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Stanzani Sergio - 28 luglio 1989
Relazione al CF di Roma del Primo segretario del PR (1-5 settembre 1989)
Sergio Stanzani

SOMMARIO: Nella sua relazione al Consiglio federale del PR di Roma, il Primo segretario Sergio Stanzani presenta la prima valutazione della situazione del Partito radicale dopo lo svolgimento del congresso di Budapest. Dopo aver indicato i terreni d'iniziativa politica possibili (Stati uniti d'Europa, diritti umani e antiproibizionismo della droga) deve prendere atto che non esistono le risorse necessarie per perseguirli. Avanza quindi due ipotesi: 1) Mettere in atto il meccanismo dei "pieni poteri" al segretario, tesoriere, presidenti del partito e del consiglio federale affidando loro un ultimo obiettivo che, se non raggiunto, porterebbe alla liquidazione del partito: convocazione di una convenzione costituente di una nuova forza politica radicale per la primavera prossima a Mosca che sappia raccogliere consistenti adesioni da ogni parte d'Europa; 2) Fissare come esigenza prioritaria " quella di ricomporre l'assetto politico-organizzativo del partito".

__________

Care compagne e cari compagni,

è questa - dopo il Congresso di Budapest, dopo quel grande, ancor oggi incredibile successo del partito radicale transnazionale - la prima riunione del Consiglio Federale che pone all'ordine del giorno l'esame e la valutazione della situazione del partito.

Infatti la riunione del Consiglio Federale che si è tenuta a metà maggio a Rimini, in occasione del Congresso "italiano" del partito, ha provveduto unicamente, nel rispetto dei termini regolamentari, all'elezione del proprio presidente - Marco Pannella - e a fissare per la fine di luglio la riunione successiva - che è questa - in base anche a considerazioni che ci hanno portato a non ritenere possibile, per quest'anno, più di un'altra riunione, che si dovrebbe tenere entro il prossimo autunno.

UNA SPERANZA ED UN AUGURIO: CHE QUESTO SIA IL PRIMO PARLAMENTO EUROPEO "CON POTERI COSTITUENTI"

Ci riuniamo per la seconda volta dopo cinque mesi, qui a Strasburgo, in concomitanza con la prima sessione della terza legislatura del Parlamento europeo eletta a suffragio universale dai cittadini dei dodici paesi membri della Comunità europea: rivolgo a tutti coloro che ne fanno parte il nostro saluto ed il nostro augurio di poter essere gli eletti del primo Parlamento "con poteri costituenti" di un'Europa che vuole ed è capace di essere unita.

In questo saluto ed in quest'augurio vi è anche - come radicale e cittadino italiano - la forza del voto positivo col quale, il 18 giugno, oltre l'88 per cento degli italiani ha risposto al quesito posto dal referendum propositivo proprio in merito ai poteri da attribuire al Parlamento europeo.

Si tratta di un altro significativo ed importante risultato dovuto, innanzitutto, all'azione condotta dai nostri compagni eletti nel Parlamento italiano, che ha trovato il consenso generale delle altre forze politiche e, successivamente, nel corso della campagna elettorale, anche all'apporto diretto di quegli esponenti e militanti radicali che, con le loro iniziative, assunte in piena autonomia, hanno animato e caratterizzato il confronto elettorale.

Sono quattro gli eletti in Italia nel Parlamento europeo in liste promosse o connotate dalla presenza di questi nostri compagni; tre sono gli iscritti al partito, quanti siedevano a Strasburgo nella legislatura precedente, quando furono eletti in un'unica lista radicale, con l'impegno diretto e le risorse di tutto il partito.

Sia della situazione politica in Italia in relazione alle iniziative assunte dai nostri compagni, sia della situazione relativa al rinnovato Parlamento europeo, oltre a quanto io posso qui dire, più e meglio potranno riferire, nei loro interventi, i compagni che ne sono stati i promotori e gli interpreti.

IL SIGNIFICATO ED IL VALORE DELLE ELEZIONI EUROPEE DEL 18 GIUGNO: LA CONFERMA, NEI FATTI, DELLA VOLONTA' TRANSNAZIONALE DEL PARTITO, CHE "PASSA" ATTRAVERSO L'"ITINERARIO" TRANSPARTITICO

Con il 18 giugno il partito ha mantenuto e rispettato l'impegno assunto di non essere più presente in quanto tale ad elezioni in Italia, prima ed oltre che in altri paesi. Si è così avuta la conferma che il partito radicale voleva e vuole essere transnazionale e che per essere tale deve essere transpartitico, capace, cioè, di costituirsi in un'unica forza politica autonoma, oltre, ma anche attraverso, gli specifici ambiti nazionali.

Quella delle elezioni europee in Italia costituiva per il partito una prova, una scadenza con la quale esso doveva misurarsi per superare la consistente resistenza della propria realtà, dovuta ad evidenti motivi storici e che lasciava i nostri avversari e la massima parte degli osservatori - anche di quelli più vicini ed interessati - scettici ed increduli o, quanto meno, fortemente dubbiosi: il partito radicale non voleva, non poteva, non avrebbe avuto la forza e la capacità di non presentarsi alle elezioni.

Il 18 giugno costituisce pertanto, a mio avviso, una data che rimarrà comunque nella storia del partito, unita indissolubilmente ai giorni che hanno segnato lo svolgimento del 35· Congresso.

Il partito radicale in queste due circostanze ha realizzato concretamente e compiutamente, nei fatti, presupposti politici che gli erano indispensabili per poter assolvere l'impegno assunto con la parola al Congresso di Bologna: essere transnazionale ed essere transpartitico.

Con il Congresso di Budapest e con quanto è avvenuto in Italia con le elezioni per il Parlamento europeo o siamo, senza più alcun dubbio e senza più alcuna possibilità di ritorno, partito transnazionale e transpartitico, o, diversamente, non siamo e non saremo più nulla.

Ritengo sia per tutti chiaro ed evidente che in termini di potenzialità e prospettiva politica molto è cambiato.

Se con Budapest abbiamo tracciato, in termini indiscussi ed indiscutibili, la linea di un nuovo tragitto, di cui la mozione approvata sancisce, con drammatica verità, le impervie condizioni e le tremende difficoltà da superare per percorrerlo, è anche vero che con le elezioni del 18 giugno si è - a mio avviso - definitivamente concluso il vecchio cammino.

Con il Congresso di Budapest e con le elezioni europee, una prima fase del processo di trasformazione e di rifondazione del partito radicale si è così compiuta.

Il partito radicale che conoscevamo, caratterizzato dalla partecipazione alle elezioni politiche italiane e dalla conseguente rappresentanza nelle istituzioni, concretamente e visibilmente ha già iniziato a non essere più. Se non è più pensabile che si possa tornare indietro rispetto alle scelte compiute dal Congresso di Bologna ad oggi, siamo tuttavia ancora lontani dal poter affermare che esiste già il nuovo partito radicale.

Certo, il Congresso di Budapest ed i risultati delle scelte compiute in Italia per le elezioni del Parlamento europeo ci hanno fatto registrare dei successi politici anche di grande valore. Possiamo meglio vedere le potenzialità della scelta transnazionale e transpartitica, meglio comprendere la ricchezza teorica e pratica di tali scelte e riconoscerne la necessità e l'urgenza. Tuttavia, nel contempo, gli stessi successi che abbiamo registrato sono lì che ci fanno misurare le difficoltà da superare e la pochezza dei mezzi e la ristrettezza dei tempi di cui disponiamo, perché queste potenzialità diventino reale organizzazione politica e concreta capacità operativa, quindi effettiva possibilità di lotta e di iniziativa politica transnazionale e transpartitica.

