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Calderisi Giuseppe - 8 maggio 1991
Quali riforme elettorali?
di Giuseppe Calderisi

SOMMARIO: Sostenendo che la riforma elettorale ha senso solo se si pone l'obiettivo di rinnovare profondamente il sistema partititico italiano, l'autore prende posizione contro quelle proposte che tendono a ricreare il bipolarismo e la frammentazione partitica invece di spingere i partiti ad aggregarsi e federarsi in grandi coalizioni di interessi e di valori. Il Pci-Pds che inizialmente aveva sostenuto la proposta di Costituente e la riforma uninominale che scaturiva dai referendum sul sistema elettorale del Senato (dichiarati poi inammissibili dalla Corte Costituzionale) ha successivamente abbandonato queste posizioni per riproporre lo schema bipolare. Per queste ragioni Calderisi ribadisce la sua contrarietà al referendum residuo sulle preferenze indicando gli effetti negativi che potrebbe produrre.

(L'UNITA', 9 maggio 1991)

Nel suo articolo relativo al referendum sulle preferenze pubblicato su l'Unità del 30 aprile, Augusto Barbera chiama in causa "i Radicali che legittimamente hanno dubbi nel merito" e "non possono non riflettere sulla posta in gioco". Anche Pietro Scoppola rivolge un analogo invito dalle colonne di Repubblica.

Secondo Barbera "il sì al referendum ha un preciso significato: un sì forte alle riforme elettorali". Ma quali riforme elettorali ? Questo è il punto.

Per noi la riforma elettorale ha senso solo se si pone l'obiettivo di rinnovare profondamente il sistema politico. Cioè il sistema dei partiti, di questi partiti, del loro modo di essere e del loro numero. Il grande polverone del dibattito sulle riforme istituzionali che si è aperto con il caso Cossiga e con la crisi di governo (uno scontro pericoloso tra conservatorismo e falso riformismo che ha potuto svilupparsi solo perchè la Corte Costituzionale ha fatto fuori i referendum significativi che potevano indicare la strada delle vere riforme) è veramente singolare: tutti riconoscono che la crisi dello Stato e delle istituzioni deriva dalla degenerazione del ruolo dei partiti, ma quando si passa a parlare di riforme la questione "partiti" scompare.

Nella direzione di una riforma del sistema dei partiti, sembrava inizialmente volesse marciare Occhetto quando avanzò la proposta della Costituente di una nuova formazione politica e dichiarò che occorreva abbandonare la proporzionale annunciando - proprio al Consiglio federale del Partito Radicale il 3 gennaio 1990 - l'adesione al referendum relativo alla legge elettorale del Senato.

Un referendum che proponeva di passare ad un sistema maggioritario e uninominale ad un turno, con un parziale correttivo proporzionale (proprio come suggerito da Dahrendorf per correggere la rigidità del sistema anglosassone senza ricorre al doppio turno che, soprattutto in Italia, produrrebbe un immondo mercato delle candidature tra il primo e secondo voto). Un sistema elettorale che lo stesso Barbera riteneva un'ottima soluzione e che Scoppola proponeva anche al fine di fornire una risposta alla crisi del partito di integrazione sociale che si era sviluppato nel dopoguerra grazie alla proporzionale. Un sistema elettorale tendenzialmente bipartitico che spingerebbe i partiti ad aggregarsi e a federarsi per creare grandi partiti di coalizione di interessi intorno a valori e obiettivi programmatici. Nulla a che vedere, dunque, con gli schemi bipolari che, mantenendo la frammentazione partitica, costruiscono, intorno a due poli, obbligate coalizioni di governo (che vantaggio ne trarrebbe il Paese se fosse c

hiamato a scegliere non su nuove aggregazioni partitiche, ma intorno alle vecchie coalizioni - così come chiede De Mita - visto che per trent'anni è stato governato da quelle stesse coalizioni ?). Nel quadro di un sistema elettorale maggioritario e uninominale la stessa eventuale scelta di Repubblica Presidenziale avrebbe i caratteri di una riforma democratica, anzichè quelli illiberali e avventuristici che essa ha se limitata alla sola elezione diretta del Presidente della Repubblica.

