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Negri Giovanni - 24 maggio 1988
Polonia: nie ma wolnosci bez solidarnosci
di Giovanni Negri e Olivier Dupuis

SOMMARIO: Un reportage di Giovanni Negri e Olivier Dupuis sul loro viaggio in Polonia e sugli incontri con gli esponenti del dissenso.

(Notizie Radicali n· 107 del 24 maggio 1988)

»La Polonia è un cratere. Adesso ti sembra calma, silenziosa. Ma sotto la sua superficie corre la lava, è già pronta una nuova esplosione. Questa è la Polonia .

Sorridente, ammiccante, il »vecchio giornalista ha tutte le carte in regola per parlare a degli amici. Polacco di nascita, da vent'anni lavora per le agenzie di stampa occidentali, regolarmente inviato in tutti i punti caldi del grande scontro: un popolo intero, o la sua stragrande maggioranza, contro un regime che non sopporta, che umilia la sua storia e la sua cultura. Prima contro il partito comunista, poi contro Jaruzelsky, adesso verso Gorbaciov. Perché è lì che guardano tutti gli occhi, è quello il potere misterioso che si vuole sondare e mettere alla prova, il generale, l'uomo che ha persino accantonato con il suo golpe e le leggi marziali lo stesso apparato comunista, il »Pinochet che prova a fare il De Gaulle , altro non è che l'interlocutore formale, di facciata. La vera controparte è lui, il capo del Grande Vicino.

Siamo a Danzica, è la nostra seconda giornata polacca. Il vecchio giornalista getta uno sguardo di disprezzo verso le prostitute per occidentali o per »polacchi potenti che affollano il bar del Grand Hotel e torna a squadrarci. »A un radicale la posso dire chiara. Potete capire quel che non capisce almeno la metà dei miei colleghi che scrivono per la stampa occidentale.

La verità è che il potere può aver vinto questo giro, ma sta nella merda fino al collo. Fra pochi mesi è la catastrofe. L'inflazione è alle stelle. La gente andrà a fare quelle che qui si chiamano vacanze, in autunno avrà meno soldi, a ottobre-novembre la morsa della crisi sarà terribile. Allora si che il vulcano tornerà a farsi sentire . Ci chiede quanti zloty abbiamo avuto in cambio di un dollaro al mercato nero. Sono 1400, sei mesi fa erano 950. Lo stesso vale per il taxi (la tariffa indicata dal tassametro lo scorso anno andava moltiplicata per tre, ora per cinque) e per il telefono (sui nuovi apparecchi ormai compare la dicitura »20 zloty , in luogo dei precedenti 5 e 10).

Eppure non è solo la tragica condizione economica del paese a spingere alla protesta diffusa, a tratti alla aperta rivolta.

E' proprio la gente così com'è, con un'ansia di libertà e una fede che la inducono a spezzare il cerchio della paura. Esiste una pressione consistente, diffusa soprattutto tra i giovani, che travalica gli stessi movimenti organizzati dell'opposizione e che non è neppure riconducibile all'interno del grande spazio e ruolo politico occupato dalla Chiesa.

Il divieto alla delegazione radicale

Si, la Polonia è un cratere. Una Varsavia placida, ancora inondata dal sole di una primavera continentale, ci ha accolto lunedì sera. Siamo in due: io e Olivier Dupuis, il giovane belga che fa parte della segreteria del Pr e ha recentemente manifestato in Polonia a favore degli obiettori di coscienza detenuti. Manca il senatore Lorenzo Strik Lievers: l'ambasciata polacca a Roma ha rifiutato a tutti e tre, come delegazione radicale, il visto per entrare nel paese. Una scelta ottusa.

Avevamo persino chiesto di poter incontrare una delegazione del Poup e una rappresentanza della Dieta. Proprio noi, i radicali, gli unici a organizzare le manifestazioni di piazza a Roma in occasione della visita del generale Jaruzelsky. Un gesto sicuramente non apprezzato dal generale, così calorosamente accolto da tanti politici e industriali italiani, al punto che, per ben tre volte, dagli schermi televisivi polacchi il portavoce del governo, Jerzi Urban, ha ritenuto necessario informare il suo popolo dell'esistenza di questo partito, attaccandolo con una aggressività inconsueta.