IL CONGRESSO DI BUDAPEST

A proposito di Budapest, qualcuno ha detto che abbiamo confermato in quell'occasione la nostra capacità di essere produttori di eventi: quel Congresso, infatti, ha avuto importanza politica, valore e significato, per il fatto stesso che si teneva, e si teneva a Budapest, con quei partecipanti, interni ed esterni al partito, più che per i contenuti del dibattito congressuale o per le stesse deliberazioni del Congresso.

E' un'affermazione indubbiamente giusta, che non attenua nulla, ma anzi rafforza l'importanza di Budapest. Perché quell'evento c'è stato. E perché nella nostra storia abbiamo operato politicamente non solo affermando delle idee, ma cercando di far avanzare quelle idee attraverso i fatti e le opere; gli eventi, appunto.

Qualche altro ha detto che il Congresso di Budapest non è riuscito a produrre un reale dialogo fra quanti vi hanno partecipato, e che si è assistito piuttosto ad una serie di monologhi che si giustapponevano l'uno all'altro, senza amalgamarsi e senza neppure, a volte, incontrarsi in una posizione comune, in un minimo comune denominatore.

Anche questo in buona parte è vero. Budapest è stato un grande contenitore. In questo nostro primo Congresso transnazionale si sono riversate speranze ed aspettative di tanti compagni di tanti paesi diversi: dall'interno o dall'esterno del partito.

Budapest è stato insieme un punto di non ritorno ed un punto di partenza. Budapest ha aperto una possibilità. Di più quel Congresso non poteva dare, se non la consapevolezza collettiva, espressa nella mozione finale, dell'estrema difficoltà di sfruttare davvero quella possibilità, rendendola reale ed attuale.

LE LUCI E LE OMBRE DELLA NOSTRA STRATEGIA ELETTORALE TRANSPARTITICA

Anche l'indiscutibile successo registrato dalla nostra strategia elettorale transpartitica alle elezioni europee in Italia presenta, ai fini delle prospettive del partito, le sue luci e le sue ombre.

Chi sosteneva che il partito radicale - per effetto delle scelte della mozione di Bologna - avrebbe abbandonato la scena politica italiana, avrebbe creato un vuoto che nessuno avrebbe riempito ed avrebbe infine dato un segno di crisi e di fuga dalla realtà della sua storia e del suo impegno politico, è stato smentito dai fatti. Se il partito, tenendo fede alle decisioni che aveva assunto, ha rinunciato a presentare proprie liste, l'iniziativa radicale e dei radicali è stata più forte, più efficace e più viva che mai.

I radicali sono stati presenti su ben quattro fronti elettorali, attraverso altrettante iniziative politiche, tutte rivolte alla riforma della politica e degli schieramenti politici italiani:

- con le Liste Verdi-Arcobaleno per l'Europa, per allargare la capacità di penetrazione del movimento verde e riunificare le lotte per l'ambiente e quelle per la democrazia e per i diritti umani;

- con le candidature nel PSDI, per salvaguardare una prospettiva di unità e di rifondazione socialista basata sul federalismo e sul rispetto delle diverse storie e culture, anziché su un brutale disegno di annessioni;

- con la promozione della Federazione Laica, per cercare di arrestare e rovesciare un destino di frammentazione e di indebolimento di queste forze e consolidare la prospettiva liberaldemocratica;

- con la lista antiproibizionista, per far compiere, avvalendosi della particolare opportunità italiana, un salto di qualità alla battaglia che abbiamo ingaggiato su questo terreno, con la costituzione della LIA.

Su un quinto fronte - quello dei rapporti con i comunisti - siamo stati presenti, credo, con uguale efficacia, dal momento che abbiamo invitato a votare anche PCI - pur non avendo candidati da sostenere in quelle liste - a sostegno della politica di cambiamento del "nuovo corso" dell'attuale segretario e dell'attuale gruppo dirigente del PCI.

Abbiamo avuto quattro successi politici su cinque; e quattro successi elettorali su cinque.

Sul fronte socialdemocratico, il successo politico dell'iniziativa (impedire la scomparsa del PSDI e l'assorbimento del suo elettorato nel PSI) non è stato accompagnato dal successo elettorale radicale: nessuno dei nostri compagni è stato eletto. Sul fronte laico, il successo elettorale di Pannella non è stato purtroppo accompagnato dal successo generale dell'iniziativa. Se, tuttavia, la proposta elettorale è stata in questa circostanza sconfitta, è stato proprio il leader del PSI Bettino Craxi ad avvertire l'importanza strategica e la pericolosità, dal suo punto di vista, della prospettiva liberaldemocratica (che tuttavia permane), impegnando tutta la forza del PSI per tentare di impedirla e per farla definitivamente fallire.

Per i compagni non italiani, ripeto e preciso che l'iniziativa dei radicali ha portato all'elezione di due deputati delle Liste Verdi-Arcobaleno per l'Europa, di cui una è Adelaide Aglietta, ad un solo eletto della Lista Antiproibizionista, che è Marco Taradash, e ad un eletto eletto nel sud Italia nella lista che comprendeva liberali e repubblicani, oltre che alcuni esponenti radicali, che è Marco Pannella.

Accanto a questi successi, a queste luci, non posso però tacere le ombre ed i limiti della nostra iniziativa transpartitica.

Essa è stata iniziativa di esponenti e militanti radicali prima impegnati solo nel partito radicale e che ora s'impegnano su diversi fronti, in diversi soggetti politici ed elettorali nazionali. Tuttavia a questa iniziativa non corrisponde finora, se non in misura assai limitata ed eccezionale, l'adesione al partito radicale transnazionale e transpartitico di militanti, dirigenti e parlamentari dei partiti italiani e lo stesso vale per gli aderenti ai partiti nazionali degli altri paesi.

C'è stata, è vero, a Rimini, in occasione del Congresso "italiano", l'importante adesione del compagno Bordon, militante e deputato del PCI. Ci sono compagni verdi, come il deputato Lanzinger, o socialdemocratici, come i parlamentari Pagani e Caria, o socialisti - che sfidano in questa maniera l'ira del loro segretario - che sono iscritti al partito radicale. E c'è Shoulamit Aloni, la leader prestigiosa del Movimento per i diritti civili israeliano, deputata della Knesset, che è iscritta al nostro partito.

Ma queste, insieme ad alcune altre importanti eccezioni, mi fanno ritenere tutt'altro che soddisfacente lo stato della nostra iniziativa transpartitica, in termini di forza del partito, di sua capacità di realizzare una presenza davvero trasversale rispetto alle forze politiche tradizionali.

LA RELAZIONE SULLO "STATO DEL PARTITO"

Compagne e compagni,

i primi di maggio dello scorso anno Paolo Vigevano ed io, a Madrid, presentammo al Consiglio Federale la relazione sullo "Stato del partito". Si tratta di un documento di riconosciuta validità, tradotto, stampato, distribuito e diffuso ripetutamente, che possiamo ragionevolmente ritenere da tutti acquisito.

La relazione - attraverso un'accurata analisi delle attività da svolgere, delle risorse necessarie e di quelle disponibili, nonché dei costi relativi - perviene ad una valutazione del "valore complessivo" dell'assetto politico-organizzativo del partito (13 miliardi e 500 milioni) e ne pone in evidenza l'incompatibilità con le nuove e diverse necessità ed esigenze imposte dalla decisione, adottata dal 34· Congresso, a Bologna, di dover essere partito transnazionale e transpartitico che non si presenta più alle elezioni in alcun paese (gran parte dei 13 miliardi e 500 milioni derivano dalla presenza istituzionale italiana).

