'opinione pubblica con conseguente sviluppo di regolamentazioni restrittive come negli Usa e in Germania federale;

- rifiuto delle autorizzazioni per la messa in funzione di installazioni già pronte (ad esempio gli autofertilizzanti di Kalkar in Germania federale o l'unica centrale austriaca).

Senza entrare in eccessivi dettagli tecnici, giudichiamo lo stato delle cose a partire dal numero di reattori in funzione.

Il grafico dimostra 3 fasi nell'evoluzione della messa in funzione dei reattori nei paesi a economia di mercato:

a) alla metà degli anni '70, il rallentamento del programma americano dovuto al disimpegno sul nucleare - a partire dal '74 - dei banchieri di Wall Street;

b) dal 1980, essenzialmente in Europa, l'allacciamento in rete delle centrali ordinate subito dopo lo choc petrolifero;

c) dal 1979, il crollo delle ordinazioni dovuto non solo all'allarme per l'incidente di Three Miles Island, ma anche dalla constatazione che le previsioni di fabbisogno elettrico sono sovrastimate rispetto ai consumi reali;

d) dalla fine del decennio in corso, il basso numero di centrali in costruzione dà alla curva la forma di un encefalogramma piatto.

8. Il fallimento delle previsioni

Nel 1978 si prevedeva che nel 2000 sarebbero entrati in funzione 1.200 reattori. Invece, ancora prima di poter registrare l'effetto Chernobyl sul calo delle ordinazioni, eravamo già in presenza di una riduzione di circa 500 reattori rispetto a quanto previsto.

E' il momento, quindi, di radicali revisioni:

- alcuni paesi come la Svezia preparano la loro uscita dal nucleare;

- altri ne arrestano la costruzione come gli Stati Uniti e la Germania;

- altri, già candidati all'acquisto di una centrale, abbandonano i loro progetti (Grecia, Portogallo), l'Austria non mette in funzione una centrale già ultimata.

I soli nuovi aderenti al club dei paesi che dispongono di centrali nucleari sono alcuni paesi di recente industrializzazione (la Corea in primo luogo). E' chiaro che il nucleare è fuori dalla portata della grande maggioranza dei paesi in via di sviluppo: difficoltà nel controllo della sicurezza, assenza di reti elettriche sufficientemente strutturate, costi troppo elevati, senza parlare dei rischi di proliferazione degli armamenti.

Conclusioni della prima parte

* Dopo il 1973 in tutti i paesi sviluppati il nucleare ha alimentato nei responsabili politici, economici, finanziari, la speranza di una nuova indipendenza energetica. Gli sforzi tecnici, finanziari e umani in tal senso sono stati considerevoli.

* Ma globalmente a livello mondiale il decollo del nucleare non è avvenuto. La tecnologia nucleare non ha potuto eliminare i rischi di gravi incidenti, non ha trovato una soluzione durevole al problema delle scorie e - soprattutto - non ha potuto dimostrare la sua convenienza economica.

La Francia si è impegnata si grande scala, l'Italia si interroga dopo il fallimento del suo programma.

Senza un considerevole parco nucleare, l'Italia si precluderà una via di ulteriore sviluppo economico?

Per rispondere a un tale interrogativo analizziamo la storia recente del consumo di energia dei paesi a economia di mercato.

La stabilizzazione del consumo energetico italiano

9. Stabilizzazione del consumo energetico italiano

Dal 1973 il consumo energetico italiano si è stabilizzato. Durante questo periodo, la crescita economica italiana è stata del 2,6% tra il '73 e il '79, dell'1% dall'80 all'85.

L'Italia è così entrata in una fase di non-crescita energetica. Di fronte ad una rottura così notevole con il periodo precedente la parte relativa alle diverse fonti energetiche e alla copertura del fabbisogno energetico è rimasta sorprendentemente stabile; l'Italia resta infatti dipendente dagli idrocarburi per i 4/5 dei suoi bisogni energetici.

10. Evoluzione del consumo elettrico

La crescita del consumo di elettricità è stata lenta e regolare: 20% in più nell'industria dal '73 all'85 e del 70% in più nel settore dell'habitat e del terziario. Ciò corrisponde ad un notevole aumento del livello di vita negli ultimi quindici anni e in particolare alla diffusione degli elettrodomestici. Attualmente questo fenomeno sembra essersi stabilizzato.

11. L'errore delle previsioni relativamente si consumi per il 1985

Lo stabilizzarsi del consumo energetico non era stato previsto in Italia, non più che negli altri paesi. Così le previsioni, fatte dieci anni fa, per l'85, sono state del 30% superiori ai consumi realmente constatati. Fenomeno notevole in un lasso di tempo così breve.

