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Bandinelli Angiolo - 1 maggio 1990
Marco Pannella. Un ritratto in-fedele
di Angiolo Bandinelli

SOMMARIO. Si tratta della prefazione al volume di saggi "Il radicale impunito" èdito da "Stampa Alternativa" nel giugno 1990. Bandinelli rievoca - su un piano, anche stilistico, estremamente soggettivo e personale - il clima culturale e politico nel quale, agli inizi degli anni '60, si formò attorno a Marco Pannella il primo gruppo di militanti del partito radicale: un clima di attesa, di tensione e di preparazione, ma anche di chiarezza e di rigore e di propositi, sul quale mancano ancora analisi e studi precisi. Nel rifiuto delle motivazioni e delle spiegazioni sociologiche o ideologiche, Pannella rivendica alla politica l'autonomia ("machiavelliana") dei suoi valori ed insieme cerca di chiarire le vicende contemporanee alla luce del "magistero crociano", ma con una attenzione tutta nuova alla funzione e al peso che ha la "violenza"- al di là delle "banalità" propinate da un democraticismo troppo corrivo - nella problematica dei nostri tempi.

Si analizzano quindi alcune caratteristiche del nuovo partito radicale, che non si identificherà mai con i "movimenti" suscitati dalle sue battaglie ma si proietterà sempre oltre "le forze umane che ne costituiscono nell'oggi gli effettivi militanti", nel tentativo di fondare la "alternativa" al regime ed avviare la "realizzazione dello Stato moderno", lo Stato di diritto. Conclude sollevando alcuni interrogativi sul progetto "transnazionale" e "transpartitico" e rinviando quindi, per le conclusioni, ai saggi del libro.

[Indice generale del volume. Prefazione: Marco Pannella, un ritratto in-fedele; Dal fascismo alla modernità; Diritti civili, persona, nonviolenza; Alla ricerca dello Stato moderno; Sulla politica e sul potere. n.d.r.]

(IL RADICALE IMPUNITO, diritti civili, nonviolenza, Europa - Stampa Alternativa, giugno 1990)

[N.B. Il testo che qui si presenta ha accolto alcune correzioni formali apportate dall'a.]

Ho conosciuto Marco Pannella nei primi anni '60. Incontri fortuiti nei paraggi del "Mondo", del Movimento Federalista Europeo, del Partito Liberale e del primo Partito Radicale. Un personaggio interessante nella caratura nervosa e intellettuale ma, per me almeno, ancora sfocato e lontano. Una sera, a Piazza di Spagna, imbattutomi in lui da vagabondo chiuso a ruminare i propri non risolti problemi, una chiacchiarata non più che compita e casuale: ma già mi colpiva allora (e sempre poi, per anni) la sua attenzione all'altro, la sua perorante curiosità, un suo modo non appariscente di indagare, come di chi soppesa e valuta certe possibilità di provvista umana e le accantona per un futuro, chissà mai. Un altro incontro infine, a Parigi, questa volta però concordato, io latore, al giornalista engagé, di qualche messaggio dei primi consoci romani che attendono indicazioni e tabelle di marcia: un cassoulet, credo, consumato in un piccolo locale non lontano dalla Senna, denso di voci giovanili, di gente tra la quale

lui si muove in scioltezza. Sua disponibilità a informare, parlare.

Le lettere che Pannella scambia in quegli anni, da Parigi appunto, con i consoci e amici romani contengono analisi minuziose, giudizi impazienti, capacità di investire gli interlocutori di responsabilità alla pari sollecitando in ciascuno il meglio, nel dare come nel ricevere. Attorno a queste lettere si è infatti aggregato un gruppo, lievemente sprovveduto ma disponibile e attento. Il progetto cui tutti si richiamano è vago e sproporzionato, e qualcuno si muove a disagio, esitante nella evidente fragilità dello strumento. Di queste remore Pannella non curerà: quando rientra a Roma mostra già l'inflessibilità di chi ha investito le sue ambizioni in un programma di cui avverte bene gli ostacoli, ma che vuole egualmente tentare. Gli esitanti hanno comunque recepito e accettato l'inevitabile conseguenza, il fatto cioè che dovranno, per la scommessa cui sono chiamati, pagare, molto e senza ricevuta né garanzie.