La relazione delinea anche un primo quadro di massima della "dimensione" che il partito dovrebbe assumere per porsi in condizione di affrontare positivamente il dettato congressuale; si precisa anche la scadenza ultima entro la quale dev'essere completata la conversione: il termine della legislatura in corso in Italia.

Il parametro economico-finanziario è usato unicamente per consentire anche un'espressione quantitativa dell'analisi e delle valutazioni politico-organizzative svolte nella relazione. Utilizzando lo stesso parametro la nuova "dimensione" viene poi rappresentata - in un'editorale su "Notizie Radicali" - in via del tutto indicativa con l'immagine del partito di 20-30 mila iscritti (equivalenti a 5 miliardi di autofinanziamento).

Lo "Stato del partito", arricchito ed integrato dalle analisi, dalle considerazioni, dai quesiti contenuti e posti nelle successive relazioni di Paolo e mie, presentate al Consiglio Federale di Grottaferrata e a quello di Gerusalemme, e poi in buona parte, il tutto, nella mia relazione al Consiglio Federale di Trieste-Bohinj (anche queste scritte, tradotte, distribuite e diffuse nel partito), costituisce un documento politico di "impegno programmatico", approvato anche nelle sue integrazioni e nei richiami dal Consiglio Federale, mai successivamente smentito, e quindi tuttora valido per gli organi del partito; documento da assumere come termine di confronto per valutarne il procedere e l'assolvimento.

Ritengo ancora una volta di dover insistere sui limiti del significato da attribuire al parametro economico-finanziario assunto come espressione quantitativa di una realtà politico-organizzativa molto più ampia e complessa, costituita e rivolta essenzialmente a considerare il partito e la sua "dimensione" come "complesso operativo adeguato", dotato quindi di efficacia e di efficienza, in grado di rispondere qualitativamente e quantitativamente alle proprie finalità, con la tempestività richiesta ed anche in limiti economici compatibili.

Si tratta di considerazioni e valutazioni sul partito come mezzo, come strumento d'iniziativa e di lotta politica, che hanno posto in evidenza notevoli contraddizioni nell'interpretazione della corrispondenza dei metodi e dei modelli organizzativi da impiegare con le finalità da perseguire.

Problematica, questa, non solo mai affrontata finora nei nostri dibattiti, ma neppure considerata, perché estranea e distraente alla "qualità della politica".

A mio parere anche a questo è dovuto il progressivo innestarsi di un processo regressivo che si è - di fatto - inserito nei tentativi attuati per adeguare la "dimensione" politico-organizzativa alle esigenze dell'essere, o, più correttamente, del divenire partito transnazionale e transpartitico.

LA CONVERSIONE DEL PARTITO DA FORZA POLITICA NAZIONALE IN FORZA POLITICA TRANSNAZIONALE

Non sempre teniamo presente che ci siamo imposti la conversione del partito da forza politica essenzialmente nazionale in forza politica transnazionale (l'essere transpartitico è una condizione, un presupposto necessario, ma non sufficiente).

Anche nel campo dell'impresa la conversione è una delle operazioni più complesse da affrontare e più difficili da realizzare e quello dell'impresa è un campo ove le variabili sono per lo più note (si conoscono, cioè, le leggi e le regole alle quali sottostanno i fattori in giuoco), non mancano basi informative adeguate, sono disponibili mezzi e sistemi di analisi evoluti e raffinati, e, infine, le competenze necessarie sono comunque reperibili.

In politica, per un partito, sono per lo più indeterminati i fattori in giuoco e, se individuati, ben di rado sottostanno a leggi o a regole o, se queste ci sono, operano in campi di variabilità difficilmente controllabili : pianificare, programmare è - di fatto - pressoché impossibile, ma, per la conversione, è pur sempre necessario.

In politica il margine di errore è molto più elevato, l'errore è quasi "la regola": flessibilità e tempestività sono la "qualità", le condizioni richieste per assorbire l'errore, condizioni che spesso si pongono in termini inconciliabili con quel minimo di capacità di pianificazione e programmazione che sono indispensabili per garantire continuità all'opera di conversione.

Nel nostro caso, quando si tratta di passare da una realtà "storicamente definita" ad una nuova e diversa realtà "del tutto indeterminata", la continuità, la durata, è una condizione che si impone! Pertanto, anche solo pensare alla soluzione e - se possibile - trovarla ed attuarla richiede tempo. La conversione è un processo; l'invenzione, la fantasia creativa è costituita da "momenti", anche discontinui e non sempre congruenti o di facile ed immediata comprensione.

I due sistemi temporali, quindi, facilmente divergono.

Di tutto ciò ne stiamo subendo le conseguenze: un esempio, solo con le elezioni del 18 giugno abbiamo acquisito la piena consapevolezza del valore e della portata del termine transpartitico.

L'essere transnazionale è parso, già all'inizio, un termine sufficientemente chiaro e comprensivo, esaustivo; l'essere transpartitico è stato a lungo considerato "accessorio", quasi "un di più", il solo uso di questo termine è stato a lungo ignorato.

Solo oggi, ritengo, si possa forse ritenere acquisita la convinzione che le condizioni dell'essere transpartito sono preliminari (non prioritarie) per l'essere transnazionale.

L'OFFERTA POLITICA DI QUESTI MESI HA SOMMERSO IL PARTITO PIU' CHE ALIMENTARLO

Ritengo si debba riconoscere che in questi mesi, col e dal Congresso di Budapest, la fantasia, la creatività radicale ha saputo arricchire il partito - direttamente ed indirettamente - di un'offerta politica impensabile. Però dobbiamo anche riconoscere che l'offerta è stata tale da sommergere il partito, più che alimentarlo.

L'alluvione, care compagne e cari compagni, non aumenta il potenziale di un sistema idroelettrico; se tutto va bene ne satura i bacini che esistono, diversamente tracima e può anche travolgerli e la produzione di energia va in tilt!

Nel nostro caso, l'assetto politico organizzativo del partito - di per sè già inadeguato alle nuove esigenze e, per di più, gravato dall'incertezza dovuta ai tentativi di avviarne la conversione - non ha retto alle molteplici ed anche contrastanti richieste di produzione politica, nell'insieme non solo incompatibili, ma poco congruenti al sistema. Nello sforzo di fare comunque fronte alla situazione si sono costituiti di fatto più assetti alternativi. Si è così non solo interrotto il processo di conversione, ma è andato in frantumi quel tanto che ancora permaneva dell'assetto preesistente.

In tali condizioni, dovrebbe destare meraviglia ed incredulità se non si fosse determinata una drastica caduta di efficienza complessiva nel partito, del partito, con notevoli sacche di improduttività.

LA SITUAZIONE PROSPETTA COME INEVITABILE LA CHIUSURA DEL PARTITO

Queste si possono anche ritenere considerazioni teoriche, peggio elucubrazioni astratte, prive di interesse concreto e, per di più, noiose. Ma, nonostante i grandi successi di Budapest e delle elezioni europee, i risultati del partito, per il partito, sono lì, incontestabili, nella relazione e nei documenti predisposti dal tesoriere e sono deludenti, perfino desolanti. Sarà pur necessario compiere uno sforzo per comprendere una situazione che prospetta sempre più come inevitabile la chiusura del partito, se si vuole ancora cercare una via per evitarla.

Io ci provo, come so e come posso.

