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Pannella Marco - 1 ottobre 1988
ZAGABRIA (13) IL CONGRESSO DEL PR

"E' NECESSARIO RISCHIARE IL NUOVO, LA VITA"

VJESNIK - PANORAMA SUBOTOM - ZAGABRIA - 1 ottobre 1988

SOMMARIO: Le risposte di Marco Pannella ad una intervista pubblicata dal quotidiano croato Vjesnik. Il diritto della Iugoslvia di far parte integrante della Comunità europea; la scelta del Pr di tenere il proprio congresso a Zagabria non contrasta con la lettera della Costituzione iugoslava; la necessità di superare la dimensione dello stato nazionale.

(RADIKALNE NOVOSTI a cura di MARINO BUSDACHIN e SANDRO OTTONI - hanno collaborato: MASSIMO LENSI, FULVIO ROGANTIN, PAOLA SAIN JAN VANEK, ANDREA TAMBURI - TRIESTE, 1 gennaio 1989)

RISPOSTE

1) Per quali motivi dovevo - alcuni anni fa - in pieno Consiglio Comunale di Trieste, contro il rischio di un nazionalismo anti jugoslavo montante, iniziare i miei interventi quasi gridando: ``Io sono sloveno?''. Per quali motivi, più di trentacinque anni fa, quando l'unione degli Studenti jugoslavi veniva espulsa dall'U.I.E. di Praga, dovevo con Olaf Palme e pochi altri invitarla a far parte a pieno titolo dell'organizzazione di coordinamento delle unioni nazionali degli studenti dei nostri paesi, come ricorda bene Chica Drulovic? Perché mai nell'ultima campagna elettorale in Venezia Giulia, Friuli, a Trieste, ho continuamente chiesto che i nostri comuni, le nostre province, le nostre Regioni si associno strettamente in progetti e anche in organizzazioni comuni, italo-jugoslave, e ho invitato al ``grande ritorno'' tutti i dalmati e gli istriani, in province di lingua italiana "della Repubblica jugoslava", nella fraternità e nella unità di una Comunità Europea, di tipo federale e federativa? Perché, quale me

mbro della Delegazione parlamentare, a Belgrado, dinanzi alle più alte autorità della Repubblica jugoslava e con iniziale scandalo dei miei colleghi, ho sempre posto il problema del diritto della Repubblica jugoslava a far parte a pieno titolo di Stati Uniti d'Europa, fondati sul non allineamento agli schemi della ``guerra fredda'', dell'armamento criminalmente dispendioso e pericoloso, di un sistema di ``Stati nazionali'' per la loro dimensione fatalmente costretti ad esser o statalisti dell'uno o dell'altro impero, o condannati al fallimento economico e tecnologico, quindi sociale e civile, dalle loro dimensioni arcaiche, dalla soffocante piccolezza inatta a consentire una vera economia di mercato, e inadeguata a superare definitivamente la maledizione delle contrapposizioni etniche?

Perché mai ho da anni e anni, con il Partito Radicale, sostenuto quel che sembrava una bestemmia ed oggi è una verità riconosciuta, cioè che "la lettera della Costituzione jugoslava" non obbliga alla scelta del monopartitismo, affermatosi in questi decenni per noti e profondi motivi storici? Perché ho affermato che la classe dirigente jugoslava ha dato in questi anni prove di coraggio, di serietà, di rigore che le nostre classi dirigenti non hanno mai fornito, e ho per esempio sottolineato che a Lubiana fu permessa, questa estate, una grande manifestazione pubblica di solidarietà con dei giornalisti e cittadini arrestati, manifestazione pur non autorizzata, che fu accompagnata con stile ``britannico'' dalla polizia anziché repressa come sarebbe accaduto magari a Roma o a Parigi?

Perché mai, ora che il Partito Radicale è un partito "transnazionale e transpartitico", non dovevamo scegliere come sede di questo nostro Congresso l'ospitalità e l'organizzazione della capitale croata, e della Repubblica jugoslava? Il dibattito in corso in Europa, in Italia, in Jugoslavia, nel mondo, la riforma democratica del mondo, della partitocrazia italiana o del regime di partito unico altrove, il superamento degli Stati nazionali, prodotto di guerre e di trattati fra potenze egemoni, imposti dall'alto, in Europa, e ancor più in Africa (che ne muore), il recupero del grande ideale internazionalista del socialismo pacifista e umanitario dell'inizio del secolo, la democrazia politica e parlamentare come condizione necessaria per quella economica e sociale, i progetti concreti da sostenere per l'organizzazione della fraternità dei popoli e delle persone, nella giustizia, nella libertà, nella nonviolenza, per la vita del diritto e il diritto della vita, tutto questo è e deve essere patrimonio anche croato

, anche jugoslavo, anche europeo.

Potrei continuare a lungo: ma vorrei poter dire, a Zagabria, ``sono anche croato'' e sentire i fratelli e le sorelle, i compagni jugoslavi dire: ``siamo anche noi italiani, europei, radicali''...

