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Stango Antonio - 10 dicembre 1988
L'anno magico in Cecoslovacchia
Antonio Stango

SOMMARIO: L'arresto di Vaclav Havel all'apertura dei lavori del simposio "Cecoslovacchia 88" a Praga. Le pressioni delle autorità cecoslovacche sui dissidenti e il tentativo d'impedire che abbiano contatti con l'occidente.

(Notizie Radicali n· 271 del 10 dicembre 1988)

L'11 e 12 novembre, a Praga, avrebbe dovuto aver luogo il simposio internazionale "Cecoslovacchia '88". Ad organizzarlo, apertamente, una sigla prestigiosa come Charta 77, che assieme ad altri punti di riferimento dell'opposizione democratica cecoslovacca aveva invitato a prendere parte ai lavori osservatori, giornalisti, rappresentanti di partiti politici e di organizzazioni per i diritti umani di numerosi paesi.

Cecoslovacchia '88: perché in quest'anno, che molti hanno definito "magico" per questa terra nel cuore dell'Europa e per il suo popolo, si è avuta una serie di ricorrenze particolarmente significative. Il settantennale della prima repubblica cecoslovacca, nata dalla dissoluzione dell'impero austro-ungarico e fino ad ora quasi cancellata dalla storiografia dell'attuale regime; il cinquantennale degli accordi di Monaco, che dettero via libera da parte delle potenze occidentali alleate all'invasione e allo smembramento della Cecoslovacchia da parte nazista; il quarantennale della presa del potere, in circostanza tragiche, del Partito comunista; ed infine - ancora vivo e bruciante nella memoria anche delle giovani generazioni - il ventennale della "primavera di Praga" e della sua repressione ad opera dei carri armati del Patto di Varsavia.

Il Partito radicale, che già in agosto aveva ricordato quell'invasione con una clamorosa manifestazione a Praga e una fiaccolata a Roma con lo slogan "Vent'anni dopo, per un'altra Primavera", ha aderito all'invito di Charta 77, raccolto anche da esponenti dei gruppi Helsinki di vari paesi, dai Verdi tedeschi, da democrazia proletaria, da associazioni religiose. Già molti giorni prima del simposio, però, giungevano da Praga notizie di un sicuro boicottaggio dell'iniziativa da parte delle autorità cecoslovacche che, dichiarandola "illegale", nella settimana precedente l'11 novembre procedevano all'arresto di una ventina degli organizzatori. A piede libero, ma in condizioni di latitanza, rimaneva Vaclav Havel, lo scrittore al quale si devono molte delle azioni firmate da Charta 77 e pagine fra le più belle e illuminanti sulla natura del totalitarismo, sul "potere dei senza-potere", sull'essenza stessa delle ragioni dell'impegno politico per i diritti umani e la democrazia.

Coloro che avevano chiesto il visto per la Cecoslovacchia dichiarando di voler partecipare al simposio si vedono opporre un rifiuto: fra loro, il decano dell'Università di Copenaghen, che ha incontrato recentemente due volte Michail Gorbaciov. E' una conferma di più, semmai ve ne fosse bisogno, che ciò che vale - pur con aspetti tuttora drammatici, su cui sarebbe irresponsabile tacere fidando passivamente soddisfatti in sicuri sviluppi positivi - per il "nuovo corso" di Gorbaciov, non vale affatto per regimi (quali quelli al potere a Praga e a Bucarest) che di glasnost non vogliono nemmeno sentir parlare.

Alle 8.30 dell'11 novembre, in un albergo del centro di Praga, a pochi passi dalla piazza della Città Vecchia e del suo celebre orologio quattrocentesco, siamo comunque intorno a un tavolo in una ventina; tutti occidentali (venuti con un semplice visto turistico), tranne una signora cecoslovacca che si rivelerà in breve una poliziotta in borghese. Appare Vaclav Havel, festeggiatissimo, ed ha soltanto il tempo di dirci: »Attenzione: sono certo che fra pochi secondi verrò arrestato. Dichiaro ufficialmente aperti i lavori del simposio "Cecoslovacchia '88" . Un attimo dopo tre agenti in borghese gli si avvicinano, uno di loro gli dà la mano mormorandogli qualcosa ed Havel ci dice, mentre lo portano via: "In questo momento sono arrestato. Continuate. I lavori devono continuare".

Proteste, qualche fotografia, il sequestro dei rullini; poi la signora della polizia consegna ai presenti una lettera, su carta non intestata e senza firme, in cui si legge in tedesco, inglese, francese e italiano: "L'avverto che l'azione chiamata Simposio Cecoslovacchia '88 è illegale e che il suo svolgimento sarebbe contrario agli interessi del popolo lavoratore cecoslovacco... Per questo i suo tentativi di prendere parte a quest'azione sarebbero considerati come una manifestazione di ostilità verso la Cecoslovacchia e in virtù di questo saremmo costretti a prendere provvedimenti rilevanti verso la sua persona".