Gli iscritti sono poco più di 2.500: pur tenendo conto di ogni possibile valutazione, è un risultato che certo non migliora la situazione dell'anno scorso a Gerusalemme, anche se il quadro politico complessivo è diverso da allora.

Vi è però un aspetto più grave di quello quantitativo. L'appello che il partito, con la mozione di Budapest, ha rivolto in particolar modo alle classi dirigenti di ogni paese, ai loro esponenti più liberi e responsabili, perché un'immediata, grande ondata di iscrizioni e di sostegni scongiuri la fine del partito radicale, non ha finora trovato un riscontro adeguato, come già ho rilevato all'inizio di questa relazione. Permangono le ragioni, le cause poste in evidenza dalla mozione, dovute alla "democrazia reale", al sistema dei regimi occidentali e, in particolare, alla partitocrazia in Italia, oltre ai gravi problemi che ancora persistono nei paesi del centro e dell'est europeo, ma è anche indiscutibile che ben poco noi - il partito - siamo riusciti a fare in questo periodo per far conoscere in Europa il successo, l'importanza dei risultati conquistati con il Congresso. In Italia, impegnati ed inevitabilmente "distratti" dalla necessità di assicurare al partito il presupposto di essere transpartitico, la no

stra azione di forza politica transnazionale non ha avuto quella presenza, quel vigore che erano necessari per acquisire almeno primi nuclei significativi di iscrizioni.

Vi sono quindi anche motivi nostri, responsabilità nostre, del partito in quanto tale, mie in primo luogo, che dobbiamo analizzare e valutare.

Per quanto mi riguarda, avverto sempre più la contraddizione che è in me tra l'accrescersi della convinzione, del valore della nostra proposta politica e l'incapacità di una risposta concreta, adeguata.

Non voglio con questo, qui, ora, riproporre la questione della "qualità originaria dell'essere radicale" come elemento risolvente della crisi attuale del partito. Sono il primo - in coscienza - che non è in grado personalmente di risolvere positivamente in questi termini la contraddizione. Questa tuttavia esiste e la sua portata, il suo peso, credo abbiano per molti proporzioni più ampie, ripercussioni più profonde di quanto non siamo indotti a ritenere.

Anche la situazione economico-finanziaria esposta ed illustrata nella relazione e nei documenti del tesoriere non è certamente migliore di quella di otto mesi fa a Gerusalemme.

Lascio a Paolo l'argomento; voglio solo, a questo proposito, porre un quesito e fornire una risposta.

LA SITUAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA: COM'E' STATO POSSIBILE, FINORA, GARANTIRE L'ESISTENZA DEL PARTITO RADICALE?

In questa situazione, che si protrae da oltre un anno, com'è stato possibile per il partito sostenere fino ad ora non solo i costi della propria gestione e di quella di Radio Radicale, aggravati dall'onere cospicuo del Congresso di Budapest e di quello "italiano" di Rimini, ma fare anche fronte ad una campagna elettorale, che nell'assetto politico-organizzativo del partito ha inevitabilmente avuto il proprio punto essenziale di riferimento e di coordinamento, ed essere ancora in condizioni di consentire - se non altro - questa nostra riunione, il cui costo non è certo del tutto indifferente?

La mozione approvata a Strasburgo, quando il Consiglio Federale si è riunito proprio qui, in questa città, prima del Congresso, ci autorizzava ad usare, anticipandolo, il finanziamento pubblico del 1990 - il che è stato fatto - e a disporre anche del patrimonio del partito per proseguire, fino all'esaurimento delle disponibilità, la lotta per l'esistenza del partito, abbandonando - come ricorderete - il progetto di "liquidazione controllata" che Paolo ed io avevamo predisposto (e forse non adeguatamente difeso).

D'altra parte è pur vero che i risultati elettorali del 18 giugno hanno comportato consistenti rimborsi da parte dello Stato italiano per le due liste promosse dai nostri compagni ed altri contributi (molto più modesti) sono stati corrisposti dalle due liste in cui erano candidati gli altri compagni, ma, anche tenendo conto di questi apporti, nel complesso le risorse finanziarie non ci avrebbero permesso di proseguire fino ad oggi (dovendo anche considerare le difficoltà oggettive che esistono per realizzare il patrimonio disponibile in tempi compatibili).

E' evidente che abbiamo avuto la possibilità di usufruire di altre risorse finanziarie.

Più per l'entità degli importi, che già non sono trascurabili, è la natura di queste risorse che va precisata.

Si tratta di proventi di carattere finanziario (denaro o prestazioni di servizi) dovuti a normali e diverse operazioni commerciali, connesse ad attività di terzi, sorte e sviluppate in relazione ad "iniziative autonome" (molti, tra noi, ricorderanno le relazioni fatte dai "soggetti autonomi" per molti anni ai nostri Congressi) prese da alcuni di noi nel settore televisivo. Sono attività "tutte italiane", per di più nel campo ed a favore dell'emittenza locale (cittadina, provinciale, al massimo regionale) condotte - è vero - secondo orientamenti coerenti con le valutazioni politiche del partito in questo settore, ma che sono pur sempre attività imprenditoriali, con fini di lucro, che perseguono interessi privati, di altri, e sono attività "di altri", nettamente separate e disgiunte dal partito.

In questo campo per anni il partito ha contribuito finanziariamente, sostenendo oneri cospicui per "Teleroma 56", "Canale 66" e "Canale 25" (tre emittenti televisive locali, che operano due su Roma ed il Lazio e una su Milano e la Lombardia) e che rientrano nel patrimonio del partito. La nostra presenza nel settore non è, quindi, una novità, ma si tratta di un aspetto che, pur noto, è sempre stato collaterale e che solo negli ultimi tempi, per un'assomarsi di circostanze favorevoli, sta producendo risultati positivi in termini finanziari. Questi risultati, se non attentamente considerati, possono avere riflessi politici anche negativi per almeno due aspetti: con essi, l'incidenza dell'autofinanziamento sulla disponibilità finanziaria complessiva del partito - il suo "valore" - viene ancor più a ridursi; in secondo luogo potrebbero indurre pericolosissime illusioni, facendo ritenere questa una forma di finanziamento "risolvente", quando, invece, si tratta di apporti del tutto inadeguati e per di più quanto ma

i incerti. Si tratta di boccate d'ossigeno gradite e benvenute, ma noi abbiamo bisogno di aria, di quella atmosferica e non delle bombole di ossigeno. Dobbiamo uscire dalla clinica, se vogliamo vivere!

Care compagne e cari compagni,

la realtà è che questi apporti - dovuti ad una stagione particolarmente serena e del cui mutare in peggio i sintomi, più che incombere, sono già presenti - hanno solo contribuito a farci superare la contingenza di quella crisi che con puntualità e costanza è stata da noi denunciata e che tuttora permane: siamo riusciti solo a spostare di alcuni mesi il momento della caduta, nulla più.

La situazione economico-finanziaria del partito è tuttora condizionata dall'insediamento nelle istituzioni e - quand'anche la legislatura in Italia dovesse protrarsi - all'inizio del 1990 è del tutto improbabile ottenere un ulteriore anticipazione del finanziamento pubblico.

Quindi, se qualcuno vuole oggi, nelle condizioni attuali, illudersi sulle nostre possibilità di tenuta economica e finanziaria, lo faccia pure, ma "l'abitudine al miracolo" mi pare stolta, anche e soprattutto per un radicale.

I TERRENI D'INIZIATIVA E DI LOTTA POLITICA

Noi oggi dobbiamo anche valutare se esistano le possibilità per affrontare un programma di rilancio del partito transnazionale. Questo è possibile solo attraverso l'iniziativa e la lotta politica.

