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NR - 16 gennaio 1989
Congresso a Pasqua, iscrizioni subito
Da Lubiana a Budapest una speranza per la democrazia

SOMMARIO: L'impossibilità di tenere il congresso radicale a Zagabria non costituisce una sconfitta, grazie al proficuo dialogo avviato con la Gioventù Socialista Slovena. Il Consiglio Federale di Bohinj non ha riproposto il vecchio dilemma della chiusura ma ha dibattuto sul rilancio del partito radicale, magari sotto forma diversa. Si apre la campagna d'iscrizione per il 1989, per dare nuovo slancio e nuova fiducia a questo progetto di trasformazione del PR.

(Notizie Radicali n.7 del 16 gennaio 1989)

Il Consiglio federale ha preso atto della impossibilità di svolgimento del congresso a Zagabria e ne ha stabilito il rinvio nella settimana di Pasqua, dal 23 al 27 marzo. Contemporaneamente ha deciso di indire la campagna di iscrizioni per il 1989.

Quanto si è verificato dal 2 al 6 di gennaio a Trieste, a Bohinj e a Lubiana può consentire ai radicali di guardare al nuovo anno, nonostante le difficoltà, con rafforzata fiducia e speranza: una fiducia e una speranza che devono trovare conferma e incoraggiamento, subito, in migliaia di iscrizioni.

Quello iniziato il 2 gennaio a Trieste poteva essere il Consiglio federale del fallimento della nostra iniziativa politica in Jugoslavia. Ed invece la costanza, la determinazione, ma soprattutto la prudenza dei compagni che hanno operato a lungo da Trieste per stabilire in Jugoslavia fattivi e proficui rapporti hanno contribuito validamente - una volta conosciuta la posizione negativa delle autorità federali - a stabilire e sostenere quel dialogo che anche grazie al digiuno a cui si sono uniti da ogni parte del partito in Europa oltre seicento compagne e compagni, è stato raccolto dalla Gioventù socialista slovena, che ci ha aperto fraternamente le proprie sedi di Bohinj e di Lubiana ed ha offerto a Marco Pannella la propria tessera onoraria, e dalla stampa Jugoslava che ha ampiamente informato delle nostre richieste, proposte e iniziative, non di rado condividendole e sostenendole apertamente nei propri commenti. Abbiamo ragione di ritenere che questo stesso invito al dialogo abbia fatto breccia anche nelle

autorità delle istituzioni e nel vertice della Lega, se ci è stato consentito di svolgere i nostri lavori - liberamente e pubblicamente - nel territorio della Repubblica Federale. In pochi giorni abbiamo visto quasi triplicare il numero dei nostri iscritti in Jugoslavia, a dimostrazione che il partito transnazionale è un obiettivo difficile ma non impossibile se perseguito con la forza della iniziativa e della lotta politica nonviolenta dei radicali.

Poteva essere un Consiglio federale che, limitandosi a stabilire la nuova data, rinviava al congresso - immutate e aggravate - tutte le difficoltà del partito, che derivano da una crisi e da contraddizioni che non sono volontaristiche ma oggettive e reali. Ed invece il consiglio federale anziché rimuoverle, ha guardato in faccia queste difficoltà ed ha affrontato senza paura il dibattito sui vari termini della crisi e della inadeguatezza del partito. E proprio perché ha avuto questa capacità, non si è avvitato un dibattito, altrimenti sterile, su chiusura-non chiusura, ma ha saputo cominciare a guardare oltre. Il che ha consentito di cominciare a ragionare di nuovo in termini di progetto politico. Ed il dibattito chiusura-non chiusura, visto per la prima volta senza tabù, è divenuto quasi naturalmente il dibattito su continuità-non continuità della vecchia forma del partito radicale, e sulla sua adeguatezza ad affrontare gli obiettivi che il Partito si è fissato a Bologna. Certo, il consiglio federale non ha

trovato - nè poteva, e non era del resto suo compito - le soluzioni. Ma ha avuto il merito di interrompere una fase di incertezze, di paure, di indecisioni che rischiavano di divenire paralizzanti nel partito. Si è aperta invece una fase di riflessione, e si sono create forse le premesse di una iniziativa politica di movimento.

Ed è chiaro che il consiglio federale e, al suo interno, il gruppo dirigente - se è lecito usare questa espressione - non pensano a una liquidazione dell'esperienza politica radicale, ma si propongono di lottare per un suo rilancio, anche se in forme organizzative diverse da quelle che abbiamo conosciuto in passato.