Il gruppo è cementato da una certezza in positivo: quella di aver colto e assimilato un solido rapporto tra parola ed effettualità, in grazia del quale essi osano presumere di poter dare una corretta e lungimirante interpretazione dei fatti e delle persone, e di capire al meglio quanto sta accadendo nel paese in anni cosí grigi. Certamente, per chi non proviene dal serbatoio dell'UGI ed ha fatto esperienze assai diverse, non è agevole afferrare subito le premesse e le implicazioni di quello che viene qui detto, anche un po' ossessivamente. Ma basta avere il gusto, l'attenzione verso la parola, e si prova meraviglia per il modo come essa è qui usata: se ne può restare stregati. Càpita, man mano, a molti.

Crescendo, il gruppo sembra isolarsi. Quegli anni sono gravidi di un'attesa non necessariamente ottimista: "La durata - dice caparbiamente Pannella - è sostanza delle cose". Bisogna predisporsi a durare.

Tutto può accadere, anche nulla: forse, anzi, le premesse piú serie vanno in questa direzione. Ma il gruppo si sente già alternativo e questa consapevolezza è all'origine dell'isolamento.

L'attesa mette in tensione. E Pannella raccoglie la tensione di cui l'atmosfera è pesante. La sua parola, in questi anni, è intensamente profetica. Sempre affabile, persuasivo come chi è convinto che persuadere è importante, lo senti tuttavia isolato e distante, e la distanza lo rende indecifrabile. Sa illuminare con bravura incomparabile, e tuttavia lui resta in un cono d'ombra che non solleva mai interamente: per nessuno, si sospetta. Ma sono di quegli anni e degli immediatamente successivi le elaborazioni di un modello politico non facilmente, altrove, reperibile.

Fra tanti politologi, semiologi e sociologi che giorno per giorno interpretano la nostra politica, nessuno si è ancora trovato che abbia avuto la seria curiosità di analizzare nelle sue ragioni profonde le trasformazioni del panorama italiano segnate, o messe in luce, dal tarlo radicale nella sua stagione piú inimitabile. Con la caduta delle ideologie, avanza infatti a prendere il posto di quelle una pretesa di liberalismo che da una parte illanguidisce e sfibra definitivamente Bobbio e dall'altra pretende di introdurre non solo utili metodologie di ricerca ed analisi, ma una visione del mondo che rispecchi certe banalità popperiane (l'America, questo nostro passato!). La complessità della politica, che dai greci a Machiavelli, da Hobbes a Tocqueville e a Croce ha sempre tutto il rispetto dello storico e del teorico, del drammaturgo come del letterato, viene dissacrata e svilita. Che farà Craxi? Che risponderà Occhetto? Sono le massime preoccupazioni di una cultura politologica estranea all'intensa moralità

di uno Sciascia, con il suo intransigente richiamo ai princípi. Al di fuori di essa resta un mondo di cose importanti, tra le quali la fitta problematica radicale (di quel partito radicale), con la sua produzione teorica oltreché la sua prassi, la sua inedita attenzione al rapporto tra parola e azione, che solo pochi documenti maniacalmente conservati o quell'inesplorato monumento alla politica che è l'archivio di Radio Radicale cercano di sottrarre all'incuria e alla dimenticanza.

Reintrodurre nella cultura politica la machiavelliana "virtus" non era (e non è ancora) impresa da poco. Poteva aiutare una certa predisposizione culturale, una frequentazione non scolastica con il magistero crociano. Piú fu determinante, però, una puntuale attenzione all'ordito della violenza intravisto nella trama dell'effettuale sotto le banalità di rito propinate all'opinione pubblica da una corriva classe politica.

