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Bandinelli Angiolo - 1 gennaio 1989
Dovere di ingerenza
di Angiolo Bandinelli

SOMMARIO. Secondo Duverger, si moltiplicano i segni di una "consapevolezza" dei diritti umani e civili sempre più sviluppata. Ma occorre andare oltre: "si oserà riconoscere che il dovere di ogni cittadino e di ogni governo non è limitato dalle frontiere degli Stati, e che queste non potrebbero impedire in alcun caso la prevenzione e la repressione delle violazioni della dignità umana?". Nel bicentenario della Grande Rivoluzione, Duverger sollecita insomma unn"nuovo internazionalismo", che abbatta le vecchie concezioni della "non-ingerenza".

L'a., pur convinto della validità delle tesi di Duverger, obietta che questo "dovere di ingerenza" non può spettare agli Stati, sibbene a forze di democrazia e in forme nonviolente.

("IL RADICALE IMPUNITO - Diritti civili, Nonviolenza, Europa", Stampa Alternativa, 1990 - Parte di un articolo inviato nel gennaio 1989 ad un quotidiano nazionale, che però non lo pubblicò. L'intervento di Maurice Duverger cui fa riferimento era apparso sul Corriere della Sera del 30 dicembre 1988)

Maurice Duverger spezza una lancia a favore dei diritti dell'uomo: dovunque, egli nota, si moltiplicano i segni di una consapevolezza che cresce nei confronti dei diritti umani e civili, e tuttavia molti sono ancora i paesi nei quali tirannidi e dittature si oppongono alla loro libera diffusione e affermazione.

Solo un mondo nel quale i diritti dell'uomo possano dispiegarsi, coi loro valori, al di sopra di tutte le barriere statuali e nazionali potrà veder deperire e cadere l'ultima barbarie del nostro tempo. E dunque compito di ogni democratico - e di ogni Stato democratico - operare perché ciò avvenga. Senza riguardi e remore, "si oserà riconoscere che il dovere di ogni cittadino e di ogni governo non è limitato dalle frontiere degli Stati e che queste non potrebbero impedire in alcun caso la prevenzione e la repressione delle violazioni della dignità umana?". Le democrazie - ammonisce lo studioso francese - "dispongono fin da ora di mezzi efficaci per incitare le dittature a rispettare progressivamente i diritti dell'uomo; in primo luogo il diritto dell'aiuto al Terzo e Quarto Mondo".

Nel bicentenario della Grande Rivoluzione, Duverger sollecita dunque un nuovo internazionalismo capace di abbattere il vecchio mito della sovranità nazionale e della "non ingerenza", in nome dei diritti dell'uomo e del cittadino. Non pensiamo che il suggerimento sia solo un omaggio rituale alla ricorrenza, per quanto essa possa scaldare il cuore e l'immaginazione di ogni francese...

Come dire meglio? Eppure, molto resta ancora da fare perché l'enunciazione dei princìpi divenga prassi indiscussa. Ma volerne assicurare e promuovere il rispetto grazie all'intervento di uno Stato su altri Stati, come Duverger auspica, è almeno azzardato (ahimé, dovremmo ricordare all'eminente studioso che da analoga pretesa ebbe avvio la marcia napoleonica attraverso l'Italia e l'Europa, con conseguenze non precisamente liberali). Sicuramente invece la promozione transnazionale dei diritti umani e civili può, e ormai dovrebbe, divenire obiettivo politico di fondo per forze politiche e civili consapevoli che il discrimine tra progresso e reazione, tra libertà e dittatura, corre nel mondo di oggi lungo questa linea. Che è linea di attacco, e non di mera difesa di enunciazioni senza conseguenze.

Forze di progresso saranno chiamate quelle disposte ad articolare la propria identità su un piano trasnazionale, abbattendo esse per primo l'antico tabù nazionale... Non è questa l'autentica verità dell'antico e del moderno liberalismo, la parte non caduca della Grande Rivoluzione?

 
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