Avevamo previsto questo viaggio da tempo ed era nostra intenzione capire, dialogare anche con gli uomini del generale.

Non solo non ci è stato possibile, ma sbarchiamo in condizioni semi-clandestine grazie a due visti turistici fortunosamente ottenuti all'ultimo momento. La città si stende al centro della grande pianura, con la sua architettura brutta e moderna, una monotonia interrotta solo dai grandi palazzi del »neo-soz-classicismus , formula che sta a indicare gli obbrobriosi edifici del periodo stalinista. Ma due ore ci sono più che sufficienti per capire quanto è ingannevole la sua apparente tranquillità. Non riusciamo a trovare un amico, un contatto. I due più noti fra i circa quaranta iscritti al Partito radicale (ve ne sono ormai in Polonia ed anche negli altri paesi dell'Est) sono stati arrestati la sera precedente, durante una festa universitaria: per almeno 48 ore -tanto dura il provvedimento minimo del fermo di polizia- sono fuori gioco. I tre quarti della direzione politica di Solidarnosc sono anch'essi o in prigione o ospiti provvisori delle celle dei commissariati; gli altri hanno il telefono tagliato; la pol

izia davanti a casa impone un controllo rigidissimo. A tarda sera troviamo finalmente qualcuno, si apre una crepa nel muro e incominciamo a scoprire l'incredibile ragnatela di relazioni, scambi di informazione, metodologie che tiene insieme il movimento dell'opposizione, addestrato ad una lunga clandestinità.

Geremek

Bronislaw Geremek ha gli occhi perennemente attenti e ironici. Persino adesso, alle 9 del mattino, mentre esce di casa in uno dei giorni più duri del braccio di ferro che oppone Solidarnosc al regime. »E' il nostro Talleyrand , ci dirà di lui scherzosamente Adam Michnik. Il »ministro degli esteri-ombra ci accoglie fraternamente. 50 anni passati, medievalista di fama mondiale, un francese perfetto grazie alla lunga permanenza alla Sorbona, privato del passaporto da molti anni e del telefono da alcuni giorni; doveva partire proprio quella mattina per ricevere una laurea Honoris causa negli Stati Uniti: il precipitare degli eventi e l'ennesimo divieto del governo glielo hanno impedito.

»Spero bene che siate venuti per fare molte cose cattive , ride Geremek. Fissiamo un appuntamento per il primo pomeriggio, spiega che la situazione è molto tesa (per l'indomani è prevista l'approvazione in Parlamento delle nuove leggi speciali di polizia) e incomincia a fare capolino un tema che si ripresenterà puntuale in ogni nostro: la consistenza effettiva -o meglio, purtroppo, l'inconsistenza effettiva- della solidarietà di paesi, istituzioni, partiti dell'»occidente democratico nei confronti dell'opposizione polacca. Geremek lancia una frecciata a Mitterrand (»Faremo un telegramma di felicitazioni per la rielezione, oltre che per il buon utilizzo delle cucine dell'Eliseo ) e ricorda i giorni nei quali a Parigi il generale Jaruzelsky, contestato dalla piazza ma invitato dal presidente, per ragioni di sicurezza fu fatto entrare a Palazzo non dal portone principale bensì dal lato posteriore.

E' proprio questo il punto dolente, uno dei problemi che forse maggiormente assilla i leader dell'opposizione, coloro che con molta ragionevolezza si definiscono »i veri, più autentici, forse unici rappresentanti della società polacca . Certo la stampa occidentale si scatena quando scatta la mobilitazione ai quartieri navali di Danzica.

Certo le opinioni pubbliche dell'ovest guardano la faccia gioviale di Walesa che arringa gli operai. Certo, in una parola, Solidarnosc è divenuto un fenomeno europeo e internazionale. Ma »finita la festa , quando non vi sono più arresti, cariche della polizia, dichiarazioni del governo e mediazioni della chiesa che »fanno notizia , che ne è dell'aiuto, dell'iniziativa politica e diplomatica occidentale a favore di Solidarnosc?

Poco, per non dire nulla. Contro Jaruzelsky si chiacchera, ma con Jaruzelsky si fanno buoni affari. Contro Jaruzelsky si raccolgono prestigiose firme di intellettuali, ma non si fa nulla perché a Varsavia lo si sappia: è più una spicciola propaganda interna che un'azione destinata ad avere qualche pur limitata efficacia.