La violenza è costitutiva dell'essere storico dell'uomo. Di questo, Pannella è consapevole. Lo era stato un Croce, nel suo irridere ai seguaci degli astratti ideali dell'89: ma il filosofo poteva scoprirne la silhouette come una astratta presenza non coinvolgente colei che osserva le cose del mondo al calar della notte, la civetta di Minerva. Immerso nel suo esperimento di messa in gioco totale del Politico, Pannella se ne addossa invece, personalmente, la responsabilità. Attento, da vecchio lettore di Esprit, alla necessaria interconnessione del religioso con il cuore del laico (e viceversa), non può respingere nemmeno da sé la presenza del dèmone - la violenza, appunto - che egli non cessa di evocare, a sfida dei tanti, dei troppi, sequestrati dalle ritualità di un paese insieme controriformistico e totalizzante e perciò inadeguati a riconoscere il fenomeno e a fronteggiarlo razionalmente. Vi è una pedagogia appassionata, nella parola pannelliana degli anni '60/'70, e nel lavoro dei suoi coéquipiers, o di

alcuni di loro piú avvertiti delle implicazioni che l'iniziativa del leader viene mettendo allo scoperto. Nel lungo periodo, questo lavoro porta alla rielaborazione, revisione e liberazione di categorie essenziali del Politico, che oggi sembrano comune acquisizione.

La politica è accrescimento dell'umano perché é accrescimento di conoscenza (e dunque di essenza); terreno unico del conoscere vichiano è, reciprocamente, la politica. Politica è cultura, non si stanca di ripetere Pannella. Non, romanticamente, nell'arte, ma nel fare che quotidianamente crea il possibile - vale a dire nella politica - si realizza l'umano, l'unità dei fini dell'umano, fino all'innocenza della saggezza conquistata dal vecchio, il veggente.

Certamente nel concreto, quotidiano agire, nell'indaffararsi non sempre coerente perché premuto dalle esigenze del doversi compromettere e persino corrompere, si dovrà capire e accettare la politica anche come tecnica pragmatica, parcellizzata e alienata, quella che sembra inquini fino al fondo le strutture del Moderno. Ma sarebbe errato farsi paradigma di verità di questa accezione della politica, innalzandola ad un ruolo improprio e immeritato. Quando ciò accade, la politica sa vendicarsi. Sul terreno cosí apparentemente neutro e disincantato su cui l'abbiamo confinata ecco spuntare i mostri dell'irrazionale, dell'irrisolvibile; magari, della "tecnica", di cui infatti soffre il mondo occidentale con le sue società "democratiche", che sembra abbiano sconfitto il processo labirintico della Storia a tutto vantaggio del tempo monodimensionale e della logica computerizzata, ma al prezzo forse di profonde e gravi alienazioni. Ridotta da una parte ad apparenza/spettacolo e dall'altra a puro esercizio del potere l

a politica rischia persino di rendere meno credibile, ed infine di affossare, la democrazia, la democrazia come speranza, il reale, effettuale suo esercizio da parte delle grandi masse.

Restituire, o tentare di restituire, unità e valore alle categorie del Politico è compito che comporta il rischio del titanismo. Anche questo Pannella assume su di sé; lo salva, fino al possibile, la consapevolezza della misura. Lui stesso, il gruppo, sconteranno anche cedimenti, ma il risultato finale è positivo. E anzi, tra sforzi e tentativi, la tenuta eminentemente e rigorosamente politica di questo progetto dalle forti venature esistenziali si viene sempre meglio precisando. La scoperta che affiora in quelle stanze, nelle due sedi romane dove il partito percorre il suo tragitto, è che la risoluzione della violenza può avvenire solo se si svilupperanno a contrastarla, giorno per giorno in un processo infinito, leggi e istituzioni: diritto, insomma.

La crisi politica del nostro paese è crisi, cioè difetto, di istituzioni. Ciò che importa, ciò che è essenziale non è la forma-partito, ma la forma-Stato, quel delicatissimo intreccio, o ricamo, di leggi, di strumenti giuridici e giurisdizionali, di regole e regolamenti in grazia dei quali, quando siano attivi e vivi nelle coscienze e nelle istituzioni, singoli, gruppi, ceti si sollevano ad autentica cittadinanza perdendo, tutt'assieme, la coazione al privato (l'idiotes dei greci) e la falsa singolarità delle strette corporative. Nessun progetto, per quanto strategicamente valido, nessuna bandiera per quanto nobile ha valore e senso se non è intesa all'obiettivo di fondare leggi e istituzioni. Solo leggi e istituzioni sono, nella loro progettualità, liberatori.

