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Spadaccia Gianfranco - 1 aprile 1989
Partito Trasnazionale: una ragionevole follia
Gianfranco Spadaccia

SOMMARIO: E' possibile un partito transnazionale? Sappiamo che è drammaticamente necessario ed urgente che si costituiscano soggetti transnazionali capaci di governare i grandi problemi del nostro tempo. Sappiamo che i partiti e le istituzioni nazionali sono impotenti a dominare le grandi tragedie che ci minacciano. Sappiamo che solo il Partito radicale, il partito della nonviolenza e della tolleranza può farcela, può aprire questa nuova frontiera politica. Per questo abbiamo deciso di rifondarci come partito transnazionale. Ma sappiamo anche di non sapere come vincere la cultura della rassegnazione che s'impone ovunque. E' una follia allora? Se lo è, è una ragionevole follia da contrapporre con determinazione e urgenza alle folli saggezze dei signori della guerra e della fame, alle miopie dei signori del potere e della politica. Ci siamo assunti il compito di tentare questa ragionevole follia. Abbiamo bisogno di altri, tanti ragionevoli folli disposti a condividere con noi questa grande sfida.

("Numero unico" per il 35· Congresso del Partito Radicale - Budapest 22-26 aprile 1989 - Edizioni in Inglese, Ungherese e Serbocroato)

E'possibile un partito trasnazionale? Il Partito radicale che, dopo essere stato per trent'anni un partito prevalentemente italiano, si è posto il difficile obiettivo di diventarlo, risponde che è drammaticamente necessario ed urgente; e dunque si tratta di un obiettivo che forse è impossibile conseguire, ma è doveroso tentare.

Il Partito radicale è un piccolo partito cui tutti - anche gli avversari - riconoscono il merito di aver fortemente influenzato la politica italiana, con le sue battaglie che hanno determinato grandi riforme civili in un paese fino a qualche anno fa conosciuto per il suo conservatorismo di netta impronta clericale. Oltre che per le vittorie sul divorzio, sull'aborto, sull'obiezione di coscienza, ottenute con le armi della nonviolenza, della democrazia e dei referendum popolari, il Partito radicale è conosciuto per aver animato in Italia e in Europa grandi iniziative politiche internazionali: la lotta per i diritti umani, quella contro lo sterminio causato dalla fame, dalla miseria e dal sottosviluppo nei paesi del terzo mondo; e le campagne antinucleari e ambientaliste. Il Partito radicale, pur operando in Italia, non si è mai definito italiano, e non ha mai richiesto come requisito per l'iscrizione la cittadinanza italiana. Per questa ragione ha sempre avuto un certo numero di militanti non italiani tra le

sue file. Nel 1978 elesse addirittura segretario un cittadino francese, Jean Fabre, che fu uno degli animatori della campagna contro la fame nel mondo e che è ora funzionario di una importante agenzia delle Nazioni Unite. Ma si trattava per lo più di europei che lavoravano in Italia, o che collaboravano con la rappresentanza elettorale radicale nel Parlamento europeo. Ora invece il Partito radicale ha deciso una propria rifondazione che prevede una base associativa diffusa oltre le frontiere nazionali, e raccolta intorno ad alcuni obiettivi politici comuni.

Per farlo si è addirittura inventata una parola nuova, pressoché sconosciuta nel linguaggio non solo politico dei diversi paesi: il termine ``transnazionale'', usato per designare un partito e una politica capaci di attraversare le frontiere, le istituzioni e i partiti nazionali. Il termine viene contrapposto a quello di uso corrente, la parola internazionale che designa invece i rapporti tra Stati nazionali, e per quanto riguarda le organizzazioni politiche (le internazionali dei partiti) i rapporti tra partiti nazionali che rimangono fra loro separati, ciascuno geloso della propria autonomia nazionale e della propria sovranità.

Tutto ciò è ormai inadeguato, e rischia di essere fortemente negativo, altamente rischioso per l'umanità. I grandi problemi della nostra epoca sono ormai problemi planetari, che attraversano le frontiere nazionali e non possono essere affrontati, e quindi non possono essere governati, attraverso gli strumenti degli Stati nazionali, le loro leggi, i loro bilanci, i loro poteri.

L'umanità è stata soprattutto preoccupata, dalla fine della seconda guerra mondiale, dal rischio di un nuovo conflitto mondiale che a causa delle bombe nucleari poteva essere catastrofico per l'intero pianeta. Ma il rischio di eventi catastrofici si è enormemente esteso ben oltre l'ipotesi di un conflitto mondiale generalizzato. Così ci si è dovuti accorgere che, mentre si è riusciti ad evitare l'uso bellico di armi atomiche e la loro esplosione, non si è riusciti ad annullare il rischio di catastrofi nucleari che possono derivare da centrali atomiche usate per la produzione di energia. E presto si sono moltiplicati i danni prodotti da tecnologie e procedimenti industriali di cui non era stato calcolato l'impatto sull'ecosistema.