Più che mai i radicali vogliono essere i riformatori e non i conservatori della politica. Vogliamo esserlo in primo luogo in Italia, dove vogliamo la riforma radicale del sistema politico e degli schieramenti politici. Conservarci come siamo significa contribuire invece alla conservazione del sistema esistente. Come contribuire al cambiamento, come accelerarlo? Vogliamo esserlo sul piano europeo e internazionale in un'epoca in cui il governo dei grandi problemi attraversa le frontiere, e supera i poteri, le competenze, i limiti degli Stati nazionali. E' possibile farcela scontrandoci con le resistenze degli Stati e dei partiti nazionali, delle loro organizzazioni e dei loro equilibri internazionali? L'esperienza ci dice che la risposta alla nostra iniziativa ci è venuta dalla Jugoslavia, dall'Ungheria, dalla Polonia piuttosto che dalla Germania e dall'Olanda, dal Burkina Faso e potenzialmente dal Sahel piuttosto che dalla Francia, dal Portogallo piuttosto che dall'Inghilterra. E' possibile che la pressione d

a queste frontiere si ripercuota nel centro dell'Europa ricca e democratica che consuma le proprie tradizioni democratiche anziché rinnovarle?

Qualcuno, dopo il consiglio federale, mi ha chiesto: ma perché dovrei iscrivermi al partito? per partecipare a un congresso che ne decreterà la chiusura?

Accetto la provocazione, e rispondo che, al contrario, possiamo aprire un nuovo capitolo estremamente creativo della nostra esperienza politica e della nostra storia, a cui bisogna partecipare da iscritti e da militanti e non da scettici osservatori esterni; un capitolo rischioso certo, ma anche stimolante e forse ricco di prospettive. Al termine di questo capitolo, non ci sarà una chiusura della politica e della iniziativa radicale ma caso mai il suo rilancio; e se qualcosa di vecchio e di inadeguato dovremo chiudere sarà per consentire al nuovo di manifestarsi, e per cercare di dar vita a qualcosa di diverso, di potenzialmente più ricco, di più adeguato alle nostre speranze e alle nostre ambizioni.

Cosa? Dovremo scoprirlo e cercare di capirlo insieme da qui al congresso, ed oltre il congresso; da qui alle elezioni europee, ed oltre le elezioni europee.

Questo capitolo si è infatti appena aperto. Se abbiamo potuto aprirlo con fiducia e con speranza anziché con scuro pessimismo, con un immobilismo disperato e paralizzante, questo è stato possibile grazie al contributo di molti.

Io voglio qui sottolineare, per primo, il contributo di Mauro Mellini, che ha fortunatamente interrotto quasi un anno di assenteismo dal consiglio federale per venire a riproporci tutte intere le sue posizioni di Bologna e le ragioni della sua opposizione alle nostre scelte di allora. Anche se poi Mauro ha deciso di non varcare i confini della Jugoslavia, come nel corso dell'anno non varcò quelli di Belgio, Spagna e Israele quasi a marcare il proprio rifiuto della scelta e della dimensione transnazionale del nuovo partito, il suo intervento a Trieste ci è servito a rendere più chiari i motivi che ci fanno ritenere impossibile un ritorno indietro, a prima del Congresso di Bologna. Un partito radicale che tornasse indietro sarebbe infatti un partito rassegnato ad un ruolo di minoranza sconfitta, ostaggio della partitocrazia, tributario del finanziamento pubblico e della dipendenza istituzionale, elemento anch'esso di conservazione del sistema anziché della sua riforma e del suo rinnovamento.

Non meno importante il contributo dei compagni non italiani. In primo luogo quello dei compagni jugoslavi (citerò uno per tutti, Eros Bicich, a cui rivolgo un grande ringraziamento per il lavoro che ha svolto in questi mesi e nei giorni del Consiglio federale) e del Burkina Faso: da essi è venuta la testimonianza di una potenzialità di successo del Partito transnazionale in aree e paesi prima impensati, e la richiesta a questo partito di divenire sempre di più l'organizzatore della loro forza politica e il portavoce delle loro istanze presso la distratta democrazia europea. Ma, salvo rare eccezioni, un grande contributo ci è venuto da questi nuovi compagni, in termini di aspettativa, e di fiducia verso questa cosa nuova e strana che insieme abbiamo cominciato a costruire. Anche la loro semplice presenza (e ormai il numero degli iscritti non italiani sfiora il migliaio) ci dimostra che non sarebbe possibile chiedere un loro impegno a un partito che tornasse ad essere un partito solo o prevalentemente italiano

. Un passo avanti hanno consentito di fare al nostro dibattito tutti quei compagni della segreteria e del consiglio federale che hanno affrontato con chiarezza tutti i problemi e le difficoltà dell'azione politica in Italia, le contraddizioni fra la nostra presenza ancora partitica nelle istituzioni e le scelte transpartitiche e transnazionali, l'importanza e la vicinanza di una scadenza elettorale come quella europea, le difficoltà di sfondare fuori d'Italia nella politica e nelle istituzioni europee e negli stati e nei paesi più "sviluppati" e più "democratici". E' possibile far convivere nella stessa organizzazione le vecchie strutture partitiche e il nuovo partito transnazionale o non rischiano di soffocarsi a vicenda? La crisi dei rapporti di alleanza con il Psi ha messo in crisi i progetti transpartitici del Pr, in Italia e di riflesso anche fuori d'Italia? Che si fa alle elezioni europee? Come si fa a contrastare gli errori e le scelte della politica socialista senza presentare liste radicali? Non cit

erò accanto a questi interrogativi i singoli compagni che li hanno sollevati. Ricorderò soltanto per l'estrema chiarezza con cui hanno affrontato il primo le questioni relative alla nostra presenza politica ed elettorale in Italia, e il secondo le contraddizioni e le difficoltà dei nostri progetti transnazionali, Massimo Teodori e Roberto Cicciomessere.