Si pensa alla Polonia una volta all'anno, si »usa la Polonia un po'' più frequentemente; non si fa mai politica, vera politica per la Polonia. E' questo, visto da Varsavia, lo sconsolante problema dell'occidente.

Czaputowich

La casa di Yacek Czaputowich non è una vera e propria casa. Normalmente tutte le finestre sono aperte (come ci accadrà di vedere in molti appartamenti) nel tentativo di impedire i sofisticati sistemi di ascolto della polizia. Ma più che una casa è una sede, con un andirivieni perenne di amici. Si fa il conto degli arrestati, dei fermati, dei controllati, ci si chiede se e per quanto tempo si sarà liberi. La polizia lo sa perfettamente, segue ogni movimento.

Quando qualcosa sfugge ad occhi ed orecchie sempre attenti, la linea telefonica (non) misteriosamente cade. Yacek ha circa 35 anni ed è uno degli esponenti di un movimento emergente, che ha registrato di recente un grande successo fra i giovani: si tratta di Wolnosc i Pokoj (Libertà e Pace), il cui ruolo è stato prezioso in questi giorni di scioperi, soprattutto a Danzica.

Le relazioni con Solidarnosc sono ovviamente buone, con a tratti le tipiche frizioni del rapporto padre-figlio; un padre molto più organizzato, conosciuto e »istituzionalizzato almeno nella coscienza collettiva, e un figlio esuberante, eccentrico agli occhi dei più anziani. Una caratteristica comune, tuttavia, lega il grande e il piccolo movimento. La domanda è la stessa: libertà, democrazia politica, messa in mora del regime che dal dopoguerra ha trasformato la Polonia. Ma mentre Solidarnosc fa leva sulla rivendicazione economica per raggiungere il suo obiettivo, Wip punta sull'obiezione di coscienza, i diritti civili, una contestazione a tutto campo di leggi, usi e costumi del sistema. Perciò Wip canalizza tutta l'eterogenea opposizione giovanile, animata da ansie spesso molto diverse fra loro ma unite da un denominatore comune: il rifiuto totale, senza appello, financo ingenuo ed »estremista nella sua intransigenza, di tutto ciò che il »socialismo reale ha prodotto. Sono molti i giovani che vivono come

i nostri iscritti. Coraggiosi e sfrontati, operano alla luce del sole. Entrano ed escono dalle celle dei commissariati di polizia una volta al mese. Si riuniscono, convocano feste e riunioni, distribuiscono volantini e giornaletti, parlano in pubblico forte e ad alta voce. Laconici, determinati, sereni, riescono a turbarti con poche frasi innocenti, buttate lì quasi per caso. »Si, la nostra vita non è la vostra. Ti alzi la mattina e ti chiedi se potrai continuare a scrivere e leggere la stampa dell'opposizione. Prendi l'autobus, vai all'università, cammini e ti chiedi se il tuo vicino o chi ti segue è uno spione. Siamo nati e viviamo sotto la cappa dello Stato di polizia. Ci abbiamo fatto il callo. Ma non vivremmo in occidente, non lo desideriamo. Questa società, questa struttura ti obbliga a scegliere, a schierarti, non ti permette l'indifferenza. Se vuoi essere vivo, devi lottare e ogni giorno fai i conti: da una parte la repressione, dall'altra i risultati. Da voi forse non è così. Circondati dal beness

ere, si è diffusa la malattia dell'indifferenza, che provoca sempre la terribile conseguenza di ritenersi vivi e in realtà di non esserlo .

I giorni più caldi

Sono Geremek e Csaputowich a tracciarci il quadro degli avvenimenti più recenti. Dapprima un piccolo sciopero dei conducenti di autobus di una cittadina alla periferia di Varsavia, un'azione quasi legittimata dal regime e conclusasi con un modesto aumento salariale. Poi, l'estendersi del focolaio ad altre fabbriche e università del paese, sino all'occupazione, da parte di migliaia di operai, dell'acciaieria di Nowa Huta a Cracovia. Infine i mitici cantieri navali di Danzica e la occupazione dell'Urss, fabbrica di trattori di Varsavia.