2) Non lo so chi lo dice. Ma in un anno tutti i partiti che contano hanno finito per schierarsi a favore dei nostri referendum sulla giustizia, sul nucleare, che avevano cercato di impedirci di tenere; e da ogni parte, a cominciare dal PCI con il quale abbiamo avuto vent'anni di feroci contrapposizioni, oggi si afferma un atteggiamento di stima e anche di probabile amicizia. Siamo deboli, sul piano nazionale, nelle cose che rifiutiamo di occupare e di volere...

3) Non siamo ``il partito di un paese ``capitalista'', non siamo un partito ``nazionale''. Siamo un partito gandhiano, radicalmente nonviolento, estremamente combattivo, che rimette ogni giorno in causa la sua propria esistenza per legarla all'adesione e al contributo delle persone e dei militanti della giustizia e della libertà, che ha bisogno di vivere ovunque e di far vivere ovunque l'"intransigenza" ideale e politica, e la "tolleranza" democratica e civile. Come in Itali, ormai non si può più essere "``solo'' radicali". Si può essere "anche radicali", a parte le proprie scelte ``nazionali''. I diritti della persona, la certezza del diritto, la libertà di manifestare le proprie opinioni e di organizzarsi nel rispetto dei codici per difenderle e propagandarle, l'assunzione di concrete responsabilità di lotta per affermare ovunque questi principi, l'ecologia, la nonviolenza, una società di diritto, il diritto alla differenza e alla diversità, tutto questo pone problemi ovunque, ovunque risolvibili: a Palerm

o, a Madrid, a Ajaccio o a Zagabria.

4) Sono assolutamente certo che se le ambasciate sanno fare il loro dovere professionale, se la stampa aiuta, se la realtà del Partito Radicale potrà essere valutata correttamente a Belgrado e a Zagabria, e non con ottuse interpretazioni da guerra fredda, al nostro Congresso avremo il fraterno saluto, il prestigioso incoraggiamento anche da ``parte ufficiale jugoslava''. Altrimenti, da nonviolenti, fino al 3 gennaio, con estrema fiducia nonviolenta, gandhiana nella forma della verità e del dialogo, ovunque, nelle strade, sui giornali, alle radio, nei Parlamenti a cominciare dal Parlamento europeo, oltre che da quelli italiano e jugoslavo, opereremo in tal senso. Al nostro Congresso parteciperanno, a Zagabria, molti deputati del Parlamento europeo (e italiano) di ogni partito ``nazionale''. I giusti interessi, anche economici e produttivi jugoslavi non potranno che tirarne maggior forza e conoscenza...

Non credo, per finire, che il Congresso del Partito Radicale avrà da pronunciarsi sull'evoluzione jugoslava verso questo o quell'assetto ideologico. Come per ogni altro paese del mondo, potremo sottolineare una serie di punti pratici, di obiettivi umani, civili, giuridici da perseguire ovunque, quindi anche in Jugoslavia, per la libertà, per il diritto, per la sicurezza, per lo sviluppo sociale e civile dell'Europa e del mondo.

5) La proponiamo per gli stessi motivi per i quali la sosteniamo per l'Italia, per la Francia, per gli altri paesi già membri: perché la dimensione dello Stato nazionale non è più vivibile. Perché abbiamo gli stessi problemi. Perché i nostri Stati sono la conseguenza di assetti storici vecchi di secoli o conseguenti alle tragiche guerre mondiali del XX secolo. Perché i problemi del Kossovo, dei paesi Baschi, dell'Irlanda del Nord, del Sud-Tirolo, dei conflitti etnici in Belgio non si risolvono a livello dello Stato nazionale, ma degli Stati Uniti d'Europa. Perché i problemi delle minoranze serbe e montenegrine in Kossovo sono altrimenti insolubili come quelli delle minoranze italiane in Sud-Tirolo, o protestanti o cattoliche in Irlanda del Nord.

Naturalmente, o si fanno gli Stati Uniti d'Europa, o fallirà anche il ``mercato unico europeo'': a Belgrado, a Londra o a Bonn, e a Bruxelles ci si illude a volte di poter realizzare una vera economia di mercato senza la guida di un potere "democratico" e senza grandi riforme istituzionali.

Anche i problemi Nord-Sud, "nei nostri paesi", rischiano di aggravarsi anziché risolversi. E rischiano di affermarsi riflessi razzistici contro le aree povere delle nostre nazioni.

6) Caro amico, è lo ``statu quo'' che non è più possibile difendere, che non ha altro avvenire che la catastrofe. Occorre dunque rischiare il nuovo, rischiare la vita, se non si vuole rischiare, raggiungere la morte. Sono utopisti coloro che continuano a non apprendere la lezione della storia, a difendere idee e equilibri vecchi, falliti; non noi che pragmaticamente proponiamo concrete scelte ragionevoli.

Che queste corrispondono poi ai valori e alle speranze di liberazione umana e sociale con cui nacque e si affermò il primo socialismo, o - due secoli fa - si arrivò alla grande Rivoluzione francese, tanto meglio. Non le pare? A proposito, perché lei non si iscrive "anche" al Partito Radicale? Lo sa rischiano di dover chiudere la baracca, se non lo farà?

 
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