12. Le previsioni del Pen per i prossimi dieci anni

Nel Pen del 1985 si prevede che vi sarà un aumento dei consumi energetici sino al 1990 del 10% e del 17% sino al 1995, già da ora è chiaro che l'aumento dei consumi energetici raggiungerà tali percentuali.

Conclusioni della seconda parte

La stabilizzazione dei consumi energetici, subito dopo lo choc petrolifero del 1973, nessuno l'aveva prevista, né gli esperti, né i responsabili politici, i petrolieri, i promotori dei programmi nucleari e nemmeno gli oppositori a tali programmi.

Al massimo lo avremmo immaginato nel giro di parecchi decenni e al volgere di una rivoluzione dei comportamenti e una stasi generale di crescita economica. Tutti i paesi hanno quindi mostrato una tendenza a sovrastimare il consumo energetico futuro e ad impegnarsi in investimenti o ad assicurare delle riserve che oggi appaiono decisamente sovrastimate. La questione che si pone oggigiorno è di sapere se questa stagnazione sia solo la conseguenza della crisi economica o se tutto ciò non sia di più lunga portata: si tratta quindi di capire se ci si trovi di fronte ad una tendenza durevole.

Il controllo dei consumi energetici come risposta

Il divario tra consumo di energia e crescita economica

13. Prodotto interno lordo e consumo energetico in Italia

Nel periodo 1965-1985 vi sono due diverse delineazioni:

a) una descrive la variazione del Prodotto interno lordo-Pil (indicativo della crescita economica in rapporto ad un valore di riferimento uguale a 100 nel 1973. Si nota che la crescita è meno forte tra il 1973 e il 1983 che tra il 1965 e il 1973, essa resta tuttavia nettamente positiva;

b) la seconda, variazione del consumo energetico finale (energia consumata dagli utenti: residenze, terziario, industria, trasporti, agricoltura) è completamente diversa:

- tra il 1965 e il 1973, fenomeno constato dal 1950 circa, il consumo energetico aumenta più velocemente che la crescita 1985, il consumo energetico è praticamente stabile.

Il Pil è aumentato di circa il 30% tra il 1973 e il 1985, mentre il consumo energetico è aumentato solo del 5%.

Si è avuto in sostanza un risparmio di energia ovvero diminuzione della quantità d'energia necessaria per una data produzione (nell'industria per esempio) o per un dato servizio (temperatura nelle abitazioni, spostamenti di persone, trasporto di merci, ecc.).

14. Prodotto interno lordo e consumo energetico nei paesi dell'Ocse

Anche nei paesi dell'Ocse, così come in Italia, il Pil aumenta del 30% fra il 1973 e il 1985, mentre il consumo energetico si stabilizza.

Come si nota, tale evoluzione si è avuta in due tempi:

- nel 1973-'75.

Di fronte allo choc petrolifero, la prima risposta dei consumatori d'energia è stata la modificazione dei comportamenti. Abbiamo così lottato contro lo spreco.

- Dal 1979.

Le due curve divergono nettamente. E' a partire da tale data che si sviluppano gli investimenti nel risparmio e nella sostituzione dell'energia.

15. I diversi comportamenti nei vari paesi industrializzati occidentali

(Si confrontino le quote d'intensità energetica, cioè il consumo energetico all'unità di Pil).

- Grafico 15a - valori

La Francia ha »guadagnato cinque punti fra il '73 e l'85, notevole prestazione dopo aver iniziato al livello più basso (il più a risparmio) nel '73.

Il consumo degli Stati Uniti per unità di Pil sale ancora a più del doppio di quello della Francia (a causa di forti consumi specifici).

Tre paesi sono comparati, con indice di base 100 nel 1973.

Il Giappone è in testa nel miglioramento dell'efficienza energetica con l'acquisto di 11 punti: nell'86 di trova di sicuro al livello più economico. Bisogna tenere presente che il Giappone ha visto il suo consumo energetico aumentare del 5% fra il '73 e l'85 contro un aumento del Pil del 60%.

16. In Italia tutti gli sforzi di risparmio energetico sono stati realizzati dall'industria

La scomposizione per settori della variazione dei consumi energetici (Tep/miliardi di lire) in Italia è illuminante.

La diminuzione dei consumi energetici è la risultante di un ulteriore risparmio nel settore dell'industria (più di un quinto) e della stagnazione nei settori dei trasporti, delle abitazioni del terziario.

In realtà i pubblici poteri non si sono impegnati nei nostri paesi in una politica efficace ed effettiva di risparmio energetico, tenuto conto del loro fondamentale ruolo nei progressi tecnologici.

