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ARCOD - 26 giugno 1991
OLTRE IL REFERENDUM, DINANZI ALLA CRISI DELLO STATO E DELLE ISTITUZIONI, UN APPELLO DEI DEMOCRATICI PER LA RIFORMA DELLA POLITICA

SOMMARIO: Manifesto-appello presentato dall'ARCOD nel corso di una conferenza stampa che si è svolta a Roma, presso la sala stampa estera, il 26 giugno 1991.

Diversi per opinioni, interessi, professioni, e finora anche per scelte politiche, vogliamo denunciare il pericolo che in Italia anzichè "una grande riforma" si prepari un grande inganno. Un grande inganno che si nasconde nelle quotidiane polemiche con cui le diverse componenti della nomenclatura che hanno governato questo Stato ne annunciano la crisi e si autoproclamano alfieri della seconda Repubblica.

E' significativo, infatti, che nei contrapposti progetti si proponga di riformare tutto tranne il sistema dei partiti come si è concretamente strutturato, permeando di sè la costituzione materiale e generando quel fenomeno di occupazione delle istituzioni, di soffocamento della società civile, di spoliazione della cosa pubblica che va sotto il nome di partitocrazia. E' significativo che si proponga di riformare tutto tranne i sistemi di scelta a disposizione dei cittadini e i criteri di selezione della classe politica.

Elezione diretta del Capo dello Stato o rafforzamento del Parlamento con l'elezione di un Cancelliere senza intaccare questo sistema dei partiti, che è il cuore della nostra crisi politica e istituzionale, rischiano di essere solo l'estremo tentativo di mascherare di riformismo la conservazione dell'attuale assetto di potere e di controllo del consenso.

Non c'è riforma possibile se ciascun partito - grande o piccolo - pretende di conservare le proprie posizioni di rendita che gli derivano dalla legge elettorale proporzionale. Non c'è riforma possibile se non ci si decide a passare a un sistema uninominale-maggioritario e alla elezione diretta per le funzioni di governo, locale regionale e nazionale.

Perchè gli eletti rendano conto direttamente al corpo elettorale del loro operato.

Perchè i cittadini possano, fra una elezione e l'altra, confrontare non solo le idee e i programmi, ma anche, alla prova della verifica, le loro realizzazioni.

Perchè nel gioco delle scelte e dei doveri si instauri una cultura della attuazione.

Perchè si introducano nuovi processi di selezione e un ricambio della classe dirigente.

Perchè si instauri finalmente anche in Italia una democrazia dell'alternanza.

E' questo il sistema che ha garantito e promosso la democrazia nelle grandi società occidentali, e in particolare in quelle anglosassoni. Ed era questa l'indicazione dei due referendum bloccati dalla Corte Costituzionale.

Se questa posizione e questa proposta viene ignorata, cancellata, espulsa solo perché scomoda e capace di rimettere radicalmente in discussione il sistema politico-partitico, vuol dire che è ormai tempo non solo di rilanciarla ma di andare oltre.

Non possiamo consentire che il paese sia costretto a scegliere fra due leghe: una lega del Sud che ci propone, magari in una diversa forma istituzionale, la stessa partitocrazia che ci ha governato, con gli stessi vizi e la stessa voracità, e una lega del Nord che ci propone la dissoluzione dello Stato per subordinarlo ad interessi particolaristici e disgregatori. Due strade che in un'Europa integrata, anche se miopemente priva dei poteri federali necessari ad affrontare le nuove responsabilità internazionali, porterebbero l'Italia all'appuntamento del mercato unico in una condizione di inferiorità e di cronica debolezza istituzionale, economica e politica. E' tempo di cominciare a pensare ad una lega democratica, ad una lega dei cittadini che non si rassegnano alla crisi della legalità e del diritto, alla degenerazione della politica, alla assenza dello Stato, alla degradazione dei propri diritti di cittadinanza.

 
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