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NR - 1 febbraio 1989
A Vienna il Congresso

SOMMARIO: Il 35· Congresso del Pr è convocato a Vienna per la fine di marzo. Ma i segni espliciti d'interesse, anche se non ancora ufficiali, che provengono dalle autorità ungheresi a proposito della richiesta radicale di poter svolgere il proprio congresso a Budapest consigliano di lasciar aperta quest'ultima possibilità. Analisi della situazione attuale del PR e della sua scelta transnazionale.

(Notizie Radicali n· 21 del 1· febbraio 1989)

Adempiendo al mandato ricevuto dal Consiglio federale, il Primo segretario e il Tesoriere hanno convocato a Vienna dal 23 al 27 marzo il 35· Congresso del Partito radicale.

Abbiamo rinnovato i nostri sforzi e le nostre richieste alle autorità jugoslave perché il Congresso potesse svolgersi a Zagabria, a Lubiana o a Belgrado. Purtroppo non siamo riusciti a rimuovere gli ostacoli che già avevano determinato l'impossibilità di tenere il Congresso a Zagabria. In via subordinata, come possibile alternativa, ci siamo rivolti alle autorità ungheresi perché il Congresso potesse tenersi a Budapest, sia in considerazione del numero dei compagni ungheresi che si è iscritto al Partito radicale negli ultimi mesi, sia in considerazione del processo di liberalizzazione politica ormai in atto in quel paese, sia infine per la straordinaria vitalità e vivacità del dibattito democratico che si è aperto nella società magiara. A differenza di quanto è accaduto in Jugoslavia, noi non abbiamo ricevuto nè un no esplicito, nè risposte elusive al fine di non ricevere. Al contrario, coerentemente con le decisioni prese dal Partito comunista ungherese e dal Governo magiaro, abbiamo avuto risposte tendenzi

almente positive e segni espliciti di interesse. Abbiamo ragione di ritenere che se non si è avuto ancora un sì ufficiale, questo è dipeso unicamente dalla ristrettezza dei tempi.

E sempre la ristrettezza dei tempi ci impone ora di prendere comunque una decisione cautelativa. Si è pertanto fissato il Congresso a Vienna, con la riserva - se intervenisse nelle prossime ore una risposta positiva da Budapest - di riconsiderare la situazione e di cercare di trovare le soluzioni logistiche adeguate per cambiare la sede del Congresso. In questa ipotesi i compagni iscritti al Partito sarebbero immediatamente avvertiti, e a tutti coloro che hanno prenotato per Vienna sarebbe garantita la conversione delle sistemazioni per Budapest.

Il Congresso si deve comunque svolgere nella data fissata dal Consiglio federale. E quindi Vienna, a meno che si riapra fuori tempo massimo la possibilità di Budapest.

Perché Vienna? Perché Vienna, nell'impossibilità di tenere il Congresso a Zagabria o a Budapest, è il posto più facilmente raggiungibile dai compagni iscritti e simpatizzanti jugoslavi e ungheresi, polacchi e cecoslovacchi. E da questi paesi è venuta nel corso dell'anno - in misura diversa, ma ugualmente significativa - la risposta più attenta, più interessata al nostro appello per la costituzione, per la prima volta, di un partito transnazionale della nonviolenza, dei diritti umani, della democrazia, per il diritto alla vita e la vita del diritto.

Ma c'è anche un secondo perché: a Vienna il costo della partecipazione al Congresso per un compagno italiano (viaggio e soggiorno compresi) è equivalente a quello di una media città italiana, e di molto inferiore ai costi di Roma, Firenze o Milano.

I compagni della Segreteria e della Tesoreria sono da tempo impegnati perché questi costi siano contenuti al massimo, e nella definizione dei difficili adempimenti della complessa organizzazione di quello che sarà un primo vero e proprio Congresso transnazionale, e un appuntamento decisivo nella storia del Partito radicale. Ci auguriamo dunque che da subito il maggior numero di compagne e compagni italiani, e d'ogni parte d'Italia assicurino la loro partecipazione, fissando le prenotazioni a questo Congresso perché - insieme ai tanti compagni non italiani che noi speriamo possano e vogliano parteciparvi, tutti insieme si possa affrontare gli interrogativi e le scelte che riguardano l'avvenire e la possibilità di questo partito.

