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Stango Antonio - 11 marzo 1988
La tragedia del Sud-Est asiatico
di Antonio Stango

SOMMARIO: La violazione dei diritti umani nel Vietnam, nella Cambogia e nel Laos.

(Notizie Radicali n· 51 dell'11 marzo 1988)

Vi sono aree del nostro pianeta di cui in Italia, ed in genere in Europa occidentale, si discute piuttosto frequentemente.

L'America Latina è fra queste; come lo è, soprattutto in questi ultimi mesi, il Medio Oriente con la grave crisi israelo-palestinese. Vi sono altre aree di cui si parla solitamente in misura molto minore: il Corno d'Africa, l'Afghanistan, gli stessi Stati del Golfo Persico per quanto riguarda ciò che non investe direttamente le potenze occidentali; ed il Sud Est asiatico.

Una ragione di questa differenza di interesse -tanto più grave se si pensa che le aree di cui meno si discute sono da anni teatro di autentici massacri, di crimini contro l'umanità oltre che di semplici violazioni dei diritti individuali- è certamente nella »cattiva coscienza di tanta parte delle forze politiche, in primo luogo della sinistra storica, e degli ambienti intellettuali che hanno a lungo sostenuto aprioristicamente la bontà di molti dei regimi lì instauratisi, in nome degli interessi di classe oppure, più genericamente, »dei popoli .

Una seconda ragione del disinteresse sta nel fatto che è tutt'altro che comodo procurarsi informazioni adeguate sulla reale situazione di quei paesi, specie con gli strumenti che oggi costituiscono il principale veicolo di comunicazione per centinaia di milioni di persone: le immagini, televisive o fotografiche. Se all'epoca del coinvolgimento americano in Vietnam era facile, grazie agli stessi reportage americani, costituire una opinione pubblica occidentale nettamente contraria a quella guerra; se oggi è facile disporre di documentazione, visiva e di ogni altro tipo, su quanto accade in Israele e nei »territori occupati , è al contrario difficile o quasi impossibile procurarsi immagini di altri scenari, ivi comprese molte zone del Vietnam, della Cambogia e del Laos.

Oggi che (parafrasando un commento dell'importante libro di Olivier Todd Cruel Avril - La chute de Saigon) ai terribili giorni della guerra in Vietnam è seguita una notte forse peggiore, nel Vietnam, come nella Cambogia e nel Laos che nella sua orbita gravano forzatamente, si preferisce troppo spesso tacere; se nelle edicole di Mosca si trovano, accanto ai grigi fascicoli sulla Bulgaria, sulla Mongolia o su Cuba, fascicoli non meno grigi sul Vietnam sovietizzato, con tutta la retorica che Gorbaciov è ben lontano dal superare, per trovare da noi analisi e commenti fondati sulla attuale situazione di quel paese occorre attendere i servizi di Massimo Nava - pur se ancora troppo cauti - sul »Corriere della Sera o sui rapporti annuali di Amnesty International, la cui attività è ostacolata nel Sud Est asiatico come in poche altre aree.

Non molti dati dunque, e non enfatizzati da immagini che possano ogni sera venirci nella casa dai teleschermi. E tuttavia abbiamo la certezza, da rapporti e testimonianze dirette, che nel Vietnam, nel Laos e nella Cambogia i diritti umani fondamentali vengono violati in ogni modo: dalle decine di migliaia di persone che dal 1975 ad oggi sono state e rimangono internate, ai lavori forzati, nei »campi di rieducazione , e senza processo, alle torture, talvolta alle uccisioni in forza di una sommaria sentenza o anche senza alcuna decisione giudiziaria.

Che dire poi delle centinaia di migliaia di profughi? Non citiamo che un dato: dal solo Laos, dal 1975 al 1980, fuggirono in Thailandia oltre 400.000 persone; e a tal proposito testimonianze non smentite hanno rivelato che numerosi fuggitivi, fra cui decine di bambini, anche in territorio thailandese sono stati raggiunti da truppe laotiane e fucilati. Se noi pensiamo che l'intera popolazione del Laos è di circa 3.000.000 di persone, ci rendiamo conto delle enormi dimensioni del fenomeno, di cui l'aspetto relativo ai »boat people non è stato che quello internazionalmente più noto.

E' per questo che, oltre a quella di Olivier Todd, per molti anni corrispondente dal Sud Est asiatico per prestigiose testate internazionali, l'Associazione radicale per i diritti umani ha voluto raccogliere in un convegno le testimonianze di alcuni esuli che hanno vissuto sulla propria pelle la tragedia indocinese: i vietnamiti Vo Van Ai e Phuonh Anh, i cambogiani Sokhomaly Suon Kaset e Ly Den, i laotiani Mangkra Souvanna Phouma e Sithui Souvannasy. Dall'iniziativa, copromossa dall'Associazione internazionale per i diritti dell'uomo, dal Comitato per la difesa dei diritti umani nei paesi dell'Est e dal Gruppo parlamentare federalista europeo, è emerso un quadro di occupazione militare, di subimperialismo attuato dal regime al potere in Vietnam, di esportazione del totalitarismo sovietico, di controllo assoluto della vita di donne e uomini privati di qualsiasi dignità da un rigido sistema poliziesco; ma anche di una disastrosa condizione economica che fa del Laos il paese più povero del mondo ed ha ridotto a

nche la Cambogia e lo stesso Vietnam a fare i conti ogni giorno, a tredici anni dalla caduta di Saigon, con il rischio concreto della morte per fame per milioni di persone.

Se Francesco Rutelli, intervenendo, ha confermato la possibilità di investire il Parlamento italiano e le istituzioni della Comunità Europea della situazione del Sud Est asiatico, anche attraverso una attenta politica degli aiuti; se Paolo Ungari -come presidente di quella Commissione per i diritti umani della Presidenza del Consiglio italiana nata per iniziativa dei parlamentari radicali- ha manifestato solidarietà ed interesse reali, il caso del Vietnam, della Cambogia e del Laos, dimenticati ed abbandonati dalle forze politiche e dall'opinione pubblica internazionale dopo l'impegno degli anni Sessanta e Settanta, deve farci riflettere e motivarci ad agire perché non cadano sotto silenzio le atrocità e forse i genocidi che si compiono nelle zone d'ombra della attuale civiltà televisiva.

 
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