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Pannella Marco - 29 dicembre 1987
CARO CRAXI, IL PR SCOMPARE
di Marco Pannella

SOMMARIO: Marco Pannella ricostruisce puntigliosamente i passaggi politici della sua proposta di governo a sette, con verdi e radicali »a forte contenuto programmatico, in particolare in politica estera, in direzione europeistica e "occidentale", in politica della giustizia e dell'energia, dell'ambiente, del debito pubblico e istituzionale . Il rifiuto di questa linea da parte di Betino Craxi, la svolta di 180 gradi del Psi sui temi che avevano visto la collaborazione con i radicali, porterà a tempi bui per tutti. Ma si può discutere seriamente di tutto ciò - chiede Pannella a Martelli? Il Pr offre formalmente la propria scomparsa in quanto forza partitica concorrente come contributo per la riforma e per la democrazia. E il Psi? E gli altri

(IL MANIFESTO, 29 dicembre 1987)

Il vicesegretario del Psi, Claudio Martelli, insiste nel dare versioni riduttive, parziali e non propriamente veritiere, ai motivi del "gelo" (il termine è suo) calato fra i socialisti e radicali dal dopo-elezioni della scorsa estate ad oggi. A chi e cosa serve occultare i motivi reali e seri del dissenso? Se non li si affronta chiaramente non potranno che aggravarsi anziché essere superati.

Afferma Martelli, in una intervista alla Stampa: "il gelo con i radicali cominciò quando Pannella propose a Craxi di far fare il governo a De Mita e di entrarci come ministro per sottolineare un patto forte. Craxi gli rispose: "Ma sei matto?".

Noi proponemmo, subito dopo le elezioni, coerenti con la campagna elettorale che insieme avevamo fatto, e con gli ultimi due anni di legislatura, di valorizzare e non di liquidare i risultati elettorali, che avevano visto la sconfitta politicapiena, totale, dalla linea di De Mita, e il successo del Psi, dei verdi e anche dei radicali, oltre che dalla proposta laica e riformista, malgrado gli insuccessi elettorali (e non politici) del Pli e del Psdi.

Proponemmo, quindi, una iniziativa politica forte, per un governo forte: una crisi se necessario lunga, per sconfiggere definitivamente, per sbarazzarci della "linea" De Mita e del demitismo. Un governo a sette, con verdi e radicali, dentro, a forte contenuto programmatico, in particolare in politica estera, in direzione europeistica e "occidentale", in politica della giustizia e dell'energia, dell'ambiente, del debito pubblico e istituzionale. All'interno della Dc, l'esito elettorale era vissuto in modo opposto a quello di cui la stampa e la Tv s'erano fatte trombetta per conto di De Mita. I referendum non avrebbero potuto non tenersi entro breve termine. La minaccia di una crisi grave della legislatura, al suo inizio, non poteva spaventare che chi aveva perso e fatto perdere al suo partito politicamente il confronto.

Al contrario, il Psi sembrava scegliere (e scelse) di chiudere subito la crisi: con il pentapartito, senza iniziativa politica che non fosse di potere e di corridoio. A questo punto (e di nuovo in dicembre, dopo i risultati dei referendum e durante il tentativo di crisi opportunamente fatto dai liberali, costretti subito, in primo luogo dal Psi, a una ingloriosa ritirata) tornammo a ripetere ai compagni socialisti che occorreva comunque impegnarsi in una politica non-attendista, non di bassissimo profilo, non del "tanto peggio, tanto meglio" anche negli interessi del paese, nella congiuntura internazionale e sociale che s'andavano aggravando. E che l'alternativa alla nostra proposta non poteva allora che essere quella di un governo De Mita con vicepresidente e ministro degli esteri Craxi, a sette, con Pr e verdi, anche in considerazione del fatto che il grande successo referendario rafforzava la logica dell'impegno radicale e verde in una nuova, più ampia e chiara maggioranza di governo.

E' vero che Craxi, a quel punto, sbottò sorridendo: "Ma sei matto?". Risposi che ero serio; e stavo per aggiungere che non per colpa nostra poteva essere giusto scomodare categorie come quella della salute psichica-politica di qualcuno di noi. Craxi stesso, in quella occasione, sottolineò che la crisi aveva colto impreparato il Psi che ammetteva di non aver risposte politiche chiare da dare, come non le aveva avute durante l'estate, e che occorreva riflettere, e riflettere in comune. Temeva solo e innanzitutto un nuovo incontro Dc-Pci e ne era - ed è - paralizzato e condizionato. Come esito della riflessione, tutt'altro che comune e quanto mai solitaria, per quanto ne sappiamo, Craxi lanciò dopo pochi giorni la proposta della contro-riformetta dello sbarramento elettorale del 5% e di liste "nazionali" (o con collegio unico nazionale) per le elezioni europee. Il "giro" di consultazioni ha poi subito confermato che si trattava di poco più che di una (infelice) provocazione, di fatto ritirata o accantonata, Un

pò poco.

