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Ginzburg Alexander - 25 novembre 1989
Urss: Scoppierà la guerra civile?
Alexander Ginzburg

SOMMARIO: L'autore, presente al Consiglio Federale del Pr tenutosi a Roma dall'1 al 5 settembre, racconta in questo articolo la presenza dei sovietici al Cf (insieme a lui erano Evghenia Debranskaja, Lev Timoveev, Sergeji Grigorianc e Juri Afanasiev) e riporta stralci dei loro interventi.

("Il Pensiero Russo" n.8 dell'8 settembre 1989)

"Quando si radunano quattro russi, nascono cinque partiti politici", ha scritto V. Sciulghin. Questa volta i 4 russi si chiamavano "i nostri ospiti sovietici" o "i nostri amici sovietici". Sono stati invitati a Roma alla seduta del Consiglio federale del Partito radicale che, già italiano, ora si chiama "transnazionale" e che veramente aspira ad essere transnazionale.

Allo scopo di far venire i tre ospiti, due membri della segreteria del Partito radicale hanno passato due settimane a Mosca, e uno di loro è stato persino fermato in un commissariato di polizia per aver partecipato alla manifestazione del 23 agosto. Intanto il Presidente del Consiglio federale e eurodeputato Marco Pannella aveva fatto per 11 giorni uno sciopero della fame. Tre persone ottennero il permesso di partire alla vigilia della seduta: Evghenia Debranskaja, leader della recentemente costituita Associazione Radicale "Libertà e Pace", che è automaticamente entrata nel Consiglio Federale, Sergeji Grigorianc, e Lev Timofeev. Grigorianc è persino arrivato con un ritardo di mezza giornata, perché non è riuscito ad ottenere in tempo il visto italiano. Il quarto ospite, il parlamentale Juri Afanasiev, è venuto dalla francia dove era arrivato un mese prima.

Il Pr, il quale nei suoi anni migliori "esclusivamente italiani" raggiungeva diecimila iscritti, si trova attualmente in crisi, non ha più di 3000 iscritti, e deve decidere: portare la sua attività in tutta europa, o sciogliersi definitivamente.

L'opzione est europea - dove il Partito radicale ha finora mantenuto la cooperazione con i pacifisti polacchi e ungheresi, e con l'Unione sovietica che attraversa l'epoca della perestrojka, i cui dissidenti il Partito ha difeso per molti anni - sembra a molti radicali una buona uscita dalla situazione di crisi. Proprio per questo gli "ospiti sovietici" sono stati accolti con tanta attenzione nella sala dell'albergo romano Ergife, adornato dal nuovo simbolo del Partito, il ritratto stilizzato del Mahatma Gandhi.

Anche noi siamo stati interessati dagli interventi dei moscoviti, che rappresentavano i punti di vista opposti nel processo politico attuale nell'Urss.

Durante la prima giornata è intervenuto Lev Timoveev:

"Il giorno della mia partenza mi hanno chiamato i minatori da Vorkuta, i membri del Comitato di sciopero. Conoscendo la mia possibilità di avere accesso ai mass-media, mi hanno chiesto di portare a galla il fatto che forse oggi, 1· settembre, di nuovo scoppierà uno sciopero dei minatori di Vorkuta sostenuto probabilmente dai minatori di Donbas e Kuzbas, e tutto ricomincerà di nuovo. Sono partito e non so se questo è davvero accaduto, e se si poteva verificare, perché esistono strutture governative che rifiutano di riconoscere i comitati di sciopero che rappresentano gli interessi dei minatori, perché i comitati di sciopero rappresentano adesso una forma di governo direttamente opposta alle strutture tradizionali ideologizzate del Partito.

Ho cominciato con questo esempio di contrapposizione non perché sia un seguace dello sciopero - anche lo sciopero è una forma di violenza - ma perché vorrei parlare della minaccia reale di uno scontro, di una violenza reciproca che rappresentano in questo momento un pericolo più imminente nel nostro paese.