La risposta del regime è stata multipla, diversificata, politicamente abile. Carota al piccolo sciopero locale, bastone con gli operai di Nowa Huta: la polizia ha caricato, picchiato, sgombrato con impressionante violenza la fabbrica. E adesso le nuove leggi speciali di polizia: un provvedimento inutile sul piano pratico -poiché il regime di Jaruzelsky può comunque fare il bello e il cattivo tempo dall'epoca delle leggi marziali- ma un'odiosa minaccia sociale, un messaggio di paura diffuso attraverso ogni apparecchio televisivo. E' questo ciò che più preoccupa i leader dell'opposizione, che non cessano di richiamare la nostra attenzione su un altro aspetto, particolarmente sottovalutato dagli osservatori occidentali: l'assoluta assenza di certezza del diritto, di regole e leggi, a partire dalla sostituzione, al potere, degli uomini dell'apparato del partito comunista con gli uomini di Jaruzelsky. Perché è questa la vera anomalia: se la Polonia è il terreno sul quale si gioca la grande prova della perestroj

ka, il test sul quale si misura la reazione di un imperatore che si vuole illuminato dinnanzi a un popolo che non sopporta il sistema, è ben vero che su questo terreno non c'è, comunque non gioca più, il partito. Alla crisi e ai sussulti dei primi anni '80 l'establishment comunista ha dovuto reagire sostituendo il suo figlio diletto, la sua naturale creatura (il partito unico) con una tecnocrazia militare che ha esautorato tutto l'apparato.

Bujak il Robin Hood

Sono trascorse poco più di 15 ore dal nostro arrivo quando decidiamo di partire per Danzica. Stiamo per uscire dalla casa di un altro esponente del dissenso ma improvvisamente fa irruzione nella stanza un giovane bruno e malconcio. E' uscito un'ora fa di prigione, ci spiega che lui normalmente in quella casa va a fare il bagno.

In un'altra mangia, in una terza lavora, in altre dorme. E' Bujak, il leader di Solidarnosc a Varsavia, il »Robin Hood dell'immaginario collettivo di tutti coloro che hanno il cuore con l'opposizione.

Celebre per le fughe (recentemente, vicino a Varsavia, è scappato rompendo il vetro posteriore della macchina della polizia che lo aveva appena catturato), Bujak è riuscito a lasciare la polizia a bocca asciutta per ben quattro anni, vivendo in totale clandestinità.

Nel pomeriggio saliamo sul treno, per evitare i controlli di polizia agli aeroporti, e dopo uno scomodo viaggio di circa cinque ore scendiamo a Danzica. Un colpo d'occhio sulla piazza della stazione presidiata per intero da jeep e camion militari è sufficiente per capire il clima. Un taxi (il guidatore esita e si irrigidisce per un lungo momento quando gli diamo l'indirizzo) ci conduce sino alla »sede centrale del movimento .

A Danzica

La chiesa di Santa Brigida è un grande edificio in mattoni rossi nel cuore di Danzica, una delle tre città costiere (insieme a Gdynia e Sopot) che costituiscono un unico, grande centro portuale-industriale.

Quando entriamo in chiesa si presenta ai nostri occhi uno spettacolo solenne. Circa mille persone stanno cantando con la mano destra levata nel segno della vittoria.

Non sembra un inno religioso, nè le parole che seguono il canto hanno il tono della pacata omelia. C'è Walesa in prima fila, volto tirato e un po'' invecchiato rispetto alle immagini a cui siamo abituati da fotografie e televisioni. Dietro di lui siedono molti degli operai che hanno occupato i cantieri e le loro famiglie, altri stanno piangendo. Alcuni sono rabbiosi. Lo sciopero è finito per decisione unilaterale dei dirigenti di Solidarnosc. La polizia aveva chiuso i cantieri in una morsa di ferro, la mattina prima aveva picchiato due ragazzi, intercettati mentre portavano viveri agli occupanti. Walesa, Konopka, Michnik e il »gruppo dirigente si sono trovati di fronte a un'alternativa: accettare il livello di trattativa proposto dal governo (giudicato inadeguato, impraticabile, se non addirittura un trabocchetto per sfibrare lo sciopero) oppure scegliere la via della momentanea battuta d'arresto per raccogliere le forze, rilanciare la palla al regime, lasciare aperta una situazione di tensione e riorganizz

arsi. Quest'ultima ipotesi è evidentemente apparsa la sola ragionevole.

