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D'Elia Sergio - 13 luglio 1991
Proibizionismo e carcere
di Sergio D'Elia

SOMMARIO: Nella relazione l'autore presenta il fallimento della legge in vigore da un anno in Italia, che non ha ridotto il consumo di droga; fornisce i dati sui tossicodipendenti detenuti e sulla diffusione del virus dell'Aids in carcere; denuncia la repressione e la ghettizzazione dei tossicodipendenti detenuti, l'illusione di voler curare e riabilitare attraverso la pena, l'ipocrisia di coloro che sono contrari ad una politica di limitazione del danno per far fronte alla diffusione della droga, dell'Aids, alle morti per overdose in carcere; analizza la logica perversa del proibizionismo che produce crimine a causa della "lotta" e delle leggi sbagliate che gli sono opposte.

(Relazione al Convegno naizonale "Legge sulla droga: bilancio di un anno proibizionista" - Genova 13/14 luglio)

Inizierò con alcune osservazioni che posso fare avendo, fino a poco tempo fa, usufruito di un punto di vista "privilegiato", "ospite" di quell'osservatorio particolare sugli effetti del proibizionismo che è il carcere, che del proibizionismo svela - credo - l'aspetto più paradossale, il vero e proprio circolo vizioso della legge sulla droga in vigore in Italia da un anno.

A chi chiede a quale principio giuridico si sia ispirato il proibizionismo nella sua forma eccessiva e coerente - l'illiceità del consumo, appunto - di solito si risponde: alla dottrina dello stato etico. Ma tra le aberrazioni giuridiche vigenti, in Italia, nei codici e nelle leggi penali passate in nome della durezza e della purezza dello stato, attraverso le varie emergenze, questa della illiceità dell'essere drogato forse è la più assurda.

Noi, in Italia, abbiamo ancora le leggi speciali "contro" il terrorismo, leggi - ritengo - "eccessive" più che eccezionali, se si considera che un eventuale - direi: improbabile - brigatista potrebbe ancora oggi essere arrestato e condannato, nello stesso tempo, per banda armata, detenzione di armi, finalità di terrorismo e insurrezione armata contro i poteri dello stato: per lo stesso fatto, mi sembra eccessivo, appunto, più che eccezionale.

Ancora: noi, in Italia, manteniamo norme "trasversali" contro la violenza sessuale, perché un violentatore, secondo il codice attualmente in vigore, viene imputato di un reato "contro la moralità pubblica" anziché "contro la persona".

Non era stato concepito, però, fino alla legge 162, il "delitto autoreferenziale", sicché, oggi, da un anno a questa parte, un consumatore di droga può essere condannato per un comportamento considerato un reato di cui solo lui è la vittima.

E' un passaggio vertiginoso della dottrina giuridica, e se ne avverte l'ebbrezza (più che di "stato etico" sarebbe più proprio parlare di "stato etilico"!). Come nei disegni impossibili di Escher che raffigurano sistemi autoreferenziali, giustamente riprodotti nelle pubblicazioni a cura del Cora dei rapporti dell'Old (Osservatorio delle leggi sulla droga): "mani che disegnano mani", "concavo e convesso" sullo stesso piano. Si avverte lo stesso effetto, allucinatorio, che si avverte nella dottrina giuridica che ispira alcune norme proibizioniste e la stessa 162, un'altra aberrazione che sarebbe stato lecito proporre un anno fa venisse acquisita alla collezione delle astrazioni tuttora esistenti nel nostro Codice Penale, nel titolo dei "reati contro la personalità dello Stato" e, magari, collocata nel capitolo dei "reati contro la moralità pubblica".

Ma, dicevo, il luogo dove l'aspetto paradossale delle norme giuridiche proibizioniste si svela e sfocia nell'assurdo è proprio il carcere, l'ultimo anello della catena del "delitto senza vittima" che - in un sistema di questo tipo, autoreferenziale - è anche il primo di una serie che continua ad avvolgersi su se stessa, e si autoalimenta all'infinito nel rapporto reato - pena -reato.

Ebbene, il carcere, oggi, in base alla legge proibizionista, grazie ad essa, è il luogo di espiazione del peccato reiterato, del vizio incontenibile dell'essere drogato. Se si considera che i detenuti tossicodipendenti - o meglio: quelli registrati ufficialmente come tali - al 31/12/90 erano 7.299 su 24.670 (il 29,58%, rispetto al 19,43% dell'86!), se si considera che, secondo uno studio del Pds, dall'entrata in vigore della "legge 162" sono aumentati di 3.000, mentre, secondo un rilevamento del ministero di Grazia e Giustizia effettuato in sette grossi giudiziari, su 2.254 tossicodipendenti, presenti al 31 marzo '91, 1.228 risultavano detenuti per la legge 162 (il 54,48%!), è evidente che, per la stragrande maggioranza, si tratta di tossicodipendenti, di consumatori che, trattati alla stregua di "spacciatori" dopo l'abolizione della modica quantità, hanno mantenuto tutti i precedenti comportamenti. La penalizzazione del consumo, il carcere non ha rappresentato alcuna deterrenza per il consumatore di droghe,

e questo può essere già considerato un fallimento della strategia proibizionista.