Proprio recentemente il totalitarismo nel nostro paese sembrava essere totalmente indistruttibile: il sistema totale della violenza contro la personalità. Non si può dire che vivessimo in un paese morto, perché la lotta, nonostante questo, andava avanti. Però era una lotta di principi, la lotta di alcuni contro un colosso. Persino le fantasie lugubri di Orwell non possono farci capire la forza del colosso, perché sono concepite come fantasie, però noi sappiamo bene che queste fantasie sono reali. La contrapposizione dei principi personificati rappresentava l'espressione della guerra del buon senso contro il sistema della violenza insensata. Posso enumerarvi nomi che conoscete molto bene. Questa gente ha pagato un alto prezzo con anni di reclusione, di tensione, di disgrazie e a volte con la vita stessa, solo per un diritto, il diritto di affermare i principi, perché non potevano fare nient'altro; non c'è il discorso di creare strutture opposte, strutture combattenti, partiti rivisti in senso generale: si tra

ttava solo di proclamare i principi - era la guerra dei pincipi e qui non c'era e non poteva esserci nessuna tolleranza e nessun indulto.

Questa guerra di principi attualmente (trascorsi un anno e mezzo-due anni) si è trasformata in una lotta di opinioni. Mi pare che i principi siano diventati un patrimonio generale o almeno quasi generale. La glasnost, la trasparenza, ha già dimostrato i punti di vista differenti nell'ambito di questi principi, però in realtà questi principi sono molto semplici: il principio del buon senso in economia, il principio della democrazia nella vita sociale, il principio della moralità nella sfera etica. Adesso si è iniziata la lotta di interessi politici e si manifesta la differenza di opinioni. Se prima gli interessi della persona e gli interessi del gruppo non potevano essere né manifestati né concepiti perché la concezione si manifesta verbalmente, e per la parola si poteva uccidere e essere uccisi, adesso invece si è iniziato il processo delle manifestazioni verbali di questi interessi. Con questo si spiega la causa della diffusione così massiccia della stampa indipendente. Tutti questi sono la manifestazione

personificata degli interessi dei gruppi diversi.

Questo processo tende verso il suo culmine. Se prima la minaccia, il pericolo, emanava anzitutto dalla struttura governativa, adesso la polimerizzazione degli interessi crea delle strutture nuove e spinge verso gli scontri diretti, e non è un puro caso che nella stampa indipendente e perfino nella stampa uficiale appaia sempre più spesso la parola "guerra civile". Manifestando i nostri interessi e proclamando i nostri principi siamo arrivati a questo grande pericolo: la comunità etnica è la comunità storica più evidente, proprio per questo il problema etnico è il più esplosivo perché è proprio lì che si scontrano queste comunità . L'altra sfera è la sfera degli interessi professionali che si sono manifestati durante gli scioperi. La causa di questo pericolo è l'assenza di un meccanismo democratico: l'apparato del partito non vuole cedere la potenza, almeno ai comitati di sciopero, come si è verificato adesso a Vorkuta, questo è evidente.

Dieci ani fa ho cominciato a pensare come poteva essere creato il meccanismo della guerra contro il sistema. Contro la guerra cercavo di partecipare alla creazione di questo meccanismo scrivendo alcuni articoli, però adesso sto pensando sempre più a come è importante creare il meccanismo della pace. C'è un'esperienza storica molto fruttuosa: l'esperienza polacca. Penso che oggi valutando la situazione del nostro paese la parola "compromesso" e la parola pace devono diventare la nozione principale. Sono convinto che non sia un passo indietro verso il totalitarismo nel nostro paese. Mi è simpatica la gente che si trova nelle prime file della lotta per la democrazia e per gli interessi etnici. Però, comprendendo tutto questo e comprendendo anche che tutti siamo stati educati in una mentalità imperiale, sto pensando: come possiamo trovare un meccanismo di pace adesso nel nostro paese? Come possiamo evitare la guerra civile? E vi prego, pensando ai problemi del nostro paese, pronunciando accanto alle forze democr

atiche, vi prego di non dimenticare che per noi la cosa più importante adesso è trovare un meccanismo di pace e evitare un conflitto diretto sanguinoso con delle conseguenze impredicabili."