Un avvertimento mafioso, in sostanza. Tuttavia questa volta le autorità hanno deciso, come scopriamo, di non espellere gli occidentali, come invece avevano fatto con i radicali in agosto. Preferiscono limitarsi a evitare il più possibile il contatto fra loro e i dissidenti, mantenere uno stato di isolamento e di controllo che si concretizza, oltre che nella detenzione di molti oppositori, negli arresti domiciliari (senza alcun provvedimento giudiziario) dei loro familiari e nel pattugliamento - con almeno cinque agenti sotto ogni portone, che hanno il compito di identificarci continuamente - delle loro abitazioni.

Divisi in piccoli gruppi, come invitati occidentali decidiamo di visitare le famiglie degli arrestati, esprimere loro la nostra solidarietà e consegnare del materiale informativo che eravamo riusciti ad introdurre in Cecoslovacchia: io e Pina Pasquale, che mi ha accompagnato in questo viaggio, distribuiamo testi in varie lingue sul Partito radicale, riscontrando il ricordo della manifestazione di pochi mesi prima, gratitudine e apprezzamento. Siamo ancora all'inizio, però, del lavoro d'informazione e di collegamento che sarebbe necessario, e che lì appare molto più difficile che in paesi come l'Ungheria e la Polonia.

Difficile; ma estremamente significativo, se è vero che quella ferita aperta a Praga nel 1968 segna un momento cruciale della storia contemporanea, sul quale occorre aprire ed estendere spazi di indispensabile lavoro politico.

Fiori sulla tomba di Jan Patocka - uno dei fondatori di Charta 77, morto dopo una serie di pestaggi che non riuscirono, fino all'ultimo, a bloccare la sua attività di militante per la democrazia; una lettera di protesta consegnata al Comitato centrale del Partito comunista (dove però non siamo stati ricevuti "essendo sabato") e una al comando principale della polizia; una conferenza stampa organizzata rapidamente nella sede dell'ambasciata dei Paesi Bassi, grazie alla presenza fra noi dell'ex Ministro degli esteri olandese Van der Stoel; l'impegno dei rappresentanti diplomatici dei paesi occidentali a Praga e a Vienna, in sede di Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, di contestare formalmente al governo cecoslovacco l'impedimento con la forza di un atto - quale il simposio "Cecoslovacchia '88" - che si inserisce perfettamente nello spirito e nella stessa lettera degli Accordi di Helsinki: questa, per titolo, la cronaca dei due giorni successivi all'arresto di Havel. Sempre con dentro le imm

agini di quel momento, della sua calma e della visibile superiorità di una persona presa fisicamente restando libera di fronte a chi, nell'illudersi di fermarla, è in realtà prigioniero del proprio falso potere:

Anche parlando con sua moglie Olga e con la moglie di suo fratello Ivan - pure arrestato - in un appartamento sulla Moldava, pieno di libri accumulati in decenni ma privo ormai del computer e degli ultimi scritti, appena sequestrati dalla polizia, domina in noi la sensazione della serenità, anche se nel dolore per il presente della Cecoslovacchia, di chi è consapevole perfettamente della forza delle proprie ragioni e di un esempio coerente.

Un colloquio di un'ora con Jiri Dienstbier, uno scrittore in quei giorni controllato ma non detenuto, apre uno squarcio sugli ultimi venti anni di storia cecoslovacca che sottende, velata da una preziosa ironia, un pessimismo di fondo sulle possibilità del regime di aprirsi oggi e un'evoluzione democratica. La speranza, per Dienstbier, è piuttosto in un miglioramento del quadro internazionale che possa incidere favorevolmente sulla situazione interna della Cecoslovacchia; e in questo, a suo avviso, può svolgere un ruolo importante l'impegno dell'opinione pubblica e delle forze politiche occidentali, da concretizzarsi soprattutto in una chiara solidarietà con i movimenti d'opposizione democratica.

Sì, una nuova primavera dovrà esserci: lo sanno Havel, Dienstbier, i tanti perseguitati, le migliaia di persone che affollano le chiese, quanti quest'anno hanno ritrovato il coraggio di manifestare in piazza San Venceslao. E lo sentiamo, lo vogliamo anche noi. Praga non è solo un luogo della memoria: è un nodo - uno dei più gravi del nostro tempo - che tutti noi dobbiamo lottare per sciogliere.

 
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