E l'affermazione, spesso non compresa e distorta, della famosa mozione del XXIII Congresso straordinario posta a preambolo allo Statuto del partito radicale.

L'intransigente e rigorosa tenuta del principio è la chiave per capire perché né sul divorzio né sull'obiezione di coscienza né sul femminismo o l'ecologia i radicali (Pannella) abbiano mai voluto organizzare strutture, o legami, di partito. Esaurito il momento in cui queste battaglie e le loro bandiere erano state necessarie per progettare leggi e un nuovo rapporto tra cittadino e istituzioni, le loro spoglie (i cosiddetti movimenti aggregatisi attorno ad esse) sono stati lasciati addietro, come zavorra anche pericolosa: nessuno di essi, abbandonato a se stesso, ha dato origine ad altro che a gruppetti di difesa corporativa.

Il partito nato per la realizzazione dello Stato moderno non può prender corpo in strutture e strumenti corporativi né consentire aggregazioni di potere fini a se stesse. Nelle condizioni date e cioè in assenza di istituzioni liberatrici, davvero garantiste, quelle aggregazioni sarebbero solo di intralcio alla Grande Riforma: che dunque resterà affidata, necessariamente ancora a lungo, alla parola e alla sua forza di coagulo e di spinta.

Ciò vale a dire che per Pannella il partito radicale non deve essere identificato interamente con le forze umane che ne costituiscono, nell'oggi, gli effettivi militanti, ma va intravisto al di là di questi limiti, come un modello sempre da reinventare e costruire là dove la parola sarà riuscita a creare alterità, soggettività politica alternativa all'esistente. Lungo gli anni si viene cosí precisando una vera e propria teoria del partito alternativo, elaborata non in vitro ma nell'effettuale e nel quotidiano. Nella sua appassionata difesa dei valori sull'esistente Pannella non esita in definitiva a mettere a rischio totale la forma-partito appena abbozzata o realizzata: se il progetto non conquisterà la maggioranza - non sul mercato dello scambio dove si incontra l'occupazione delle istituzioni e dell'informazione, delle strutture amministrative e del loro sottobosco, ma grazie ad un grande confronto sui valori che trasformi i parametri stessi del sistema politico - non vale la pena conservare quello che do

potutto è solo uno strumento creato per tale obiettivo.

Questo ambizioso progetto regge bene nella stagione del divorzio e dell'obiezione di coscienza, dei grandi processi in difesa del diritto all'informazione e dell'identità, dei referendum, dell'opposizione intransigente (altri dirà "ostruzionistica") in parlamento. La sua spinta creativa si affievolirà dopo le battaglie contro la fame nel mondo, quando si renderà necessario passare alla fase trasnazionale. Non vogliamo qui essere, noi, i giudici se il progetto transnazionale e transpartitico è solo un ripiego, una via di uscita da difficoltà insormontabili. Noi non lo crediamo; anche perché è proprio di Pannella proporre scelte anche parziali e strumentali nel piú assoluto rigore della logica politica stringente, per la quale anche il caduco, il contingente assume dignità di valore, esigendo attenzione e rispetto non strumentali. Piaccia o no, quali che diano le intenzioni iniziali, la scelta trasnazionale e transpartitica, vale a dire il progetto di spezzare gli attuali schemi partitocratici, ha oggi piena c

ittadinanza politica nel panorama politico italiano (e non solo).

* * *

Carenza di spazio ci induce a terminare qui, bruscamente, questo ritratto politico. Svilupparne i lineamenti ci porterebbe assai lontano, e sarebbero richieste ben altre forze. Il contributo che pensiamo di portare al suo approfondimento sta nelle pagine che abbiamo raccolto e che di seguito si offrono al lettore paziente e indulgente. Sono solo foglietti di taccuino ineguali e soggettivi, qua e là persino contraddittori, raccolti dagli anni di militanza, legati assieme da una certa tensione unitaria e portatori di una convinzione caparbia (impunita, si direbbe a Roma) che non si arrende neppure dinanzi alle piú amare disillusioni: che la lunga battaglia del partito radicale (ma, prima ancora, delle antiche minoranze laiche e liberali) possa risultare alla fine, nei suoi tratti essenziali, v«ncente.

Roma, maggio 1990

 
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