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Sciascia Leonardo - 1 novembre 1989
A futura Memoria - Introduzione
di Leonardo Sciascia

SOMMARIO: Nell'introduzione alla raccolta dei suoi articoli sulla giustizia e sulla mafia degli ultimi dieci anni, Leonardo Sciascia racconta del suo incontro con il presidente della repubblica italiana Sandro Pertini, della sua successiva lettera a Pertini, in quanto presidente del CSM, sul caso Tortora e della delusione provata per la mancata risposta. Da quel momento si rafforza in Sciascia il giudizio negativo »e nei riguardi di Pertini e nei riguardi di quel che accadeva nell'amministrazione della giustizia . Le preoccupazioni che si finisca per combattere la mafia con gli stessi metodi del fascismo.

(Leonardo Sciascia, "A FUTURA MEMORIA", Bompiani editore, dicembre 1989)

In un diario di Colette Rosselli, pubblicato a Milano nel 1986 (Ma non troppo, Longanesi editore), sotto la data del 15 giugno 1982, è il brioso ed esatto ricordo di una colazione al Quirinale cui Sandro Pertini, allora presidente della repubblica, ci aveva invitati. E vale la pena riportare intera la pagina:

»Quando il presidente Pertini, lo scorso marzo, venne a colazione da noi, si soffermò a lungo davanti al quadro di Clerici (Il Minotauro accusa pubblicamente sua madre) e io ne approfittai per dirgli che non sarebbe stato difficile fargliene conoscere l'autore dato che eravamo molto amici. Rispose: "E un grande artista, ne sarei felice, me lo porti un giorno a colazione."

L'occasione si è presentata due giorni fa, quando il presidente mi ha invitata al Quirinale. Ne informo Fabrizio il quale dichiara in uno slancio di entusiasmo che gli porterà un suo dipinto a olio. Il giorno dopo ci ripensa: gli porterà una tempera. E la mattina dell'incontro ha deciso: porterà una serigrafia. In compenso potrebbe portare l'amico Sciascia?

Il presidente, doverosamente informato, ha subito gradito: Sciascia lo ha attaccato recentemente in non so più quale rivista e a lui preme confutarlo affinché si ricreda.

Infatti appena seduti nel salottino degli aperitivi, lo aggredisce, affettuosamente burbero secondo il suo solito.

Ma Sciascia, impenetrabile come un sasso, lo lascia sfogare.

Il presidente civetta un altro po' e poi si spazientisce: »Ma insomma, rispondi! Fatti sentire!

E Sciascia finalmente parla: »Signor presidente..."

»Macché signor presidente! Lo vedi che ti rifiuti di considerarmi compagno di strada? Che mi consideri nemico?

Sciascia: »Ma lei non mi lascia parlare...

Lui: "Da quando in qua mi dai del lei?

Ed ecco Sciascia nuovamente arroccato nel più siculo dei suoi silenzi. Tuttavia, quando Pertini, monologando di argomento in argomento approda alla mafia siciliana, improvvisamente riemerge: »Sono grato al capo dello stato...

Ahimè, rieccolo zittito: »Lascia stare il capo dello stato. La definizione non mi piace.

Ma questa volta Sciascia è deciso ad andare avanti. Corregge e prosegue: »Sono grato al presidente della repubblica dell'occasione che mi dà di attirare la sua attenzione su un problema della massima importanza: la piaga della mafia in Sicilia. Una piaga che non potrà essere debellata se non con un rigoroso controllo bancario, e di ciò, signor presidente, soltanto lei può persuadere il governo.

Pertini lo ascolta aggrottato. Ne parlerà, risponde, con l'amico Spadolini, poi si riprende: »Con le autorità competenti , e subito ci invita a seguirlo a tavola, visto che il cameriere ha appena annunciato che è pronto in tavola. Ma è chiaro che Sciascia gli ha rovinato il pranzo.

Circa alle due e mezzo ci congediamo, insoddisfatti all'unisono. Il presidente perché consapevole di non aver sedotto. Sciascia perché persuaso di aver sprecato le sue rarefatte parole. Clerici perché del tutto ignorato. E io, per essermi divertita poco.

