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Pietrosanti Paolo, Stockar Richard - 23 marzo 1991
LEGALIZZARE LE DROGHE?
di Paolo Pietrosanti e Richard Stockar

SOMMARIO: I dati dimostrano che gli Stati Uniti stanno perdendo la guerra contro la droga. Le ragioni per adottare una politica antiproibizionista. Per affrontare la complessità dei problemi connessi ad una seria politica antiproibizionista è stato organizzato a Praga un Convegno scientifico internazionale da tenersi a Praga alla fine del 1991.

(Reporter, 23 marzo 1991)

Tutti i dati - di fonte ufficiale o privata - divulgati negli Stati Uniti d'America sono concordi nel dimostrare che le autorita' della Casa Bianca stanno perdendo la guerra contro la droga: tra i cittadini americani aumenta il numero dei tossicodipendenti.

Circa 22 milioni di americani (cioe' il 10% della popolazione) hanno provato la cocaina; di questi - come afferma l'istituto privato Cat Murphy - dieci milioni di loro entro il 1987, e da tre a cinque milioni nella seconda parte di quest'anno. E allo stesso modo e' cresciuto il numero delle morti causate dal consumo di cocaina.

Un altro mezzo milione di Americani sono dipendenti da eroina, e i morti causati da questo derivato oppiaceo hanno registrato un aumento del 33% dal 1983 a questa parte.

Secondo la Commissione Presidenziale sul crimine organizzato, alla Casa bianca, si puo' stimare che un quarto dei cittadini statunitensi (60 milioni di persone) hanno fumato marijuana, e che 20 milioni ne facciano uso almeno una volta al mese. Uno dei rapporti di tale Commissione della Casa bianca riferisce anche che circa il 54% degli studenti delle scuole secondarie (dai 14 ai 17 anni di eta') ha fumato almeno una volta una sigaretta di marijuana, e tra il 75 e l'80% dei giovani americani in generale ha provato almeno una volta una droga.

E il fenomeno provoca un giro di affari gigantesco: si calcola che negli Usa si spendono ogni anno 110 miliardi di dollari per l'acquisto di droghe proibite, mentre si calcola che altri 50 miliardi di dollari si perdano in costi indiretti per l'economia, secondo quanto afferma l'istituto Research Triangle, un organismo del North Carolina.

Nelle principali citta' americane sono molti i bambini reclutati per il commercio di droghe al dettaglio. Per dare un'esempio di quanto anche questo fenomeno stia registrando un forte incremento, si puo' riferire che nella contea di Wayne, a Detroit, il numero di bambini arrestati dalla polizia per questo traffico illegale e' salito dai 341 del 1986 ai 674 del 1987. Alcuni di questi bambini puo' arrivare a guadagnare fino a mille dollari al giorno vendendo sigarette di marijuana o di "crack", la nuova micidiale miscela sintetica derivata dalla cocaina che e' destinata ai tossicodipendenti piu' poveri.

Sono dati abbastanza espliciti, che dimostrano quanto la tendenza del consumo di droga sia in crescita anche e soprattutto negli Stati Uniti, cioe' nel paese che ha dato vita da diversi anni a questa parte al piu' gigantesco e costoso programma antidroga della storia. Da diversi anni, circa da un decennio, non dal lancio da parte del Presidente Bush della cosiddetta "War on Drugs" (guerra alla droga), che ha portato alla nomina di William Bennet a capo della nuova Alta autorita' con poteri speciali. La "War on Drugs" - cosi' come gli investimenti antidroga decisi dalla precedenti amministrazioni Carter e Reagan- e' fallita, mandando al macero una enorme quantita' di denaro. Di fronte all'impegno del Governo americano teso alla riduzione del consumo di droghe e alla dura repressione del loro traffico illegale, che ha anche avuto il supporto di nuove leggi, di nuove pene stabilite per tali crimini, della pena di morte - addirittura- stabilita a livello federale per i delitti connessi al traffico di stupefacent

i, di fronte a tutto questo i consumi totali negli Usa aumentano, mentre l'unico effetto ottenuto dalla "War on Drugs" e' stato il far aumentare leggermente i prezzi delle dosi, e diminuire la percentuale di purezza delle stesse (cosa che come e' intuibile danneggia soltanto le tasche e la salute dei consumatori, e in alcun modo i narcotrafficanti).

Del fallimento della sua campagna l'amministrazione Usa ha ormai piena consapevolezza - anche se non lo ammette e continua a programmare misure repressive. E piu' di chiunque altro ne e' consapevole William Bennet, che alcune settimane fa si e' addirittura dimesso dal suo alto incarico, pur senza ammettere che la ragione delle sue dimissioni era il fallimento della "Guerra" di cui era responsabile.

La societa' statunitense, nonostante sia organizzata secondo un modello profondamente democratico -uno dei migliori al mondo- non trova strumenti adeguati per sconfiggere o almeno ridimensionare il flagello, la tragedia della droga. Il motivo e' - crediamo- che il governo americano non ha mai voluto uscire dai binari di questa equazione: "lotta alla droga=repressione". E i risultati si vedono, un sessantennio dopo il fallimento di un altro proibizionismo, quello sugli alcoolici: come allora, anche adesso e' il proibizionismo che crea le grandi mafie dei narcotrafficanti, regalando loro dei profitti impensabili. Ma sessant'anni fa il governo americano seppe capire che l'unica possibilita' di sconfiggere gli Al Capone era legalizzare gli alcoolici; ora invece insiste nel mantenere un approccio proibizionista che non produce altro che l'aggravarsi di una piaga sociale tragica.

