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Pietrosanti Paolo, Turco Maurizio - 7 novembre 1989
La bestemmia dell'aborto "facile"
Paolo Pietrosanti e Maurizio Turco

SOMMARIO: In merito alla polemica sulla pillola RU 486, che consente di abortire non chirurgicamente, gli autori ritengono che spetti solo alla coscienza della donna, e non allo stato, decidere se abortire con dolore o senza dolore. Il proibizionimo sulla RU 486 non farebbe altro che favorire un lucroso mercato clandestino del farmaco, un mercato favorito del resto anche dal permanere della normativa vigente in materia di aborto: gli aborti clandestini sono ancora decine di migliaia ogni anno.

(Il Manifesto dell'8 novembre 1989)

Sul farmaco denominato RU 486 (che non è la pillola del giorno dopo, e farebbero bene gli organi di informazione a smetterla con questa locuzione non solo impropria, ma del tutto errata, per parlare di aborto non chirurgico) continua una storia grave e brutta, un confronto fra liberali e fautori, probabilmente non inconsapevoli, dello stato etico.

La questione dell'aborto "facile" è una squallida questione di bestemmie. Pur uomini, quali siamo, sappiamo che se l'aborto è "facile" o meno dipende dalla coscienza della donna ed eventualmente anche di chi la donna decide di mettere a parte del caso o della decisione, se vi è amore e simpatia (nel senso etimologico). Non può essere lo stato a decidere se l'aborto ha da essere "facile" o meno, doloroso o meno. Bestemmiatore e blasfemo è chi pretende sia un'autorità temporale a decidere il grado di sofferenza fisica da prevedere e imporre come conseguenza di una scelta che attiene esclusivamente al rapporto che il cittadino ha con se stesso, con il mistero della vita, con i propri valori, con Dio.

Solo se si guarda ai cittadini come a sudditi il dramma infinito che è un aborto può essere svilito a intervento da pilotare e pianificare secondo una morale di stato. Noi confermiamo -comunicando che i primi contatti allacciati ci fanno ormai essere certi nella riuscita della iniziativa- che provvederemo entro l'anno alla importazione del farmaco RU 486 e alla sua somministrazione in almeno tre consultori pilota. Perché siamo liberali; e perché siamo antiproibizionisti.

Hanno ragione Elena Marinucci -in questo senza dubbio antiproibizionista- e coloro che con lei si sono schierate: non importare un farmaco che esiste (che è stato sperimentato e che è in uso altrove; ammesso teoricamente, e non concesso, che quel farmaco non sia dannoso) significherebbe, non solo colposamente, favorire un lucroso mercato clandestino. Ma la verità è che il mercato e la somministrazione clandestina del farmaco in questione verrebbe consentita anche dalla semplice introduzione dell'RU 486 nella farmacopea ufficiale permanendo la normativa vigente in materia di aborto.

Che gli aborti clandestini siano ancora decine di migliaia ogni anno non dipende infatti dagli obiettori di coscienza, ma dal fatto che la legge impone insensatamente siano i soli ginecologi a praticare aborti, mentre alcuna norma impone sia una speciale categoria di medici ad aiutare il parto. Il fatto è che il problema va spostato, va separata la responsabilità privatissima della scelta di partorire o meno, di abortire o meno, dalla responsabilità professionale del medico di aiutare o meno un parto o un aborto. Per intenderci: chi sta per partorire vuole giustamente che ad assistere il suo parto sia un ostetrico, un ginecologo, un anestesista, un chirurgo, un neonatologo, o il partner, o la madre, o... chi vuole. Ma può semplicemente volere il suo medico di fiducia e basta. E' quel medico a saper dire se ritiene debba essere un altro o altri colleghi ad assistere il parto, secondo la propria responsabilità professionale. Allo stesso modo l'interruzione di gravidanza non chirurgica non può essere limitata s

e non alla categoria generale dei medici: sarà il medico di fiducia a valutare nel singolo caso, secondo la sua responsabilità professionale (che comprende anche altro...).

Anche il voler riservare l'aborto alle strutture ospedaliere discende quindi da una concezione non liberale del cittadino e della sua partecipazione all'ordinamento; e a una concezione -sia consentito- assai poco cristiana nella misura in cui si fa cadere in non cale la straordinaria e drammatica grandezza del principio del libero arbitrio. Questa vicenda è in ogni modo una buona occasione di alto dibattito civile, che non va sciupata.

 
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