Evghenia nel suo primo intervento ha detto:

"Viviamo in un paese dove il non rispetto dei diritti umani è scritto nella costituzione, in un paese dove le nozioni di nonviolenza e di democrazia sono assolutamente aliene alla popolazione e dove la guerra civile significa lo scontro tra lo stato e la popolazione. Adesso però non vedo la possibilità di parlare di guerra civile, perchè la nostra popolazione non solo è disarmata, ma addirittura per il 40% indigente e povera.

La reazione all'intervento di Grigorianc è stata inopinata, per questo lo citiamo più ampiamente:

"E' paradossale il fatto che partendo da un paese sconvolto da contraddizioni etniche senza fine che purtroppo cresceranno ancora e diventeranno più sanguinose, siamo arrivati al convegno di un partito che si è fissato il compito di creare un'Europa unita federativa che unisce e non divide. Nel frattempo in USSR il processo per la lotta di indipendenza di tutti i popoli sotto il giogo dell'impero comunista è positivo e democratico. L'affermazione di questi ideali democratici e la lotta per i diritti umani in URSS sono inseparabili dalla concezione della identità etnica, dal diritto all'indipendenza politica culturale e sociale, dal diritto di un popolo di fare una scelta di indipendenza. Inoltre, per i popoli di Lituania, Lettonia e Estonia, così come per Georgia, Armenia e Ucraina le tradizioni democratiche sono praticamente inseparabili dalla lotta per l'indipendenza nazionale e l'autodeterminazione è inseparabile dalla democrazia. Il Partito radicale e noi condividiamo l'aspirazione verso un futuro nonvio

lento in Europa orientale e occidentale, un futuro che, nelle condizioni attuali dell'Unione Sovietica, sembra quasi irreale. I Problemi etnici richiedono una certa continuità nel loro sviluppo: solo i popoli che hanno già affermato la loro esistenza nazionale, solo i popoli sicuri della possibilità di sopravvivenza e di sviluppo indipendente possono andare liberamente, senza paura all'incontro reciproco, verso l'avvicinamento politico ed economico.

C'è una certa conseguenza nello sviluppo di tutti i rapporti umani e sociali; una parte dell'umanità può percorrere queste tappe abbastanza velocemente sfruttando l'esperienza dei vicini, ma non può evitare nessuna tappa e nessuna tappa può essere imposta; deve essere il risultato organico dello sviluppo interno della comunità umana, poiché sarebbe molto strano proporre ai minatori di Vorkuta e Kuzbas che lottano per l'autogestione, per un etto di sapone e una fettina di carne la lotta per i diritti sessuali. E proprio gli scioperi dei minatori e il movimento nazionale costituiscono l'elemento più importante e significativo dello sviluppo sociale. Né il governo comunista - anche volendo credere alle sue promesse di democratizzazione - né le attività politiche della cosiddetta società "liberale" sovietica possono essere un'alternativa per il paese. Perché l'attività politica così come è concepita in occidente sia possibile, è necessario un alto livello della coscienza sociale dell'intera popolazione. Per ques

to è molto importante l'esperienza politica indipendente acquistata dalla gente che lotta in tutto il paese per i diritti politici ed etnici.

Qui mi pare si sia gia parlato del pericolo, dell'insolito pericolo di tutti questi movimenti. E non è un'esagerazione. Ieri sono scoppiati di nuovo gli scioperi dei minatori di Vorkutà, di Don bas, di Kharkov e del Caucaso del Nord. Gli scioperi, nonostante le dichiarazioni ufficiali, non sono terminati: sono diventati meno grandiosi, ma sono stabili. Questo porta al peggioramento della situazione economica, altrettanto catastrofica, caratterizzata dal fatto seguente: secondo alcune valutazioni il tasso di inflazione raggiunge il dieci per cento annuale, nello stesso tempo il valore cumulativo di tutte le merci esposte nei negozi e nei magazzini costituiscono meno di un quarto del denaro a disposizione della popolazione e questo denaro vale meno del prezzo della carta su cui è stato stampato.