Si tratti del buco nell'ozono o dell'effetto serra, della deforestazione del pianeta o della desertificazione di zone sempre più vaste di territorio, dell'inquinamento dei mari e dell'aria; si tratti dei diritti umani negati a gran parte dell'umanità o del diritto alla vita negato alle decine di milioni che muoiono ogni anno per mancanza di alimentazione e per malattia, e alle centinaia di milioni di altri che soffrono la fame e la miseria; si tratti del formarsi tumultuoso di megalopoli in Asia, in Africa o in America latina, o della crescente immigrazione in Europa o in America del Nord di milioni di persone scacciate dai loro paesi d'origine dalla mancanza di cibo e di lavoro; si tratti di guerre geograficamente limitate alimentate dalla esportazione di armi sofisticatissime dei paesi industrializzati o, nei paesi più ricchi e sviluppati, del diffondersi della droga e della criminalità, è evidente che il diritto, la politica e le istituzioni attuali sono attualmente impotenti a dominare questi fenomeni, s

icché il mondo intero sembra assistere paralizzato al loro sviluppo che può determinare esiti catastrofici per l'intera umanità.

Da una parte si va diffondendo, non solo fra gli intellettuali ma anche nelle opinioni pubbliche, la consapevolezza di questi problemi, della loro entità, del loro rapidissimo evolversi, del loro pericolo; dall'altra si sa che esistono le conoscenze e i mezzi per affrontare questi problemi e governarli nell'interesse dell'umanità in un'epoca che ha visto in meno di un secolo accumulare acquisizioni scientifiche maggiori di quante non se ne siano acquisite nel corso di tutta la storia umana. E' dunque un problema di volontà politica, ma non solo di volontà politica. Perché anche quando questa si manifestasse, si scontrerebbe con la lentezza delle procedure internazionali, con la frammentazione dei poteri nazionali, con la molteplicità degli interlocutori, con la resistenza degli interessi particolari che può meglio celarsi e operare avvalendosi di queste difficoltà.

La politica, intesa come capacità di affrontare in maniera efficace e creativa i grandi problemi della nostra epoca, è quindi negata. Occorre riconquistare il diritto alla politica, oggi che la polis è il mondo intero. Se non c'è la possibilità di attuare il diritto alla vita, è la stessa vita del diritto che è messa in causa e minacciata. Occorre dunque affermare un nuovo diritto transnazionale e sovranazionale, che non annulli le nazioni, ma le attraversi e le superi.

E' la sfida che il Partito radicale ha deciso di lanciare: una sfida apparentemente impossibile e sproporzionata alle sue forze; la sfida di costruire una forza politica che riunisca e organizzi cittadini di diversi paesi i quali intendano battersi insieme per conseguire comuni obiettivi e per trasformare i propri programmi in legge e in diritto transnazionale.

Esistono infatti movimenti culturali e sociali diffusi in Europa e in America - per esempio quelli ecologisti - che denunciano la degenerazione dell'attuale sistema economico e industriale, e le sue conseguenze e i suoi effetti sull'ambiente. Ma non esiste un soggetto politico ed un progetto capaci di porsi e conseguire obiettivi politici transnazionali, capaci di porre rimedio ai guasti che si producono. E le forze politiche che sono espressione di questi movimenti, prive di teoria e prassi politica realmente alternative, finiscono per aderire ai modelli politici esistenti, e muoversi e consumarsi nei limiti nazionali e internazionali.

Il Partito radicale ha deciso invece di rifondarsi come Partito transnazionale, di creare una organizzazione politica comune a quanti intendono battersi, insieme, ovunque sia necessario, da democratici e da nonviolenti, per l'affermazione dei diritti umani; per la soluzione dei grandi problemi ecologici del nostro tempo; per combattere lo sterminio causato dalla fame e dal sottosviluppo nel terzo mondo; per combattere la droga e la criminalità tagliando alla base gli enormi profitti che il proibizionismo delle droghe ha assicurato alle organizzazioni criminali; per favorire e accelerare l'unità politica (e non solo economica) dell'Europa, e rendere più efficace e forte il diritto e le istituzioni internazionali. Questo partito non intende essere concorrente dei partiti nazionali. Ad esso dunque possono aderire quei comunisti, liberali, cristiani e socialisti che condividono la necessità e l'urgenza di questi propositi e di questi obiettivi, e constatano con noi l'insufficienza delle loro rispettive organizza

zioni ``internazionali''. Ad esso possono aderire gli ecologisti che non si accontentano di agitare e denunciare i problemi ma intendono organizzare le azioni e i progetti per risolverli; i federalisti e gli europeisti che vogliono veder realizzare le loro aspirazioni in tempi politici e non storici, e quindi nella attuale generazione; i nonviolenti che non confondono la nonviolenza con la passività e gli obiettori di coscienza che non confondono la lotta per la pace con la neutralità e l'indifferenza per i problemi della libertà e della democrazia. Tutti costoro troveranno un partito laico, non un partito ideologico, a cui si aderisce sulla base di programmi e obiettivi di lotta politica.

 
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