Tale scomposizione indica chiaramente la necessità di una politica più adeguata per i trasporti, le residenze e il terziario.

17. Alcuni esempi di soluzioni tecniche che favoriscono la diminuzione dei consumi energetici

In dieci anni, la diminuzione dei consumi energetici è stata del 20% per la produzione di acciaio, del 17% per tegole e mattoni e del 10% per il cemento. Si deve aggiungere che i cementifici, oltre a registrare un risparmio d'energia, hanno sostituito al petrolio greggio, il carbone - combustibile meno caro - unito a combustibili-scorie (forme, residui vari).

La gestione dell'energia prevede quindi non solo l'economia di un dato combustibile, ma anche la sua sostituzione con un combustibile meno caro e più competitivo.

D'altronde, ai risparmi »tecnici si aggiungono i risparmi di gestione che hanno un'importanza notevole.

Conclusioni della terza parte

La comprensione del fenomeno di dissociazione tra l'evoluzione del consumo energetico e la crescita economica ci permette di affrontare la situazione energetica mondiale e di tracciare gli elementi di una strategia energetica - nello stesso tempo nazionale e mondiale - basata sul governo dell'energia.

Gli Stati hanno tentato di sostituire il petrolio con il nucleare, ma le nostre economie si sono evolute diversamente. Talmente e così bene che, a meno di 10 anni dal secondo choc petrolifero, la situazione è completamente cambiata.

Passato ogni trauma prodotto dall'assenza di un serio programma nucleare, la realtà italiana è da analizzare con un'ottica diversa.

La società italiana è decentralizzata, senza uno Stato imprenditore. Perciò non si è avuta una durevole fascinazione per il nucleare. I timori delle popolazioni coinvolte dalla localizzazione dei reattori nucleari hanno presto bloccato i processi di decisione.

Simultaneamente, l'industria italiana (siderurgia, metalmeccanica, automobilistica) si avviava naturalmente, per le leggi di mercato, sulla via del risparmio energetico.

Anche su questo campo, lo Stato non è intervenuto, restando quasi completamente inoperoso nella coibentazione degli edifici, nella promozione dei trasporti collettivi e nello sviluppo di nuove fonti di energia.

Ma un fatto è certo: l'Italia è entrata nel nuovo sistema energetico senza i vincoli che comporta un parco nucleare.

La situazione mondiale per una strategia di controllo dell'energia

18. L'evoluzione del consumo energetico nel mondo

a) Il consumo totale dal 1973 al 1985 è aumentato di poco. Ciò è imputabile da una parte alla difficoltà di sviluppo del terzo mondo, d'altra parte (in confronto al rapido aumento che aveva segnato il periodo precedente) alla stabilizzazione dei consumi dei paesi occidentali industrializzati che rappresentano da soli la metà del consumo mondiale (nel 1985, il consumo totale di 7,4 miliardi di Tep d'energia primaria commerciale si divide in 3.700 Mtep per i paesi industrializzati a economia di mercato; 2000 Mtep per i paesi industrializzati a pianificazione centralizzata; 1.700 Mtep per i paesi del terzo mondo).

b) Le energie dominanti sono essenzialmente: il petrolio che conserva il primo posto, il carbone e il gas naturale.

Gli esperti sono d'accordo nell'attribuire al carbone un ruolo di primo piano nel ventunesimo secolo a causa dell'abbondanza e della distribuzione delle sue risorse, mentre la quota del gas dovrebbe raggiungere e forse sorpassare quella del petrolio, il quale dovrebbe diminuire relativamente. Queste tre energie resterebbero allora dominanti per alcuni decenni senza gravi problemi di risorse (esclusi i prezzi) a "condizione" che la crescita dei consumi sia limitata ad una politica generale di governo dell'energia.

c) In quel contesto, di uso razionale di ogni energia e di »conservazione delle energie fossili (carboni e idrocarburi), le energie rinnovabili (idroelettrica, solare e i suoi derivati, biomasse), dovrebbero assumere un'importanza crescente in funzione delle seguenti regioni:

- La loro importanza, in numerosi paesi - industrializzati e sottosviluppati - è già non trascurabile: 25 Mtep in Francia e il 70% dell'energia primaria in Brasile.

- Le energie rinnovabili rappresentano fin d'ora, nelle zone ubicate fuori o in periferia delle grandi reti di distribuzione delle energie classiche centralizzate, la soluzione più economica per fornire un servizio energetico, in particolare nelle zone rurali (fotovoltaico, eolico, micro-elettrico).

- La loro produzione (nel caso della biomassa o dei rifiuti) come prodotto energetico è in molti casi sottoprodotto e valorizzato in una produzione principale o fattore di risanamento (mantenimento dei boschi, utilizzazione dei rifiuti).