A questo punto, ristabilita la verità, dobbiamo chiaramente rammaricarci della "svolta" socialista, rispetto a due anni di intese e di lavoro comune, ed allo stesso Congresso del Psi, svolta di 180 gradi. E' come se, d'un tratto, una linea politica del Psi, che aveva rischiato (non fosse stata la faziosità e la distruttività, allora, della politica della "opposizione" di sinistra) di scavare un abisso fra socialisti e radicali, tornasse a prelevare, senza più ambiguità, riserve e contraddizioni. Penso alla linea del nuovo Concordato madamense, dell'elezione del presidente della repubblica sulla linea dell'"unità nazionale", alla politica di rovesciamento delle alleanze dovunque possibile negli enti locali, con sola bussola quella di interessi da potare, dell'accettazione della "staffetta" e della lottizzazione feroce della Rai-Tv, fra Dc, Psi, e un certo Pci, (e gli altri dietro, più che dentro). Penso agli errori e alle sconfitte dovute a tatticismi e ad assenza di iniziativa politica sul fronte dei mass-me

dia, e su quelle della vita istituzionale e pubblica.

A rischio di spiacere ancora di più, e di far scomparire quindi ogni piccolo spazio di informazione e di dibattito per quanto ci riguarda, aggiungo con recisione un timore, che nutro - non silenziosamente - da anni. Non c'è più a presiedere la repubblica, e ad animare la vita politica e istituzionale, Sandro Pertini. L'Italia, e la democrazia, devono a lui l'unico evento politico di valore storico (con quello della battaglia e della vittoria divorzista) che abbia marcato in questi ultimi trent'anni la vita politica italiana. Nessuno avrebbe avuto mai la forza e il rigore intellettuali, nel pieno rispetto della Costituzione e delle sue funzioni, di affidare gli incarichi di governo non più a democristiani ma a Ugo La Malfa, prima, poi a Craxi, a Spadolini, a Craxi ancora, di realizzare così un'alternanza laica alla trentennale guida democristiana dei governi. Senza la sua azione e presenza la storia di questi dieci anni sarebbe stata ben altra, e peggiore. Dubito che Bettino Craxi e Giovanni Spadolini sarebbe

ro restati a lungo ancora segretari dei loro partiti; altro che presidenze del consiglio. Non vorrei che il prezioso patrimonio, il peculio anche, dovuto a Sandro Pertini andasse a tutto intero dilapidato.

Se il Psi non tornasse alla politica, che lo ha portato alla vittoria elettorale di giugno (dopo la quasi sconfitta siciliana e il sostanziale stallo delle elezioni amministrative), quella trainata possentemente non già dal Concordato madamense, dal tripartitismo della elezione del presidente della repubblica, dalla politica di potere più che di governo, ma dalle scelte riformiste, laiche, liberal-socialiste e radical-democratiche referendarie (se si limita a sperare di assorbire il Psdi o una parte del suo elettorato, e di contrattare con Dc e Pci qualche vantaggio particolare, egoistico, di mero potere o di mera facciata, in cambio del nulla o di contro riforme istituzionali e politiche per protrarre il più possibile gli attuali assetti di regime, temo che tempi bui s'annuncino per tutti: in primo luogo - non s'illudono - per i socialisti stessi). Tanto più che ci sembra errato contare troppo su un Pci eternamente disponibile a questo tipo di incontri e di spartizioni del potere, di rifiuto o di capacità

di grandi disegni di riforme, di negazione o di superamento del proprio "particulare" ponga in causa persino il nome, il termine "comunista".

Si può - chiedo dunque a Martelli e a Craxi - discutere seriamente? Il Pr offre formalmente - con le sue proposte congressuali a Bologna - la propria scomparsa come forza partitica concorrente in quanto tale, nella politica nazionale, come previsto e come preannunciato sin dagli scorsi anni. lo fa come contributo per la riforma e per la democrazia. E il Psi? E gli altri.

 
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