Mentre continua la più curiosa messa alla quale abbia mai assistito, cerchiamo di guadagnare la sacrestia, il cui ingresso è sbarrato da un pesante cancello. E' notte, fa freddo, pullulano poliziotti in borghese attorno alla chiesa. Riusciamo ad entrare solo mostrando i passaporti, nessun polacco ha accesso alla sacrestia senza una speciale tessera di riconoscimento. Essere sorpresi significherebbe probabilmente il rinvio a Varsavia e immediatamente dopo in Italia. Non credo di aver mai avvertito un così intenso desiderio di sacrestia, ma ad onor del vero si tratta di un'assai originale sacrestia. C'è un andirivieni di giovani, operai, si trasportano brandine, viveri, indumenti. Salutiamo padre Jankowski, massiccio nella tonaca nera che rappresenta ad un tempo la sua fede e la sua immunità; poi, il parroco di Santa Brigida ci indica Michnik. Ci presentiamo, fissiamo appuntamento per l'indomani a pranzo, siamo condotti sino ad una stanza rotonda dove è imbandita la tavola. Un dipinto della Madonna nera sembr

a sorvegliare bonariamente il parroco, Walesa e gli altri dirigenti di Solidarnosc che si apprestano a cenare. Un giornalista francese ci assicura che »E' il miglior ristorante della Polonia .

»Pensare la Polonia

Adam MIchnik rigira fra le sue mani una nuova ristampa di »Socialismo liberale di Carlo Rosselli, che Olivier ha dedicato proprio a lui. Sembra un po'' emozionato, almeno quanto lo eravamo noi qualche anno prima, quando apprendemmo che nella lontana Polonia un intellettuale, in procinto di essere tradotto in carcere, aveva raccomandato ai suoi amici la lettura di quel testo. Il fatto ci sembrò così incredibile da meritare almeno quella dedica. Ciò che le culture politiche ufficiali italiane di ogni razza e segno avevano condannato al cimitero del silenzio, era per un attimo rivissuto a migliaia di chilometri di distanza.

Studente-prodigio, intellettuale prestatosi all'organizzazione, autore del bellissimo »Pensare la Polonia , comiziante improvvisato come è accaduto nel cortile della chiesa di Santa Brigida, in privato Michnik ci riversa un fiume di parole interessanti, scandite da un leggero balbettio che fa sorridere. Si favoleggia che abbia sposato la donna addetta alla censura delle sue lettere dal carcere, innamoratasi di questo sconosciuto detenuto-scrittore. E' sicuro e preciso su tutto. Walesa: è il nostro leader, certo che ha una squadra intorno, come ce l'ha il presidente degli Stati Uniti. La Chiesa: è vero, è un rapporto che definisco ambiguo, sia politico che interiore. La Polonia: è tutto imprevedibile, ma occorre andare avanti, fare di più.

E' qui che si gioca la grande partita.

L'Europa: certo, è quello che vogliamo; già siamo europei, permetteteci di essere europeisti. Se stesso: diffido dei mass-media che inghiottono tutto; forse da qui, dal regno del silenzio posso essere più utile anche per l'occidente, almeno la parola che arriva suona chiara. La rivoluzione: no, non mi vedo come un Danton, e con una punta di civetteria dichiara di preferire i panni di Mirabeau. E' visibilmente entusiasta, sino a battere le mani, quando gli esponiamo l'idea di una linea di attacco ai compromessi permanenti tra l'occidente e il governo polacco. Si, occorre coltivare l'idea di un piano Marshall per la Polonia e l'Est europeo, nella chiarezza di una decisione: basta con gli »aiuti e le cooperazioni economiche senza precise contropartite politiche. Non vi deve più essere alcun processo di cooperazione che, tappa dopo tappa, non sia legato ad altrettante scadenze di democratizzazione. Lo stesso ci hanno detto e ci diranno gli altri, da Geremek a Kuron. E lo smantellamento dell'obiezione che per mo

lti anni ci siamo sentiti muovere in occidente da tanti apparenti »amici della Polonia : colpire la cooperazione economica non significa colpire Jaruzelsky, bensì il povero uomo della strada. Tutti i leader dell'opposizione sono su questo punto categorici, persino irritati: i crediti occidentali hanno sino ad oggi incrementato solo le spese parassitarie del regime, non hanno contribuito nè possono contribuire a migliorare le condizioni di vita del popolo polacco; non vi può essere riforma economica senza riforma del sistema politico.