Ma dopo le dichiarazioni iniziali, Occhetto e il PCI-PDS hanno abbandonato sia la proposta di Costituente sia la riforma elettorale che scaturiva dal referendum sul Senato. La proposta elettorale del PDS (un pasticciato intreccio dei sistemi tedesco, francese e altro ancora) è molto distante dal quesito referendario: introduce il collegio uninominale ma lo utilizza per realizzare il solito schema bipolare caro a De Mita delle coalizioni di partiti.

Anche il Comitato promotore dei referendum elettorali, dopo la sciagurata sentenza della Corte Costituzionale, non è stato capace di trasformarsi - come richiesto dall'Assemblea del 26 gennaio - in Movimento per la riforma sulla base delle grandi proposte riformatrici dei referendum dichiarati inammissibili (i contenuti di quei quesiti non sono stati riproposti nè con progetti di legge in Parlamento nè con iniziative del Paese, nonostante la richiesta delle stesse Acli cui dobbiamo dare atto di grande coerenza).

Quali riforme elettorali, dunque ? Porre l'esigenza delle riforme senza avere una forte e credibile proposta non serve a "sbloccare il processo riformatore".

Venendo al referendum sulle preferenze, si è purtroppo avverata la facile previsione dei radicali che invano avevano chiesto di non promuoverlo per non lasciare alla Corte Costituzionale la possibilità di far passare solo il quesito debole.

Anche ammettendo che si possa "caricare" il referendum residuo di obiettivi più generali (ma è lecito farlo? ed è possibile caricare un somaro per farlo diventare un cavallo da corsa ?) c'è da capire quali sono questi obiettivi più generali.

Il quesito è contraddittorio (intende giustamente combattere le degenerazioni correntizie, ma una sola preferenza rischia di aumentare il potere delle segreterie di partito e di accrescere le spese elettorali). Ma in particolare ci preoccupano le conseguenze legislative che scaturirebbero dal referendum (addirittura su sollecitazione di molti degli stessi promotori): l'aumento del numero di collegi (che finirebbero per avere il capolista bloccato più una preferenza e che potrebbero comportare, di fatto, l'introduzione di una soglia di sbarramento) e soprattutto il collegio nazionale con lista bloccata per il recupero dei resti (proposta inserita nello stesso programma di governo). Modifiche che aumenterebbero a dismisura lo strapotere delle segreterie di partito. Non verrebbe aperta la strada alle riforme ma alle controriforme. (Quanto allo sbarramento, non è questa la strada per favorire la semplificazione del sistema partitico; lo sarebbe, paradossalmente, solo se lo sbarramento fosse almeno del 20 %).

Saranno fornite, prima del 9 giugno, risposte alle questioni che abbiamo posto ? Le avremo almeno dai promotori del referendum ?

Fermo restando che ciascun radicale si comporterà secondo le convinzioni maturate (del resto il PR ha sempre respinto il concetto di disciplina di partito, più che mai ora che è un partito transnazionale), da parte nostra siamo impegnati a difendere il già tartassato istituto del referendum abrogativo dagli attacchi di quanti intendono delegittimarlo facendo mancare il quorum e utilizzando a questo fine proprio la selezione operata dalla Corte Costituzionale. Ci stiamo battendo affinchè la consultazione del 9 giugno si svolga democraticamente attraverso un'informazione completa, corretta e imparziale che consenta davvero ai cittadini di conoscere per deliberare (in Parlamento sono dei radicali le prime denunce e interpellanze). Ma la vicenda dell'intervista a Segni e il cloroformizzante calendario di tribune decise dalla Commissione di indirizzo e vigilanza Rai (niente contraddittori e nessun indirizzo affinchè i Telegiornali non considerino la convocazione alle urne di 45 milioni di elettori come se fosse

un fatto di cronaca secondaria) dimostrano che è proprio sul terreno dell'informazione che si gioca tutta la partita.

 
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