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NR - 31 dicembre 1987
Radio Radicale: Un diritto negato

SOMMARIO: Secondo gli ispettori del Ministero delle Finanze oltre nove miliardi di entrate non sarebbero state fatturate dagli amministratori di Radio radicale. I soldi del finanziamento pubblico che il Partito radicale, pubblicamente e in ottemperanza alle decisioni congressuali, ha sempre versato agli amministratori di Radio radicale devono dunque essere considerati finanziamenti "in nero"?

(Notizie Radicali n· 302 del 31 dicembre 1987)

Ciò che non è riuscito qualche anno fa al ministero delle Poste e Telecomunicazioni, riuscirà forse oggi al ministero delle Finanze? L'intimazione di chiudere le trasmissioni di Radio radicale che allora non andò a buon fine rischia di realizzarsi ora a causa di un verbale dell'Ispettorato compartimentale delle imposte dirette del Lazio.

Nella sua intransigente quanto notoria ed efficace lotta agli evasori fiscali, il ministero delle Finanze ha scoperto una centrale dell'evasione proprio nella sede di Radio radicale. Oltre nove miliardi di entrate non sarebbero state fatturate -secondo gli ispettori del ministero- dagli amministratori di Radio radicale, con omissione di dichiarazione e conseguente evasione dell'obbligo di pagare su queste entrate l'Iva.

Il ministero ha forse scoperto una massa ingente di attività illegali e sommerse? Radio radicale dispone di attività e di entrate finanziarie »in nero , tenute all'oscuro di tutti? Nulla di tutto questo naturalmente. Le entrate su cui l'ispettorato compartimentale pretende il pagamento dell'Iva sono i contributi annuali, non nascosti, non sommersi, ma notissimi e proclamati che dall'82 all'87 il Partito radicale ha sempre versato ogni anno, secondo il mandato rigidamente ricevuto dai suoi Congressi, agli amministratori di Radio radicale.

Per questa pretesa evasione il ministero ha chiesto di infliggere a Radio radicale pene pecuniarie da un minimo di sei a un massimo di undici miliardi, ed ha trasmesso gli atti, per i conseguenti accertamenti penali, nei confronti dell'amministratore unico di Rr, Paolo Vigevano.

A parte il rischio per l'ing. Vigevano di veder scattare ai suoi polsi quelle »manette agli evasori quasi mai usate per i pescicani dell'evasione e della finanza, il rischio di chiusura di Radio radicale diventa di nuovo reale. Si tratta infatti di somme che la radio non potrebbe mai pagare. La tesi del ministero è che non si è trattato, in tutti questi anni, come il Partito radicale ha dichiarato nelle sue deliberazioni, di contributi dati a titolo di liberalità a un altro soggetto radicale, autonomo dal partito, ma, al contrario, di contributi concessi a titolo e in cambio di una vera e propria fornitura di servizi, di un »obbligo di fare derivante da un dissimulato rapporto contrattuale.

Gli ispettori del ministero sono arrivati a questa conclusione e alla determinazione delle pene pecuniarie senza tener alcun conto del fatto che, se avesse voluto raggiungere questo scopo (l'obbligo di una fornitura di servizi al partito), sarebbe stato sufficiente al Partito radicale fare ciò che fanno tutti gli altri partiti, intestare quote di proprietà ai propri organi o a propri prestanome, versando qualsiasi somma in questo modo ad altri soggetti giuridici senza l'obbligo del pagamento Iva.

Radio radicale aveva già avuto pochi mesi prima un'altra ispezione. I suoi bilanci e la sua contabilità erano stati minuziosamente vagliati dai funzionari di un altro ufficio finanziario: l'ufficio Iva di Roma, che era giunto a conclusioni diametralmente opposte, ed aveva riconosciuto la natura giuridica di donazioni ai contributi finanziari del Partito radicale. Non abbiamo ragione, fino a prova del contrario, di dubitare della buona fede degli ispettori che hanno chiesto il pagamento di così ingenti pene pecuniarie, né abbiamo motivo di pensare ad una manovra politica. Sta di fatto che se passasse la loro interpretazione della legge, a parte la chiusura pressoché inevitabile di Radio radicale, si tratterebbe di una nuova spinta in senso partitocratico: per non pagare le tasse bisogna essere di proprietà del partito ed anche un partito come il radicale dovrebbe piegarsi a questa regola, rinunciando alla pretesa di finanziare un organo indipendente, capace di un'informazione diretta, imparziale, indipendente

: una spinta nella stessa direzione della legge sull'editoria che prevede finanziamenti e contributi statali ma solo a condizione che Radio radicale si dichiari »organo di partito.

Non è stato inoltre tenuto alcun conto che i contributi versati a Radio radicale, non rientravano nella discrezionalità degli organi esecutivi del Partito radicale , che sono rigidamente vincolati a questi versamenti da deliberazioni congressuali e da regolamenti finanziari che escludono l'uso delle somme derivanti dal finanziamento pubblico ai fini di attività di partito, impongono l'assegnazione di queste somme a soggetti esterni non legati da alcun vincolo formale di dipendenza dal Partito radicale e obbligano addirittura ad un distinto bilancio degli stanziamenti del finanziamento pubblico. Né infine si è tenuto in alcun conto il fatto che Radio radicale, la quale non ha mai nascosto la sua origine e natura politica, si è conquistata in questi anni la qualità e le caratteristiche di un organo di vasta informazione, ed ha avuto unanimi riconoscimenti per la sua capacità di assicurare, senza alcuna mediazione di parte, servizi di informazione di interesse generale sulla vita del Parlamento e delle istituzi

oni, dei partiti, della giustizia italiana, sulle grandi questioni della vita pubblica.

Ed è questo servizio che oggi vede minacciata la propria esistenza. Solo pochi mesi fa, per l'ennesima volta Radio radicale è stata indicata in sedi parlamentari come l'esempio che il servizio pubblico dovrebbe seguire. Evidentemente è questo ruolo che viene ritenuto intollerabile: l'esistenza di un soggetto privato che non solo garantisce la trasparenza dei propri bilanci e attività amministrative, ma anche la trasparenza delle istituzioni e della vita politica parlamentare.

 
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