Sono tre, a mio avviso, allo stato attuale, i terreni d'iniziativa politica su cui è ravvisabile un'attività politica radicale transnazionale:

1) la lotta per gli Stati Uniti d'Europa nel Parlamento europeo, negli Stati e nelle istituzioni della Comunità europea;

2) la lotta per i diritti umani ed iniziative politiche per lo sviluppo dei processi di democratizzazione dei paesi comunisti, a partire dalla "perestrojka" e dalla "glasnost";

3) iniziative transnazionali per l'affermazione della posizione e di una politica antiproibizionistica nel campo delle tossicodipendenze.

LA LOTTA PER GLI STATI UNITI D'EUROPA

E' inutile nascondersi le difficoltà per affermare la nostra battaglia sugli Stati Uniti d'Europa: contro le politiche prevalenti nei dodici governi, siamo i portatori di un'alternativa integralmente e radicalmente federalista, sovranazionale, comunitaria.

Questa politica, che i partiti italiani hanno deciso, dietro nostra proposta e richiesta, di sottoporre al voto popolare, ha ricevuto l'88 per cento dei suffragi nel referendum che si è svolto in Italia contemporaneamente alle elezioni europee. Noi non dubitiamo che uguale sarebbe il consenso dell'elettorato in quasi tutti i paesi europei, se ai popoli d'Europa fosse affidata la decisione della costituzione degli Stati Uniti d'Europa.

Invece i temi europei sono stati i grandi assenti da queste elezioni, un po'' in tutti i paesi della Cee, forse con l'eccezione della Gran Bretagna, dove la sconfitta di Margareth Thatcher è da tutti attribuita anche alla scelta europea, per la prima volta assunta dal Labour party, giustamente premiata dall'elettorato. Altrove, i "regolamenti di conti" tra i partiti a livello nazionale hanno prevalso sul confronto dei programmi europei.

Le piattaforme elettorali delle internazionali dei partiti sono quindi l'unico metro per misurare "ex post" gli esiti del voto per la politica del Parlamento europeo nei prossimi anni. Al di là delle parole impiegate, il tutto è improntato alla più estrema vaghezza: i democristiani, tuttavia, e dobbiamo dargliene atto, scrivono i loro buoni intendimenti sul tema della riforme istituzionali per arrivare ad un nuovo trattato di Unione europea, parlando anche di Stati Uniti d'Europa, mentre i socialisti puntano tutto su un preteso "pragmatismo", mediante il quale i problemi andrebbero risolti in modo settoriale, cominciando da quello sociale.

Ora, se è vero che la dimensione sociale è fondamentale nello sviluppo delle politiche comuni della Cee - per evitare che l'integrazione dei mercati e dell'economia si svolga in modo autonomo, senza un raccordo stretto con la garanzia di sempre migliori condizioni di vita e di lavoro e con un impegno prioritario per ridurre la disoccupazione nei dodici - è velleitario pensare che ciò possa realizzarsi senza alcuni chiarimenti di fondo su "chi" determina queste politiche e su "come" le scelte sempre più importanti che la Comunità dovrà compiere nei prossimi anni saranno determinate.

Lo stesso vale per la cosiddetta "Europa dei cittadini", da tutti reclamata: per avere dei "cittadini" a pieno titolo, occorre un'entità democratica compiuta, fatta di un'insieme di diritti e di doveri e sottoposta al controllo parlamentare.

Tutto questo ancora non c'è e se non c'è questo tutto il resto è illusione, piccolo cabotaggio politico.

I segni di queste ultime settimane non sono incoraggianti: a Madrid, Delors, presidente della Commissione Cee, ha fatto fare un piccolo passo avanti al suo progetto di realizzare davvero l'unione economica e monetaria, ma anche in questo caso non sono stati sciolti i nodi politici di fondo, e cioè se i dodici sono d'accordo per arrivare davvero ad istituire una Banca centrale comunitaria e una moneta unica. A livello politico, la diversa impostazione dei programmi dei socialisti e dei democristiani, non ha impedito ai due gruppi maggiori dell'Assemblea di Strasburgo di concludere un "pactum sceleris" per spartirsi la carica di presidente del Parlamento europeo, eleggendo, per la prima metà della legislatura, il socialista spagnolo Baron e, per la seconda, il democristiano Klepsch.

La voce del Parlamento europeo sarebbe così affidata a due personalità prive di autorità e responsabilità. Un confronto serio sulle priorità e le diverse impostazioni in tema di unità europea, se ve ne erano, è stato risolto con un calcolo di bottega e di lottizzazione.

Noi radicali rimaniamo fedeli alla nostra impostazione, che è divenuta preciso mandato elettorale di almeno uno degli Stati membri: subito un progetto di nuovo trattato per gli Stati Uniti d'Europa, da sottoporre alla ratifica dei paesi membri, subito i mezzi per affrontare la scadenza dei 1992 con istituzioni finalmente democratiche e federaliste.

Ci auguriamo perciò che il Parlamento europeo voglia accettare la proposta di affidare prioritariamente alla commissione istituzionale il compito di aggiornare il Progetto di Trattato di Unione europea (già approvato dal Parlamento europeo nel 1984) entro l'inizio del 1990.

Proprio oggi, in questo momento, si vota in aula su questo: sarà un test importante per misurare l'impegno di tutti, a cominciare dagli eletti italiani, su quest'obiettivo fondamentale.

L'altro punto del nostro impegno dev'essere quello della richiesta di adesioni alla Cee che giungano da vari paesi: la "casa comune" non deve essere una giustapposizione dei due blocchi, come in fondo vuole la strategia gorbacioviana; deve essere, nel nostro intendimento, il motore della democrazia nel maggior numero possibile di paesi europei: per questo la Comunità, gli Stati Uniti d'Europa devono essere un modello di democrazia credibile.

Aiutare i paesi dell'Europa centrale a conquistare sempre maggior democrazia politica, deve poter dire essere disposti a fornire un modello di integrazione politica, di economia fondata su basi democratiche solide, in grado di promuovere democrazia e diritti in tutti e in ciascuno dei partner associati.

Come realizzare tutto ciò, vincendo le resistenze, l'immobilismo e la mancanza di fantasia di molti dei responsabili politici, anche dell'est, in paesi come la Yugoslavia, ad esempio? E' questo il cuore, credo, del nostro dibattito di questi giorni, della nostra riflessione comune.

LA LOTTA PER I DIRITTI UMANI E LE INIZIATIVE POLITICHE PER LO SVILUPPO DEI PROCESSI DI DEMOCRATIZZAZIONE DEI PAESI COMUNISTI

Al precedente Consiglio Federale di Strasburgo e poi al Congresso di Budapest, abbiamo tentato di delineare, con le nostre analisi, ma soprattutto con le nostre iniziative, una strategia in rapporto allo svilupparsi della "perestrojka" e della "glasnost".

Il Congresso di Budapest è stata la prima conseguenza positiva di questa strategia. Io non intendo ripetere le considerazioni fatte a questo proposito nelle mie relazioni in quelle due occasioni.

Credo che dobbiamo limitarci a ribadire che, se il partito radicale andrà avanti, tutte le opportunità offerte dalla politica riformistica del governo sovietico e dei governi dei paesi dell'est, debbano essere colte, con un atteggiamento di dialogo costruttivo che non può non caratterizzare una forza politica che si ispira ai valori ed ai metodi della nonviolenza.