Assistiamo ancora alla conferenza stampa di Walesa a Santa Brigida. Lo salutiamo, e incontriamo in un'altra chiesa alcuni esponenti di Wip fra i quali vi sono degli iscritti radicali. Concordiamo alcune iniziative soprattutto a sostegno di Slawomir Dutkiewicz, l'obiettore di coscienza incarcerato che 90 giorni fa ha iniziato uno sciopero della fame ed è da allora sottoposto ad alimentazione forzata con le fleboclisi. »Scrivete al Papa, fate pressioni sul ministro della Difesa , raccomandano i ragazzi. Alle cinque del mattino ripartiamo in treno per la capitale.

Il parlamento ha approvato le leggi speciali. I cantieri navali di Danzica sono silenziosi. La Polonia sembra di nuovo piegata. Ma l'ordine che regna a Varsavia è precario: fino a quando gli basteranno le spie e i fucili per difendersi?

Kuron

Yacek Kuron è forse il vero padre dell'opposizione polacca. Abita una casa poverissima. E' massiccio, »operaio in tutto e per tutto, parla solo la sua lingua, è interessato alla crescita dell'idea di un'Europa politica e dei risvolti che può avere per il suo paese e ricorda con un sorriso come gli sia sempre stato impossibile attraversare, anche per una sola volta, il confine della Polonia. Chiede i nostri indirizzi, capisce l'importanza di iniziative istituzionali, parlamentari sui diritti umani ei paesi dell'Est, per scuotere una classe politica e dei mass-media spesso indifferenti. Il suo Kor è considerato la grande sorgente dalla quale sono sgorgati tutti i movimenti di opposizione. Si dice che abbia personalmente »svezzato Walesa e che nell'81, quando esplose la grande mobilitazione di Danzica, si limitò a chiedere se Walesa fosse là, a fare la battaglia preparata da lungo tempo. Ha il senso pratico, immediato, dell'animale politico e del lottatore. E' il più duro e diretto di tutti: il problema che è

sul tappeto, ben più e prima del sindacalismo e degli aumenti salariali, è semplicemente quello della libertà, della democrazia politica.

Ormai siamo presi per mano e condotti di casa in casa: E' una voglia di parlare, di sapere, un tale cumulo di speranze e di attese che rende stridente il solo pensiero della grande palude di passività che spesso in occidente circonda ogni proposta, ogni iniziativa capace di qualche efficacia. Ancora incontri, in particolare con il sociologo Szymandersky, (anch'egli esponente di Wip) e per raccogliere un'importante dichiarazione di Geremek sulla speranza degli Stati Uniti d'Europa domani, e di un processo di integrazione politico-economico dell'Europa occidentale che è iscritto nelle cose ma che sin da oggi non deve ignorare la grande questione dei paesi dell'Est e dei diritti umani e civili nei paesi »socialisti .

Decidiamo infine, dopo aver abbracciato alcuni radicali temporaneamente rimessi in libertà, di incontrare i giornalisti nel nostro albergo. Avanziamo la proposta di una visita di una delegazione del Parlamento europeo in Polonia, per incontrare tanto le autorità ufficiali quanto i leader dell'opposizione. Illustriamo le necessità di un blocco della cooperazione economica se slegata da precise garanzie di liberalizzazione del sistema. Preannunciamo dure azioni nonviolente in Polonia qualora non sia rispettata l'integrità fisica e psichica degli obiettori di coscienza detenuti. Che sarà, di tutto questo, nei nostri paesi? Ripartiamo preoccupati, sperando che sia un arrivederci.

Sapevamo quanto fosse importante »pensare la Polonia . Ora sappiamo quanto sia necessario immaginare una nuova Polonia, quanto può dare a ciascuno di noi, quanto può dare all'Europa.

 
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