Per definizione il contributo di Marco Pannella è sempre importante, in un partito che si pretende "carismatico" come quello radicale. Questa volta lo è stato non dirò davvero, dirò di più e più nettamente e chiaramente di altre volte. E lo ha fatto innanzitutto non eludendo nessuno degli interrogativi e dei problemi emersi dalla nostra azione di un anno e dai tre giorni di dibattito del Consiglio federale. In un intervento lungo e riflessivo non ha fornito risposte, ma si è sforzato di individuare le tracce e le piste lungo le quali è possibile, insieme, ricercarle. Dopo alcune esitazioni mi sono assunto il rischio di pubblicarlo, perché ritengo che questo intervento smentisce in maniera categorica ogni interpretazione liquidatoria, nelle sue come nelle mie intenzioni, della politica e della iniziativa radicale. Ma sento anche il dovere di invitare i compagni a leggere questo intervento nella sua problematicità e a non scambiare alcune indicazioni e alcuni esempi per scelte possibili o già verificate.

Infine sia consentito di dire che se finalmente il dibattito ha assunto altri toni e contenuti, questo lo si deve anche alla chiarezza, alla testardaggine, al rigore - che qualche superficiale ha scambiato per patologia ragionieristica - con cui Paolo Vigevano ed io dal consiglio federale di Madrid in poi non ci siamo stancati di sottolineare le contraddizioni - certo rese incontrovertibili dall'evidenza dei numeri, delle cifre, ma che sono e restano soprattutto politiche - fra la proclamazione di intenzioni e la realtà strutturale e finanziaria di questo partito.

Ma come si poteva e si può ignorare la contraddizione di un partito che da una parte decide solennemente di uscire dalla istituzioni e di non più presentarsi alle elezioni, e dall'altra continua a disporre di risorse finanziarie che per quattro quinti dipendono dal finanziamento pubblico e e dalla sua presenza istituzionale? Come si poteva ignorare, in prospettiva, l'insostenibilità dei costi di un partito transnazionale? Come si poteva ignorare che nella nostra storia la distinzione fra l'ambito dell'autofinanziamento di partito e l'uso alternativo del finanziamento pubblico e delle risorse dovute all'insediamento nelle istituzioni è venuta via via sempre più attenuandosi?

Rivendico a merito anche la "provocazione" che ha permesso ai giornalisti di descrivere un segretario del Pr come un fautore del finanziamento pubblico dei partiti, anzi del suo raddoppio. Voglio riportarla testualmente, perché corrisponde alla situazione che abbiamo davanti: "Il 1989 è alle porte. Per affrontarlo sono necessari almeno 10 miliardi, 5 per Radio radicale, 5 per il partito. Rinviando al '90 il saldo delle esposizioni con le banche, dal finanziamento pubblico e dell'editoria perverranno non più di 5 miliardi, un altro miliardo dalle indennità dei parlamentari. Mediante l'autofinanziamento (iscrizioni e contributi) dovremmo raccoglierne altri quattro. Quest'anno con poco più di 5.500 iscritti ne abbiamo raccolto un miliardo e mezzo. Opponendoci seriamente al raddoppio del finanziamento pubblico è pensabile incardinare un'iniziativa politica capace di dare la speranza di conseguire questo risultato?".

Sì, era una provocazione, ma questa provocazione parlava il linguaggio della verità. Una verità che non era più consentito ignorare se non a prezzo di una inammissibile schizofrenia o di una inescusabile ipocrisia.

Si può obiettare che la soluzione non l'abbiamo ancora trovata. Rispondo che la consapevolezza di un problema, quando ormai diventa collettiva, è la migliore premessa di una soluzione. L'ipotesi di una fondazione a cui devolvere il finanziamento pubblico, e la distinzione fra le strutture istituzionali italiane e il partito transnazionale, hanno fornito un primo contributo propositivo per tentare di trovare una soluzione che non può certamente essere affidata all'impegno di una sola persona, ma a quello comune di tutti e di ciascuno.

Nella nostra storia le grandi prospettive politiche che di volta in volta ci siamo imposti sono andate sempre di pari passo con alcune soluzioni organizzative di grande chiarezza teorica e pratica. All'inizio possono sembrare confuse e incomprensibili perché sono complesse e difficili, ma poi - una volta sbozzate - appaiono semplici come l'uovo di Colombo.

L'invito è ancora una volta a iscrivervi, a dare il vostro contributo affinche possiamo insieme superare ancora una volta un momento tanto difficile ma che, se sapremo superarlo, potrà rinnovare in tutti la speranza di proseguire più sicuri e con maggiore forza il nostro cammino.

 
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