E' per questa ragione che ci siamo rivolti al presidente Gorbaciov perché fosse consentito ad Evghenia Debranskaja - che a Budapest è stata eletta con il massimo numero dei voti, dopo Marco Pannella, membro di questo Consiglio Federale - di poter partecipare ordinariamente ai nostri lavori e perché fosse concesso, per questa sessione, ad alcuni nostri invitati, d'intervenire in questi giorni, come osservatori, al Consiglio Federale.

Mi auguro, mentre scrivo la relazione, che la lettera sia recapitata tempestivamente a Gorbaciov e possa avere un accoglimento positivo. E' del tutto evidente, infatti, che noi intendiamo muoverci nei confronti dell'URSS, del suo partito comunista, del suo governo e delle sue istituzioni, come ci siamo mossi e ci muoviamo in Ungheria, in Polonia ed in Yugoslavia: come una forza interessata ad ogni riforma che assicuri sostanziali e formali processi di democratizzazione ed intenzionata a battersi per l'affermazione dei diritti umani e di ogni autonomia sociale, culturale, nazionale ed etnica, in un quadro che esclude ogni ipotesi di crisi, di destabilizzazione e di frantumazione dell'attuale impero sovietico, che auspichiamo possa trasformarsi in una libera federazione democratica di popoli liberi, capaci di convivere e di rispettarsi nella comune cornice di uno Stato di diritto e di istituzioni sovranazionali e transnazionali.

Le linee di azione lungo le quali ci sarebbe possibile muoversi sono le seguenti:

- dobbiamo tener conto che i processi di democratizzazione derivanti dalla "perestrojka" e dalla "glasnost" o vanno avanti e si consolidano, oppure finiranno per essere battuti all'interno dei partiti comunisti e travolti da una reazione; sarebbe illusorio e sbagliato considerare L'Ungheria e la Polonia come delle isole interne al blocco di Varsavia;

- dobbiamo, di conseguenza: a) consolidare la nostra presenza in Ungheria e Yugoslavia e, per quanto possibile, migliorare i nostri rapporti con le organizzazioni polacche e le nostre possibilità di rapporto e comunicazione con i nostri iscritti polacchi; b) guadagnare possibilità di presenza e d'iniziativa in URSS, sia per il partito che per i suoi iscritti sovietici; c) riprendere ed intensificare la nostra azione di collegamento con i nostri compagni e con i democratici di Cecoslovacchia e Germania Orientale; d) intraprendere serie e significative azioni nonviolente in Romania, contro la politica di genocidio culturale realizzata dal governo di Ceausescu contro le popolazioni rumene e magiare dei villaggi rurali.

Essenziale, sia per la nostra politica dei diritti umani, sia per sostenere lo sviluppo dei processi di democratizzazione, può e deve essere il nostro ruolo all'interno del Parlamento europeo e nella Comunità europea.

Per sottrarre tutto questo ad un programma generico, incapace di mobilitare alcunché, dovremmo scegliere due o tre iniziative significative da portare avanti in più paesi. Per esempio: un convegno di tutti gli iscritti radicali dei paesi dell'Europa centrale ed orientale, con la partecipazione dei movimenti democratici sia dei paesi dove sono riconosciuti sia di quelli dove sono ancora costretti alla clandestinità ed all'illegalità, da tenersi a Budapest o in altra capitale del centro o dell'est europeo; un'iniziativa non violenta in Romania; la costituzione di una lobby transeuropea e transparlamentare, formata dai membri dei Parlamenti dell'est e dell'ovest, che abbia come fine la ricomposizione del continente europeo, attraverso l'incoraggiamento ai processi di democratizzazione in corso ad est ed il favorire l'adesione alla Comunità europea dei paesi dell'est; una marcia transnazionale lungo la "cortina di ferro" da tenersi nell'estate del 1990.

INIZIATIVE PER L'AFFERMAZIONE DI UNA POLITICA ANTIPROIBIZIONISTICA NEL CAMPO DELLA TOSSICODIPENDENZA

Non ho naturalmente molto da dire su quello che ho definito il terzo terreno di iniziativa radicale: l'antiproibizionismo in materia di droga e tossicodipendenze. E', questa, una lotta politica transnazionale in crescita, sia per la costituzione della LIA, con autorevoli e prestigiose adesioni internazionali, sia per l'elezione al Parlamento europeo del compagno Taradash, come diretta espressione di una lista antiproibizionista.

Discuteremo il che fare. Ma io confido che, se siamo riusciti a far crescere in maniera significativa questa posizione e questa battaglia nel corso dell'ultimo anno anche in una situazione di grave difficoltà organizzativa e finanziaria del partito, questo sarà a maggior ragione possibile ora.

Ci è stato impossibile invece riprendere, fin qui, l'iniziativa sulla questione Nord-Sud, sulla questione debito internazionale dei paesi in via di sviluppo, sulla questione sterminio per fame. E non vedo con quali forze e con quali risorse possa essere ripresa.

Altra questione per noi di difficile soluzione è l'iniziativa sulle grandi questioni ecologiche transnazionali: quelle che pongono in causa lo stesso equilibrio dell'ecosistema e che non possono, ovviamente, essere risolte sul piano nazionale, ma neppure attraverso le attuali strutture e procedure internazionali.

E' certo che essa non può essere delegata al movimento verde. Nel movimento verde il partito radicale dovrebbe fornire la propria capacità, dimostrata in tante occasioni, di essere forza politica capace di conseguire concreti obiettivi legislativi e di governo.

Ho qui esposto quello che è un possibile quadro d'iniziativa e lotta politica nell'ambito del quale costruire un programma per l'attività del partito ed è - probabilmente - un quadro limitato e riduttivo, rispetto alla potenzialità dell'offerta politica che la fantasia e la creatività radicale ha saputo mettere a nostra disposizione.

Con quali energie, con quali mezzi, con quali risorse, con quale assetto politico-organizzativo vi possiamo far fronte?

Con quali volontà e disponibilità?

QUALI SONO LE DECISIONI DA PRENDERE E QUALI LE AZIONI DA INTRAPRENDERE NELLA SITUAZIONE IN CUI IL PARTITO SI TROVA?

Per concludere, di fronte a questo divario, a questa drammatica contraddizione, in questa situazione ed in queste condizioni, cosa possiamo e cosa dobbiamo fare?

Paolo Vigevano ed io ci siamo posti a lungo e seriamente, con grande impegno ed attenzione, il quesito se non fosse giunto il momento d'imboccare la via fissata dal Congresso nella mozione per procedere alla liquidazione del partito: "il Congresso delega ogni suo potere statutario al Primo Segretario, al Tesoriere, congiuntamente al Presidente del Partito ed al Presidente del Consiglio Federale, per tutte le decisioni relative alla vita ed al patrimonio del partito radicale".

Molte erano e sono le ragioni che, nonostante e proprio per l'eccezionale valore e potenzialità della nostra proposta, possono indurre a questa decisione. Credo di averne, finora, poste non poche in evidenza, altre, e meglio, le sottolineerà Paolo.

La speranza, in altre occasioni, ha dato ai radicali la forza di prendere decisioni e di affrontare circostanze pressoché impossibili, ma in questo caso è stata - io almeno ritengo - la prudenza a non farci compiere il passo.

La prudenza è una qualità - anzi una virtù - essenziale nella vita, ma in politica lo è ancora di più: prima di tagliare il ponte bisogna pensarci più di due volte.

Ciò premesso, io non ho la risposta ai quesiti or ora espressi, se per risposta si intende il proporre, convinti, soluzioni praticabili e convincenti.

Avrei potuto o dovuto dimettermi? Lo avrebbe potuto o dovuto fare anche il tesoriere?