C'è qualcuno che ritiene la convocazione di un Congresso fuori d'Italia quasi un torto personale. Qualcun'altro addirittura la considera una scelta provocatoria, un conculcare i diritti degli iscritti italiani. A questi compagni con serena convinzione e fermezza dobbiamo ribadire che la scelta che abbiamo compiuto l'anno passato era una scelta seria, e noi siamo un partito serio che tiene fermi i suoi impegni.

Da Bologna, dall'Italia lo scorso anno rivolgemmo un appello ai radicali d'Europa, o almeno a tutti coloro che speravamo di raggiungere e che potessero riconoscersi in un progetto di partito transnazionale e transpartitico. Quell'appello è stato raccolto da mille compagni non italiani. Quasi il quaranta per cento di questi iscritti sono di paesi dell'est europeo. Per molti di essi, a differenza di quanto può accadere in Italia, l'iscrizione al Partito radicale e alla volontà e alla speranza di un partito transnazionale ha rappresentato (e rappresenta) anche una esposizione e un rischio personale. Nonostante questo, o forse proprio per questo, quella risposta che ci è venuta tiepidamente o in misura assai limitata dalla Francia e dal Belgio, dalla Spagna, solo di poco più accentuata dal Portogallo, e per nulla da Germania e Gran Bretagna, dalla Jugoslavia e dai paesi di quello che è ancora l'impero sovietico scosso da una nuova "primavera", la risposta è divenuta assai più consistente.

Dovremo voltare le spalle a quella esposizione, a quel rischio, e ritirare la mano che abbiamo proteso a questi nuovi compagni proprio mentre viene stretta con più forza?

No. Nella sua storia il Partito radicale ha avuto forse dei difetti: ci hanno accusati di indulgere alla politica spettacolo, di essere irruenti nella polemica, di essere violenti nella parola, qualche volta di presumere di noi stessi; ma nessuno ci ha mai accusati di venir meno agli impegni che abbiamo assunto con noi stessi prima che con altri. E nessuno potrà rimproverarci mai di voltare le spalle ai compagni a cui ci siamo rivolti perché concorressero insieme a noi in questo tentativo e in questa speranza. Fu presunzione? Fu pura illusione? Discutiamolo insieme a Vienna.

Ma, si dice, a Vienna si discute anche la prospettiva delle chiusura del partito radicale. Ma quando mai il partito radicale non ha dovuto confrontarsi con la possibilità drammatica che fossero i fatti, gli avvenimenti a chiuderlo e a liquidarne la politica? E quante volte questa chiusura nei fatti è stata evitata proprio perché si è avuto il coraggio di parlarne, di prevederla, addirittura di programmarla se non si fossero verificate le condizioni del rilancio della politica radicale? E' accaduto nel 1971 e nel 1972 (quando riuscimmo a raggiungere per la prima volta i mille iscritti), nel 1974 (quando avevamo vinto il divorzio e la partitocrazia italiana ci aveva già liquidati), nel 1976 (quando per poche centinaia di voti riuscimmo a entrare per la prima volta nel Parlamento italiano), nel 1983 e di anno in anno in tutti questi ultimi anni: ogni anno si è verificato il miracolo di un partito strappato alla chiusura proprio da chi veniva accusato di volerla provocare.

Chi ci chiede il Congresso in Italia ha già decretato la chiusura/fallimento - senza neppure discuterne e verificarla - del partito transnazionale e transpartitico voluto a Bologna, e quindi del Partito radicale come nel suo Congresso sovrano ha deciso di rifondarsi, con una mozione votata a grande maggioranza e a cui nessuno dei temi anche drammatici che stiamo ora discutendo era certo estraneo. Ma ha già decretato che non è possibile altra partecipazione dei radicali alla vita politica italiana se non nella forma di un Partito radicale minoritario e sconfitto, e a quel punto - a dispetto di ogni intenzione - istituzionalizzato e testimone impotente della partitocrazia: sarebbe anche questa la liquidazione e la svendita del patrimonio politico e ideale del Partito radicale in Italia.

Dunque saremo a Vienna (o a Budapest) in tanti, per discutere di tutto, per scontrarci se necessario, senza remore o tabù, e senza falsi rispetti umani. E dobbiamo esserci per salvare e rafforzare, se possibile, questo patrimonio e quelle speranze; non per liquidarli.

 
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