Noi che scriviamo siamo antiproibizionisti. E - dobbiamo dire- siamo in buona compagnia: la nostra posizione e' fatta propria, tra gli altri, da persone come George Shultz (il ministro degli esteri di Reagan) e Milton Friedman, come dall'Economist, il piu' autorevole settimanale economico del mondo.

Noi crediamo che finche' la droga rimarra' il piu' grande affare della storia non ci sara' modo di sconfiggere la droga e la mafia, l'AIDS e la grande e piccola criminalita'.

Forse i lettori non sanno che un dollaro, un solo dollaro "investito" in droga rende 700 dollari: non e' mai esistito nella storia dell'uomo un settore economico cosi' redditizio, che rende tanto ricchi gli "imprenditori", che tra l'altro non pagano tasse a nessuno stato.

Questo e' il risultato della politica proibizionista, di questo tipo di risposta al problema droga - e la mafia, se ci si riflette, ha tutto l'interesse a mantenere questo stato di cose.

Vanno tenuti presenti alcuni punti fondamentali.

In primo luogo deve essere chiaro che l'obiettivo che sia i proibizionisti sia gli antiproibizionisti si pongono e' quello di sconfiggere la mafia e il flagello della droga. La divergenza e' sul metodo, sul come raggiungere tale obiettivo.

Noi antiproibizionisti non vogliamo affatto liberalizzare nulla; proponiamo la legalizzazione delle droghe. Proponiamo che tutte le droghe siano poste sotto il controllo delle istituzioni statali. Adesso la droga e' libera; puo' essere acquistata ovunque in occidente, e presto sara' libera anche qui. Noi vogliamo fare in modo che di queste sostanze sia regolamentato, controllato, tassato e scoraggiato l'uso.

E' a causa del proibizionismo che una sola dose di droga costa parecchie decine di dollari; ed e' questo che produce gli enormi profitti della mafia, dei narcotrafficanti, che hanno tutto l'interesse a mantenere la droga proibita e i loro conseguenti giganteschi introiti.

E' quindi soltanto legalizzando la droga, togliendola dalle mani della mafia che potremo sferrarle un colpo mortale; e i tossicodipendenti non sarebbero piu' costretti a commettere reati per procurarsi i soldi della dose. Alcune esperienze importanti -quelle di Amsterdam e di Liverpool, o di Zurigo- hanno dimostrato che la distribuzione controllata di stupefacenti blocca e a medio termine diminuisce il numero di tossicodipendenti, mentre porta a zero il tasso di contagio da AIDS e di morte per overdose.

Per sconfiggere la droga non c'e' altra via che spezzare e azzerare la spirale del profitto; non serve a niente -come e' dimostrato dalle cifre- inasprire le pene per i trafficanti e punire i tossicodipendenti.

Una politica non proibizionista sulle droghe e' complessa, molto complessa; ed e' ovvio che non potrebbe essere assunta come propria da un solo paese. Qui possiamo soltanto tratteggiarne alcune caratteristiche, e rispondere ad alcune obiezioni. Come l'obiezione di chi pensa che la legalizzazione e la depenalizzazione dell'uso di droghe provocherebbe l'aumento dei tossicodipendenti. E' possibile che nei primissimi anni si registrerebbe un lieve aumento del consumo (e certamente una scomparsa totale delle morti per droga). Ma presto la tendenza passerebbe ad una fase discendente o fortemente discendente, per un motivo semplicissimo: attualmente e' interesse della mafia far diventare tossicodipendenti il massimo numero di persone. Se la droga fosse legalizzata non accadrebbe nulla di tutto questo: non ci sarebbe nessuno che spingerebbe la gente a drogarsi (non e' un caso che il venditore di droga al dettaglio si chiama pusher, che in Inglese significa "colui che spinge").

Ripetiamo che il problema e' complesso - e stiamo per questo organizzando un grande Convegno scientifico internazionale di altissimo livello da tenersi a Praga verso la fine dell'inverno; ma proviamo ad immaginare per grandi linee lo scenario.

Immaginiamo la droga somministrata dallo stato a chi la vuole, o almeno a chi ne ha bisogno. I pazzeschi profitti della mafia cesserebbero d'un colpo, cosi' come tutti quei furti e quelle rapine effettuate per procurarsi i soldi per la droga giornaliera. I tossicodipendenti uscirebbero dal giro del crimine e non morirebbero avvelenati in mezzo alla strada, con un ago in vena. Perche' si muore di droga "tagliata" con stricnina, quando non con calce o gesso (la mafia guadagna di piu'); non tanto di droga. Inoltre avremmo decine e decine di migliaia di agenti e magistrati non piu' costretti ad occuparsi dei reati commessi dai tossicodipendenti, e verrebbero liberate enormi risorse economiche, da usarsi per l'assistenza e la disintossicazione dei tossicodipendenti, e per scoraggiare l'uso delle sostanze stupefacenti.

Il proibizionismo e' fallito. Tentare altre strade e' ormai urgente e doveroso.

Quel che e' necessario e' che dibattito e informazione su questo argomento siano amplissimi; come e' necessario che ciascun cittadino pensi a questo problema come problema anche suo. E' troppo grave e tragico perche' non sia un problema di tutti.

Paolo Pietrosanti

Richard Stockar

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Gli autori dell'articolo sono esponenti del Partito radicale transnazionale, e la loro opinione non può essere riferita all'intera redazione. Chi volesse ricevere maggiori informazioni sulla tematica affrontata, può rivolgersi all'indirizzo praghese del PR: Krakovska 9, 110 00 Praha 1.

 
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