La situazione economica del paese andrà inevitabilmente peggiorando, indipendentemente dal fatto che le decisioni prese dal governo saranno giuste o sbagliate. Le decisioni giuste, nel migliore dei casi, avranno effetto fra qualche anno, e fino a quel momento la tensione nel paese andrà inevitabilmente crescendo.

La situazione etnica è ancora peggiore, benchè a prima vista sia peggiore la situazione economica. Tre giorni fa un armeno quarantenne di Baku si è buttato dal 12· piano mentre gli Arzebaigiani forzavano la porta del suo appartamento. Per oggi è stato fissato il Pogrom (strage, massacro) armeno a Baku, e non so ancora se si è verificato. Ma anche in questi due mesi sono state uccise circa 30 persone e quasi ogni giorno viene la gente a Mosca dicendo "aiutateci, ci ammazzano, viviamo in attesa della morte". Li ascolto, so che dicono la verità, so che forse li vedo per l'ultima volta, però so che anche non li posso aiutare in alcun modo. Nello stesso tempo migliaia di profughi si trascinano per il Paese; decine di arzebaigiani mutilati sono ricoverati negli ospedali di Karabakh; i turchi e gli altri popoli cercano invano un asilo. La situazione attuale del paese è mostruosa, anche adesso, e nel prossimo futuro andrà peggio. Ma il Paese non può evitare queste vie, e non deve, benché questo possa sembrare orribi

le. La crescita della persona, del popolo è sempre collegata con grandi difficoltà, ma il bambino deve sempre sapere come entrare nel mondo degli adulti, mentre il popolo deve sapere come risolvere i propri problemi da sé. Un'altra via non esiste.

Adesso vorrei parlare dei compiti e delle opportunità del partito radicale nell'Europa dell'est. Dopo essersi fissato il compito di portare un aiuto sociale e politico e anche un appoggio alle decine di migliaia di milioni di persone che si trovano in una situazione tragica, il Partito radicale come una forza transnazionale può giocare un ruolo di trasferimento dell'eperienza democratica dall'ovest all'est, così come di sostegno dei gruppi e delle istituzioni che da una parte tentano di consolidare i principi democratici nell'Europa orientale, e dall'altra sono un fattore invece stabilizzante non per tutto il Paese, ma solo per ciò che rappresenta la base della futura società umana, capace di costituire una parte autentica dell'Europa federalista e di tutto il mondo democratico."

Quasi subito dopo Grigorianc è intervenuto Afanasiev:

"Io, come i miei colleghi dell'Unione Sovietica, vorrei parlare di quello che succede nel mio paese. Vorrei però attirare l'attenzione sulla questione seguente: come potremo entrare nel mondo contemporaneo. So che i problemi dell'Unione Sovietica non sono solo i nostri e sono quindi completamente d'accordo con quello che hanno detto Timoveev e la Debranskaja: questi problemi sono i vostri nella misura in cui sono nostri. A questo punto vorrei un po' obiettare al mio collega Grigorianc: sono d'accordo con tutte le sue idee principali tranne una. Se ho capito bene, lui ha detto che le cose nel nostro paese stavano molto male, e su questo punto sono d'accordo con lui, però poi ha detto che dovremo andare di male in peggio. Su questo punto non posso essere d'accordo, né con la mente né col cuore. So che esiste questo punto di vista e che molti dicono "il peggio è meglio"; riconosco il diritto di avere questo punto di vista, però mi prendo il diritto di smentirlo. Mi sembra che bisognerebbe misurare la scala di q

uesto peggio verso il quale, secondo Grigorianc, dovremo andare. Se il discorso è quello della guerra civile in URSS, tanto più come una prospettiva bisogna sentire l'appello di decine di milioni di morti in URSS, per figurarsi le conseguenze della guerra civile. Non si tratta del fatto che se questa guerra civile scoppia vi prenderà parte la gente disarmata: c'è un esercito armato e se scoppia la guerra civile è difficile supporre che questo esercito si schiererà solo da una parte della barricata; questo non avrà mai luogo, anche l'esercito sarà diviso in due. Non posso neanche immaginare la scala della catastrofe e la quantità del sangue che si verserà in questo caso, e così non vorrei riconoscere che questo movimento verso il peggio è il nostro destino. Viceversa, volendo figurare il nostro compito, dobbiamo scongiurare questa prospettiva orribile e se possibile facilitare l'uscita da questa crisi profonda in cui ci troviamo."