Se fossero prevalsi motivi personali lo avrei, lo avremmo potuto fare il 19 giugno, senza che si potesse avanzare un'obiezione.

Oggi, se è vero, com'è vero, che per molti aspetti la situazione richiama quella vissuta a Gerusalemme otto mesi fa, è pur vero che il 35· Congresso si è tenuto e che con la mozione approvata il partito non solo prende atto della crisi che sta attraversando, ma la denuncia con la forza e la drammaticità degli argomenti, dei termini e dei provvedimenti adottati e con il peso e l'autorevolezza di una delibera congressuale.

Le dimissioni, oggi, cosa avrebbero potuto o potrebbero aggiungere? Nulla, proprio nulla, non sarebbero state o non sarebbero altro che una fuga dalle responsabilità.

E, a proposito di responsabilità, devo fornire un altro elemento di valutazione che è relativo al livello, al grado di preparazione di questa riunione, anch'esso - come vedremo - ampiamente inadeguato.

Il Consiglio Federale è tuttavia riunito, per iniziativa del suo presidente - condivisa dal primo segretario - anche per dare seguito alla decisione presa a Rimini.

Il partito è pertanto qui riunito nella pienezza dei suoi organi, ciascuno con i propri poteri e le proprie responsabilità, lo sono i due presidenti, lo sono il primo segretario ed il tesoriere, lo è la segreteria, seppur in attesa di riconferma.

Abbiamo dunque cinque giorni di tempo per discutere e valutare, per lavorare e sforzarci di trovare risposte convincenti e, se possibile, soluzioni adeguate. Il confronto è politico, e ciascuno ha il diritto-dovere d'intervenire con rigore e determinazione, senza alcun inutile riguardo, con "verità". Ciascuno potrà e dovrà trarne, con responsabilità, anche le proprie conclusioni di impegno personale politico e questo vale anche per il primo segretario.

LE MIE IPOTESI

Ciò detto, io posso qui avanzare solo delle ipotesi, che non hanno la forza ed il valore di proposte di possibili soluzioni, perché io per primo ne avverto i possibili vuoti, le probabili carenze, i margini d'incertezza. Mi auguro servano ad aprire il dibattito e ad alimentare il confronto e che l'uno e l'altro possano colmare i vuoti, integrare le carenze e risolvere le incertezze, oppure offrirci ipotesi diverse, più capaci di proporre soluzioni convinte e convincenti.

La prima ipotesi che sottopongo alla vostra attenzione è quella che - come iscritto - desta in me un interesse ed una motivazione maggiore; è quella che dà il credito maggiore al potenziale acquisito ed alla nostra volontà di essere già forza transnazionale. Tuttavia è probabile che sia troppo ambiziosa e che costituisca solo una fuga in avanti.

Secondo quest'ipotesi dovremmo anzitutto prendere atto che allo stato non esistono più le condizioni per la prosecuzione dell'attività del partito, così come esso è; si innesca, quindi, il meccanismo dei "pieni poteri" a "primo segretario, tesoriere, presidente del partito e presidente del Consiglio Federale", affidando loro un ultimo compito, senza più alcuna via di ritorno.

In queste nuove e diverse condizioni tutte le responsabilità decisionali ed esecutive sono congiunte ed affidate "ai quattro", che dovranno costituire appositi gruppi di lavoro ed assegnare specifiche responsabilità per l'attuazione di quest'ultimo compito.

Il compito, però, per essere definito, deve contare sull'individuazione di un preciso e determinato obiettivo, da conseguire entro una scadenza prestabilita; una volta realizzato e conseguito l'obiettivo si ristabiliscono automaticamente condizioni di normalità per tutti gli organi statutari, a partire - è ovvio - dal Congresso; diversamente, l'obiettivo mancato porta direttamente ed altrettanto automaticamente alla liquidazione del partito, senza la possibilità di ricorrere ad alcuna tappa intermedia.

Personalmente non credo all'efficacia - oggi - di obiettivi numerici: iscritti e denaro per eccellenza. Si tratta di risultati che, l'uno e l'altro, devono essere conseguenza dell'iniziativa politica e non causa ed origine della stessa.

E' evidente che il vero problema è costituito dall'individuazione dell'obiettivo e dalla scelta, che - come si suol dire - dev'essere "forte", capace di mettere in moto, sostenere, alimentare ed orientare l'iniziativa transnazionale, con quel vigore e quella determinazione che per ora non abbiamo potuto o saputo suscitare. Il moto dovrebbe essere molto ampio e finalizzato e dovrebbe proporsi di ottenere l'autofinanziamento dell'iniziativa non solo con le iscrizioni, ma anche con il contributo privato (individuale o di enti, organizzazioni, imprese nazionali e non) richiesto esplicitamente e pubblicamente, con grande determinazione, senza remore o timori.

Quale obiettivo? Sono riuscito ad immaginarne uno, che, però, non sono certo abbia la forza, i requisiti richiesti e necessari: 1.000, 2.000 persone provenienti da tutta Europa e non solo dall'Europa, che con l'adesione e la partecipazione di personalità di grande rilievo (le quali - ad esempio - sottoscrivano preventivamente, come primo atto, un "manifesto") e di forze politiche importanti (ad esempio e per intenderci, il partito comunista italiano) si riuniscono a Mosca, nella prossima primavera, per un incontro su un tema prestabilito ("democrazia reale ed Europa unita", è un esempio) per celebrare il 36· Congresso del partito radicale o anche una "convenzione costituente" di una nuova forza che prosegua il cammino tracciato dal partito, raccogliendone il "testimone"; è questa una scelta affidata "ai quattro", in base all'andamento ed agli sviluppi dell'iniziativa.

Con quest'obiettivo, l'iniziativa da intraprendere ed organizzare dovrebbe anche utilizzare le proposte - peraltro da me richiamate in precedenza, nel paragrafo dedicato alla "Lotta per i diritti umani ed alle iniziative politiche per lo sviluppo dei processi di democratizzazione dei paesi comunisti" - avanzate anche dai compagni che hanno operato in Yugoslavia, Ungheria e Polonia, al contributo dei quali si deve la relazione predisposta per questo Consiglio Federale da Olivier Dupuis e Lorenzo Strik Lievers, con l'apporto di Sandro Ottoni ed Antonio Stango (a tutti rivolgo un particolare ringraziamento).

Quella che ho prospettato è un'ipotesi che può non convincere, nei confronti della quale possono avanzarsi anche riserve attendibili. Ne sono consapevole. Se così non fosse, sarebbe stata non un'ipotesi, ma la mia proposta. Vi prego, comunque, di considerarla con attenzione: forse è anche possibile individuare un obiettivo diverso, più forte e convincente.

Ritengo tuttavia possibile avanzare una seconda ipotesi, che parte da presupposti diversi e che si contrappone alla prima.

La prima ipotesi, infatti, parte proprio dal prendere atto della situazione relativa allo stato del partito così com'è, non ritiene possibile - in tempi utili - assicurare un assetto politico-organizzativo non solo sufficientemente adeguato alle esigenze, ma tale anche da consentire un ordinato e produttivo proseguimento delle attività e, di conseguenza, avvia la messa in liquidazione del partito (cioè, sostanzialmente, dell'assetto politico-organizzativo). In tal modo il processo di conversione è interrotto e si annulla la divergenza tra tempi politici e tempi organizzativi e la "speranza", la continuità è affidata unicamente all'iniziativa politica ed al conseguimento dell'obiettivo, con modalità operative non preordinate, garantite dall'autorevolezza dei "quattro" e dalla forza politica dei "pieni poteri" che, congiuntamente alla validità dell'obiettivo, possono determinare un movimento in grado di riunire energie, volontà e disponibilità capaci anche di "autogovernarsi".