Sinceramente, in confessione, debbo dire che quel che di me appare come freddezza, scontrosità, a volte persino come arroganza, non è che timidezza e discrezione; e l'accoglienza cordiale e familiare del presidente Pertini l'avevo con la mia abituale discrezione apprezzata. Per cui, in quel ricordo, il 3 ottobre dell'anno dopo, all'esplodere del caso Tortora, inviai per raccomandata a Pertini, che in quanto presidente della repubblica era anche presidente del Consiglio superiore della magistratura, una lettera in cui sommariamente gli rappresentavo la disastrosa stortura con cui il caso Tortora, già fin dal principio, era stato affrontato dai magistrati di Napoli che se ne occupavano. Scrivevo:

»Caro presidente,

circa un mese addietro, sul Corriere della Sera, ho pubblicato un articolo in cui non soltanto esprimevo la mia personale convinzione sull'innocenza di Tortora, ma cercavo di darne ragioni oggettive, al tempo stesso criticando l'eccessiva »irresponsabilità di cui i giudici godono nel nostro paese e di cui era ancora una volta prova il comportamento di quelli che a Napoli si occupano della camorra.

Che su ottocentocinquantasei mandati di cattura ben duecento avessero colpito persone che non c'entravano se non per sciagurata omonimia; che queste persone fossero state per giorni tenute in segregazione senza sapere di che cosa le si imputasse, era già, in avvio, un fatto sufficientemente insopportabile alla coscienza e alla civiltà giuridica cui non dovremmo essere (e molti fermamente non siamo) estranei. Ma che dico, giorni? Su la Repubblica del 25 settembre si dà notizia di quel povero marittimo di Eboli arrestato per omonimia e rilasciato dopo tre mesi. E mi si dice che in un paese campano una diecina di persone di uguale cognome sono state arrestate per trovarne una sola, accusata di appartenere alla camorra: fatto che appare incredibile; ma se vero, il giudice capace di ricorrere a un tal provvedimento non merita il nome di giudice, e ancor più le funzioni.

Purtroppo, tante ingiustizie consumate a danno, direbbe Manzoni, di »gente meccanica e di piccolo affare ci sfuggono, sfuggono alla pubblica opinione. Ma il caso di Tortora, per la popolarità da lui acquistata nella televisione, i giornali quotidianamente lo prospettano alla coscienza di chi coscienza ha. La continua infrazione, da parte degli uffici giudiziari, del segreto istruttorio, mentre è nociva e si configura come una specie di diffamazione nei riguardi dell'imputato, ha di buono che permette alla pubblica opinione di farsi, appunto, un'opinione. E io son convinto, caro presidente, che tu viva in così cordiale afflato con la parte migliore di questo nostro popolo da sapere già come la pubblica opinione si muove intorno a questo caso. Così come credo non ti sarà sfuggita e la lettera del dottor Carlo Spagna a la Repubblica (24 settembre) e l'intervista di Adriano Baglivo a un magistrato non nominato pubblicata dal Corriere il 1· ottobre: e all'una e all'altra ha replicato mi pare impeccabilmente

l'avvocato Dall'Ora. E riguardo all'intervista, là dove il magistrato sostiene che quella stampa che si è mossa a favore di Tortora l'ha fatto per scopi esclusivamente economici, desidero tu sappia che a proporre al Corriere di intervenire e di aprire un dibattito sono stato io: ed è inutile dica quanta malafede e ridicolo ci sia nell'affermazione dell'interesse economico che io possa avere.

Nel mio articolo, paradossalmente proponevo che i giudici, prima di entrare in ruolo, venissero per almeno tre giorni detenuti in un carcere. Tu, presidente del CSM, il carcere l'hai lungamente provato. Ma mi permetto di dire che il trovarsi in carcere in nome di un'idea, per combattere una tirannia, per affermare libertà e giustizia, è condizione meno terribile che il trovarvisi, innocente, in un paese che la lotta dei migliori ha restituito alla democrazia e cioè alla libertà e alla giustizia. A meno che democrazia, libertà, giustizia, non siano puri nomi: il che sarebbe per te, per noi, amarissima constatazione.