Ma vi è anche un altro aspetto: il carcere è anche il luogo in cui, oggi, circola più droga rispetto ad ogni altro quartiere della città (a parità di densità di utenza). Vuol dire che la catena del consumo e quindi del reato, e poi della pena, continua a svolgersi negli stessi termini, e questo è un altro aspetto del fallimento della strategia proibizionista, l'aspetto più paradossale, un vero e proprio circolo vizioso da cui si può - letteralmente - non uscire: un tossicodipendente trovato in possesso di droga è arrestato, viene processato, condannato, viene sbattuto in galera dove continuerà facilmente ad avere la droga e se verrà scoperto, sarà processato di nuovo, verrà condannato ad una pena ulteriore da scontare in carcere dove è già detenuto... e così via a ricominciare.

Qual'è la risposta istituzionale?

50 sezioni interne alle case circondariali e 27 case mandamentali con 20 - 30 posti ciascuna. Sono state predisposte dal ministero su mandato esplicito dell'art. 30 della legge 162 che prescrive che "la pena detentiva nei confronti di persona condannata per reati commessi in relazione al proprio stato di tossicodipendente deve essere scontata in istituti idonei per lo svolgimento di programmi terapeutici e socio-riabilitativi".

Questi circuiti speciali per tossicodipendenti sono veri e propri monumenti all'ipocrisia ed al fallimento di una legge che la propaganda di un anno fà voleva tesa al recupero e non alla reclusione dei drogati, alla deterrenza e non alla ghettizzazione. Nuovi lazzaretti che ricordano e ripropongono su scala ben più significativa e preoccupante la realtà, ancora esistente, dei manicomi giudiziari.

Non è un caso che un anno fà, durante uno di quei giri che di solito noi radicali facciamo nelle carceri, soprattutto d'estate, abbiamo scoperto nel manicomio giudiziario di Reggio Emilia, portato alla attenzione pubblica e risolto, il caso di un internato malato terminale di Aids, dimenticato lì, in uno di quei posti che per pudore oggi la legge definisce "ospedali psichiatrici giudiziari" mentre fino a qualche tempo fà si denominavano meno ipocritamente "manicomi giudiziari", e tali restano, anche dopo la chiusura dei manicomi civili, luoghi dove si trovano depositati quelli che un magistrato ha chiamato "gli avanzi della giustizia". Proprio in questi giorni, ci è stato segnalato un altro caso: un giovane malato di Aids affetto da crisi depressive legato al letto di contenzione nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino.

Gli O.P.G. sono quei luoghi dell'ipocrisia istituzionale che registrano forse punte più feroci di sadismo, ma che presentano più di una analogia, forse sono già una prefigurazione delle sezioni per tossicodipendenti. La pretesa e l'illusione sono sicuramente le stesse, quelle di curare attraverso il sorvegliare, con il punire in cui si risolve il sorvegliare: i prosciolti folli come i drogati persi.

Si tratta di luoghi dell'illusione rieducativa innestati nella crisi più generale, costituzionale e ordinamentale, dell'istituzione carceraria che non riesce ad assolvere alla sua funzione "riabilitativa" e "risocializzante", forse perchè è una funzione paradossale quella di educare alla libertà e alla responsabilità attraverso un sistema di obblighi, di veti, di misure privative della libertà e della responsabilità: un controsenso che non riesce a cambiare il carcere da quello che è, un milieu criminogeno, la migliore scuola del delitto, e non riesce a cambiare i detenuti da persone che quando sono dentro fanno di tutto per uscire e quando sono fuori fanno di tutto per rientrare.

Anche, soprattutto, le sezioni definite "a sicurezza attenuata", come per altri versi quelle comunità terapeutiche impregnate di culture disciplinari e salvifiche della riabilitazione, non si sottraggono a questa illusione. Una circolare ministeriale, infatti, definisce i criteri di accesso alle sezioni a sicurezza attenuata: da una equipe di operatori saranno valutate la spinta motivazionale a partecipare al trattamento, l'avvenuta disintossicazione, la disponibilità a partecipare alle attività lavorative e di studio, la sottoscrizione di un patto terapeutico, la possibilità di fruire dei benefici carcerari ecc.

Comunque sia, una soluzione che vale per pochissimi, selezionati tossicodipendenti, i già motivati, i meno emarginati oppure i più abili nell'aggirarsi nei labirinti istituzionali. L'unica sezione di questo tipo in funzione in Italia è a Sollicciano, 30 posti; un'altra è progettata a Rimini, altri 30 posti: su un totale di diecimila detenuti tossicodipendenti!