Al contrario, nella seconda ipotesi si parte da una valutazione che, nel complesso, giudica le condizioni del partito in quanto tale ancora atte ad assicurare la prosecuzione delle attività e che non si debba quindi innescare il dispositivo dei "pieni poteri", presupposto di garanzia politica essenziale per intraprendere il percorso delineato nell'ipotesi precedente.

Sulla base delle considerazioni svolte sullo "stato del partito" si prende poi atto che, per il proseguimento delle attività, l'esigenza prioritaria è quella di ricomporre l'assetto politico-organizzativo del partito, che, sottoposto allo sforzo di fronteggiare la straordinaria offerta d'iniziativa e promozione politica di quest'ultimo periodo, non solo non ha progredito nella conversione, ma ha perso buona parte della capacità operativa preesistente.

Si aprirebbe in tal modo una fase di riflessione concettuale ed operativa, inevitabilmente limitata e ridotta, volta a contenere la divergenza temporale tra processo di conversione ed iniziativa politica ed a superare pragmaticamente la contraddizione del dover essere partito transnazionale e transpartitico e l'essere tuttora condizionato dalla presenza nelle istituzioni.

La forza di quest'ipotesi può essere nell'essenzialità dei propri limiti, nel definire un programma capace di essere un obiettivo definito e circoscritto; il tempo è poco, le risorse limitate, le energie dipendono dalle disponibilità. Il rischio maggiore può essere di sottovalutarne le incognite.

In altre occasioni ho provato ad esprimere la mia convinzione che alle esigenze richieste al partito dall'essere transnazionale e transpartitico è necessario fornire una risposta diversa da quella data in passato, più articolata, in grado di operare, sotto forme diverse, con modalità e ritmi diversi. In definitiva, anche il progetto predisposto per la precedente riunione di Strasburgo era orientato in questa direzione, anche se dettato anzitutto dalla necessità di fronteggiare lo stato di crisi del partito.

Le mie indicazioni sono state indubbiamente problematiche, forse troppo; avrebbero dovuto essere più precise e definite, più convinte per poter essere convincenti e suscitare quanto meno il dibattito ed il confronto.

Con questo ho voluto unicamente fare presente che probabilmente vi sono tra noi differenze di opinioni e di valutazione che, se permangono inespresse e senza un confronto, possono - quanto meno in prospettiva - costituirsi non più in semplici differenze, ma in vere e proprie divergenze, che sarebbe più opportuno prevenire, aprendo, tra noi, se ed in quanto compatibile con le nostre urgenze, la discussione ed il dibattito. Ma forse è inutile, perché è già tardi.

La seconda ipotesi richiederebbe di dare precedenza e soluzione alle carenze poste in evidenza, in termini molto chiari, nella relazione del tesoriere.

Anzitutto l'organizzazione editoriale e la produzione scritta; il che comporta la soluzione anche dei problemi degli indirizzari, delle traduzioni e della tempestività, regolarità ed affidabilità della diffusione.

La funzionalità e l'efficienza di tutti i servizi che fanno capo alla tesoreria, costituiscono un aspetto organizzativo non indifferente, che mi pare richieda soluzioni altrettanto urgenti.

Seguono poi i problemi relativi alla presenza "oltre Chiasso", come si diceva fino a non molto tempo fa. Tra questi, quelli relativi alle soluzioni che si potranno adottare a Bruxelles, in conseguenza dei mutamenti intervenuti nella presenza dei nostri compagni nel Parlamento europeo: l'argomento è di scottante attualità; poi Budapest e l'impegno, oltre che in Ungheria, negli altri paesi del centro e dell'est europeo: per risolvere questo problema nel modo più efficace è necessario un preliminare chiarimento - anche sulla base delle relazioni predisposte da Olivier Dupuis e Lorenzo Strik Lievers e dagli altri compagni - di ordine politico più generale sull'evoluzione della situazione in quest'area per noi essenziale, con particolare riguardo all'Unione Sovietica. A mio parere siamo in condizioni di fare ben poco per i paesi dell'Europa occidentale, oltre che fornire, da Roma e da Bruxelles, il nostro supporto all'impegno dei pochi compagni che vi risiedono e tuttora dedicano la loro attività al partito.

Vi sono poi due temi, l'antiproibizionismo e l'ecologia, che, anche in relazione alle iniziative assunte dai nostri compagni in Italia in occasione delle elezioni europee, oltre e prima di considerare i possibili termini della nostra iniziativa, dovrebbero essere oggetto di proposte e suggerimenti da parte loro per una comune valutazione di nuove prospettive e di diversi rapporti che possono offrirsi all'attività del partito.

Un altro problema da risolvere è costituito dal rapporto del partito con gli eletti nelle liste radicali in Italia e con i radicali eletti nel Parlamento europeo; tra l'altro con l'inizio del 1990 si compie in Italia la prima metà della legislatura e si dovrebbero attuare le sostituzioni.

Ho lasciato per ultimi due problemi che sono certamente tra i più gravi: quello della chiusura di Radio Radicale e quello delle iscrizioni in Italia. Considerarli congiunti è, forse, allo stato, la sola possibilità che abbiamo e - mi pare - che si presta anche a sollecitare l'impegno di altre forze politiche e l'iscrizione di loro esponenti.

Questa è una traccia che può servire - nell'eventualità che si propenda per questa seconda ipotesi - per la definizione di un programma che - ripeto - deve però essere preciso, selettivo e ridotto e che, quindi, non può comprendere la soluzione di tutti questi problemi.

Con quest'ipotesi s' imporrebbe una nuova segreteria, più contenuta nel numero e, per quanto possibile, finalizzata, composta da compagni disposti ad operare nell'ambito del programma con responsabilità ed autonomia. E' mia opinione che compagni autorevoli impegnati nella lotta antiproibizionista e sul fronte ecologico ne facciano parte.

Come ho già detto, con quest'ipotesi si porrebbe in atto una fase per alcuni aspetti - a mio parere - necessariamente a termine, transitoria e di verifica, nel tentativo di arrivare per l'autunno (settembre-ottobre) ad una riunione del Consiglio Federale particolarmente bene istruita e preparata ed alla quale presentare un quadro sulla situazione e le prospettive del partito, il più possibile completo ed esauriente, confortato e verificato sia sul piano concettuale che su quello operativo, tale da consentire quella valutazione che dovrà necessariamente portare o alla convocazione del 36· Congresso o all'innesco del dispositivo per la liquidazione del partito, eventualità, questa, sempre possibile, anche a prescindere dalla convocazione del Consiglio Federale, se da parte dei "quattro" si dovesse pervenire autonomamente a tale conclusione.

L'immediato avvio, secondo le priorità fissate dal programma, del riordino dei centri di servizio ed operativi e delle attività, dovrebbe accompagnarsi ad un momento di riflessione concettuale, che potrebbe indicarsi in una riunione congiunta della segreteria e dei parlamentari, con l'invito esteso ad altri compagni in relazione all'argomento o agli argomenti posti all'ordine del giorno, riunione da tenere verso la metà del mese di settembre.

Anche questa volta mi sono dilungato più del previsto e non sono riuscito ad evitare quella problematicità che è parte del mio carattere, della mia esperienza, del mio modo di riflettere e di pensare, di come sono e di come non riesco a non essere. Mi dispiace, ma è pur questo un elemento di cui tener conto e da valutare.

 
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