Confido molto come ogni italiano che ha sentimento e ragione in un tuo intervento. Calamandrei diceva che il presidente della repubblica è il custode della Costituzione. Io aggiungerei che è custode anche del buon senso e dell'intelligenza che non può non presiedere alla cosa pubblica.

Non mi aspettavo che Pertini mi rispondesse di essere d'accordo e mi promettesse di intervenire nel senso che io auspicavo, ma che almeno mi desse un cenno di aver ricevuto la lettera. Credevo di avere diritto a una sua risposta: come cittadino prima che come scrittore e come persona che, un anno prima, era stata da lui accolta con tanta confidenza. Il più assoluto silenzio, invece. Del che debbo dire mi sentii fortemente deluso oltre che offeso: ed ebbi da quel momento più risentito e negativo giudizio e nei riguardi di Pertini e nei riguardi di quel che accadeva nell'amministrazione della giustizia. Avevo già scritto e fatto dichiarazioni (anche alla tv francese) sulla mia assoluta convinzione, non sentimentale ma oggettiva e razionale, che Enzo Tortora fosse del tutto innocente: le prove stavano 11, a portata anche della più mediocre intelligenza critica. Eppure Tortora ha dovuto subire un calvario giudiziario di tre anni e tre mesi, con conseguenze letali.

Condannato dalla corte d'assise di Napoli, mi pare, a dieci anni di reclusione, Tortora fu assolto con formula piena in corte d'appello con una sentenza giuridicamente e moralmente esemplare; e l'assoluzione fu confermata dalla corte di cassazione. Il sacrificio personale di Tortora era però servito a dare agli italiani il senso che i giudici potevano fare quel che volevano, distruggere una persona innocente nella reputazione e negli averi e, principalmente, privarla della libertà. L'inquietudine del paese fu maggiormente sentita da socialisti e radicali, che promossero un referendum popolare per una legge che, in casi come quello di Tortora, rendesse responsabili i giudici. La proposta fu votata dalla maggioranza degli italiani: ma l'esito, in sede parlamentare, fu quasi vanificato.

Si apriva intanto ammettendone l'esistenza che prima veniva dai governi negata il problema delle associazioni criminali nelle regioni meridionali, della mafia principalmente. E il problema fu assunto dalle istituzioni come lotta finalmente aperta e frontale alla mafia, ma anche come lotta per il potere dentro le stesse istituzioni e i partiti politici. Io, che, primo nella storia della letteratura italiana, avevo dato rappresentazione non apologetica del fenomeno mafioso, ma sempre con la preoccupazione che si finisse col combatterla con gli stessi metodi con cui il fascismo l'aveva combattuta (una mafia contro l'altra), sollecitato dalla lettura del libro di Christopher Duggan su mafia e fascismo, su mafia e potere politico, scrissi degli articoli in questo senso sul Corriere della Sera. Ne venne una furente polemica, mi si accusava di indebolire la lotta alla mafia e quasi favorirne l'esistenza.

Il fatto è che i cretini, e ancor più i fanatici, son tanti; godono di una cosi buona salute non mentale che permette loro di passare da un fanatismo all'altro con perfetta coerenza, sostanzialmente restando immobili nel l'eterno fascismo italico. Lo stato che il fascismo chiamava »etico" (non si sa di quale eticità) è il loro sogno e anche la loro pratica. Bisogna loro riconoscere, però, una specie di buona fede: contro l'etica vera, contro il diritto, persino contro la statistica, loro credono che la terribilità delle pene (compresa quella di morte), la repressione violenta e indiscriminata, l'abolizione dei diritti dei singoli, siano gli strumenti migliori per combattere certi tipi di delitti e delle associazioni criminali come mafia, 'ndrangheta, camorra. E continueranno a crederlo.

Questo libro raccoglie quel che negli ultimi dieci anni io ho scritto su certi delitti, certa amministrazione della giustizia; e sulla mafia. Spero venga letto con serenità.

novembre 1989 l.s.

 
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