Riprendendo la linea del suo intervento alla seduta del gruppo parlamentare interregionale e sostenendo le vecchie idee di Sacharov sulla convergenza Afanasiev ha cominciato a parlare della crisi della civilizzazione iniziata all'epoca dell'illuminismo. Ma questo non ha toccato i cuori dei radicali italiani, e i giornalisti si sono accorti solo di questa osservazione polemica a cui Grigoriants ha subito risposto:

"Mi rincresce molto che proprio l'ascoltatore russo nel mio intrvento ha frainteso il suo senso; forse questo è dovuto ad un certo grado di incertezza nel mio discorso; è naturale, è sicuro però che tutto quello che ho detto andava in senso opposto a come lo ha interpretato Afanasiev. Ho detto, lo ricordo, che facciamo di tutto per evitare il pericolo che minaccia il nostro paese. Ho chiamato il Partito radicale ad aiutarci a stabilizzare la situazione e a rinforzare tutti i movimenti e le associazioni democratiche che sorgono nel nostro paese. Vorrei ribadire che questa è davvero una tendenza molto pericolosa, la situazione nel paese è veramente tragica, anche se - benché possa parere strano - esistono gruppi e persone che tendono a suggerire che la situazione è ancora peggiore della realtà. Nel Paese praticamente non c'è nessuno che aspira alla guerra civile, non c'è nessuno, tranne alcuni pazzi, che aspira alla violenza, però quest'estate si è verificato questo episodio: i funzionari degli Esteri del KGB

hanno affermato di aver trovato nella metropolitana una bomba non esplosa; l'unica caratteristica della persona che ha lasciato questa "bomba" era che aveva una bustina nera di plastica. Ce ne sono tante a mosca. Gli annunci che "una persona con la bustina nera" era ricercata sono stati esposti in ogni carrozza di metropolitana e per un mese gli annunciatori parlavano della necessità di cercare "una persona con la bustina nera". Non c'è nessuno nel paese che vorrebbe uccidere i funzionari del partito, i colleghi del dottore Afanasiev. Nemmeno il KGB ha ingiunto ai segretari dei comitati distrettuali del partito di portare con sé le pistole, e ha cambiato i numeri delle targhe delle macchine dei segretari provinciali affinché non avessero paura di attentati. Il KGB gli ha spiegato che dovevano aspettarsi degli attentati. In Estonia i rapporti tra i russi e gli estoni sono molto sereni, non ci sono sostanziali e serie contraddizioni tra di loro; nemmeno i mass-media sovietici diffondono espressamente "i dati s

ulla cresita della violenza" i quali per fortuna non esistono ancora. Per questo considero come un sintomo molto spiacevole e sinistro il fatto che il mio collega non ha capito ciò che ho detto e mi ha attribuito parole che per fortuna non avevo pronunciato e pensieri che non condividevo."

L'indomani Lev Timoviev ha fatto il bilancio di questa discussione:

"Mi rincresce molto che abbia avuto luogo questa polemica.

Qui è completamente irrilevante, mentre sarebbe naturale nel nostro paese, dove tutti conoscono qual è la posizione di ciascun partecipante a questa polemica. La posizione di ciascuno ha le sue ragioni: Grigorianc è un pubblicista, non possiede gli strumenti dl potere e la sua pubblicistica è comprensibile; Afanasief è invece una persona che ha un accesso diretto al potere, lui risponde non per le parole bensì per i fatti, e per questo deve essere moto costruttivo."

I radicali italiani presenti nella sala erano per Grigorianc e ... Gorbaciov, benché Evghenia Debranskaja cercasse di spiegargli che il totalitarismo non è morto. Dalle quattro pareti della sala tutto questo osservava l'unico politico che ha salvato il suo paese molto nazionale dalla guerra civile.

 
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