- Infine, anche se non prevista la loro utilizzazione a breve termine, lo sviluppo di energie di sostituzione come il carburante estratto dalle biomasse, ad esempio.

19. Il consumo di energia nel mondo

I consumi energetici mondiali sono connotati da profonde disparità. Il diagramma del consumo di energia per abitante (la media normale è di 1,5 Tep all'anno) evidenza due raggruppamenti di paesi:

- i paesi industrializzati, con gravi variazioni l'uno dall'altro;

- i paesi del terzo mondo, con consumi molto al di sotto di 1 Tep all'anno.

Orbene:

- l'insieme dei paesi industrializzati consuma più dei 2 terzi dell'energia commerciale;

- l'ente internazionale dell'energia, al quale prendono parte la maggior parte dei paesi dell'Ocse (meno la Francia), considera che, a medio termine (nei prossimi 10 o 15 anni), i paesi dell'Ocse possono ridurre, con appropriate tecniche e a buone condizioni economiche, la loro intensità energetica del 30%.

Ciò significa che, ed è quel che il diagramma suggerisce d'altra parte, i paesi che attualmente sono i maggiori consumatori possono stabilizzare e anche diminuire il loro consumo energetico, senza colpire il loro sviluppo economico (anzi favorendolo: ad esempio i paesi dell'Est).

Si intravede dunque una strategia di gestione dell'energia che ogni paese dovrà mettere in atto e che corrisponde anche ad un interesse mondiale.

20. La posta in gioco della strategia energetica mondiale

Dal confronto fra due studi, entrambi con proiezioni per il 2000, è possibile individuare i termini della questione.

* Il primo, chiamato Cme, è stato realizzato da un gruppo di lavoro per la Conferenza mondiale dell'energia.

Esso segue le linee di tendenza del passato fondate sul legame fra la crescita economica, e pone in evidenza i blocchi che ne risultano tanto dal punto di vista delle risorse fisiche quanto delle risorse in capitale. In questo studio raddoppia il consumo energetico dei paesi industrializzati, pur nell'ipotesi detta bassa. Anche i consumi dei paesi del terzo mondo (dei quali si è accertato il basso livello attuale) raddoppia: dunque, in totale, il consumo energetico mondiale primario raddoppia e i vincoli tanto fisici che finanziari sono notevoli. Tale scenario è connotato da un aumento notevole dei prezzi dell'energia, dunque di crisi.

* Il secondo studio, lo »studio Goldemberg è stato realizzato da quattro universitari: l'americano Williams, lo svedese Johansson, l'indiano Reddy e il brasiliano Goldemberg, che del resto è stato presidente dell'ente elettrico e del gas dello Stato di Saô Paulo e ciò gli conferisce una doppia competenza. Questo scenario è basato sull'applicazione di una strategia di risparmio dell'energia nel quadro di una crescita economica forte ipotizzata sia per i paesi industriali che per quelli del terzo mondo. L'applicazione rigorosa dell'utilizzazione razionale dell'energia, sulla base delle tecniche oggi conosciute, permette di ridurre il consumo dei paesi industrializzati che nel periodo considerato diminuisce di circa la metà. In compenso, a quote di crescita economica uguale, il consumo dei paesi del terzo mondo aumenta ma in proporzione minore a quello dei paesi industrializzati registrato fra il 1950 e 1970. Lo scenario di Goldemberg prevede dunque la possibilità di una stabilizzazione del consumo energetico

mondiale, con una progressiva opera di riequilibrio fra paesi industrializzati (attualmente grandi consumatori) e paesi del terzo mondo. L'importanza di questo studio non risiede solo nell'attenta valutazione del consumo energetico mondiale nel 2020, ma anche nell'evidenziazione di una strategia globale di governo dell'energia, tecnicamente realizzabile e che eviterebbe le crisi (esaurimento delle risorse fisiche e delle risorse in capitale) evidenziato dallo studio della Cme.

Conclusioni della quarta parte

L'esistenza di un'altra via di sviluppo, diversa da quella nucleare, appare chiaramente sia a livello nazionale che a livello mondiale. E' quella del controllo dei consumi d'energia. Essa apre prospettive radicalmente differenti da quelle degli anni '70 ai problemi energetici mondiali.

Oggi sappiamo che è tecnicamente possibile ed economicamente interessante produrre di più e vivere meglio consumando meno energia. E' questa la strategia da scegliere ora sia per i paesi industrializzati che per i paesi del terzo mondo. Essa è inoltre una delle indispensabili condizioni di miglioramento delle relazioni tra il Nord e il Sud.

 
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