Si capisce che è un'operazione di pura immagine, la simulazione di un programma di controllo e riabilitazione. Per il resto dei detenuti tossicodipendenti, niente benefici di legge, niente lavoro, analisi coatte delle urine, schedatura e disintossicazione.

La disintossicazione avviene - di solito, in centri clinici, invivibili, emarginanti - attraverso la somministrazione di metadone a scalare per coloro già in terapia presso i servizi pubblici mentre per pochi altri, vale la tendenza a somministrare dosaggi bassi: in tutto erano 184 i detenuti in trattamento metadonico al 31/12/90: 184 su 7.299 detenuti classificati come tossicodipendenti!

Per gli altri, è invalsa l'abitudine, in molte carceri, di far passare la crisi di astinenza senza alcun sostegno, se non con dolci, zucchero, marmellate e simili (molti operatori penitenziari e sanitari si vantano di questo "superamento naturale" della crisi!).

E' dominante una concezione espiativa, premiale, indulgenziale tipica di un sistema inquisitorio, totalitario, che pretende l'atto della fede quale segno del ravvedimento e presume di rieducare attraverso veti, afflizioni e privazioni...

Ed è la stessa concezione nemica di una politica laica, pragmatica, di buon senso, di buon governo, di affrontamento di una emergenza come quella dell'Aids in carcere, una concezione nemica di una politica di limitazione del danno, che non ammette la distribuzione e l'uso in carcere del metadone, delle siringhe o del preservativo, perchè in carcere è reato avere rapporti sessuali (pensate un pò: atti osceni in luogo pubblico!), perchè non si può concepire o ammettere che il luogo massimo dell'espiazione e della deterrenza nei confronti di comportamenti criminali sia invece il luogo dove più facilmente tali comportamenti continuano a svolgersi e a perfezionarsi.

Nonostante il numero dei detenuti tossicodipendenti che, abbiamo detto, al 31/12/90 erano 7.299 su 24.670; nonostante 2.046 di essi erano sieropositivi, 293 in fase ARC, 39 in Aids conclamata. Totale: 2.378. E a questi vanno aggiunti 111 sieropositivi non classificati come tossicodipendenti.

Nonostante il 14,69% delle persone sottoposte a screening all'entrata in carcere siano risultate positive al test.

Nonostante continui ad esserci in carcere un uso collettivo delle siringhe usate per iniettare sostanze (una siringa arriva a costare 200.000 lire e più ed essendo un bene prezioso non viene buttata via finchè non buca più).

Nonostante il confronto tra due studi su "tossicodipendenza e infezione da Hiv" condotti da uno stesso gruppo di ricercatori in anni diversi abbia confermato la maggiore sieropositività tra coloro che hanno avuto una o più esperienze carcerarie.

Nonostante, da questo confronto, sia risultata peggiorata la situazione sia per quanto riguarda la proporzione di quanti in carcere continuano a far uso di droga (dal 25,6% del primo studio al 42,2% del secondo) che di coloro che usano eroina (dal 19% al 65,4%).

Nonostante i decessi per overdose che - come risulta dai dati ufficiali del Ministero dell'Interno - sono avvenuti, per quanto riguarda i primi sei mesi del '90, in misura maggiore all'interno delle carceri. C'è da notare, a questo proposito, che nei primi mesi del '91 l'incidenza generale dei morti per overdose si è avvicinata ai valori di incidenza in carcere. L'ipotesi avanzata dall'Old (Osservatorio delle leggi sulla droga) è plausibile e chiama in causa la legge 162: "una maggiore circolazione di sostanze di cattiva qualità (come in carcere), una situazione di maggiore clandestinità (come in carcere), che comporta anche situazioni igieniche peggiori (come in carcere)".

Ciononostante, niente metadone per limitare l'uso di eroina, niente preservativi, niente siringhe per limitare la diffusione dell'Aids all'interno delle carceri.

Nicolò Amato, per molti versi, è certamente un ottimo direttore generale delle carceri.

Ha diffuso una circolare con precise e tassative disposizioni alle direzioni degli istituti ai fini del ricovero e della scarcerazione dei detenuti classificati nella fase di Aids conclamata.

Dopo una campagna condotta dal Partito radicale un mese fa per la scarcerazione di Rosa Masci, detenuta a Rebibbia, affetta dal virus Hiv in fase Arc, semiparalizzata, in gravissime condizioni, Nicolò Amato ha accolto, in un incontro immediatamente successivo alla soluzione del caso di Rosa Masci (intanto ci è stato segnalato un altro caso, sempre a Rebibbia), la richiesta dei radicali che venissero recepite in una nuova circolare da inviare a tutti gli istituti le determinazioni recentemente acquisite dal Comitato nazionale per la lotta all'Aids secondo le quali anche le fasi Las o Arc, precedenti alla cosiddetta Aids conclamata, si caratterizzano per una tale gravità da configurare anch'esse l'incompatibilità con lo stato di detenzione.

Nicolò Amato è anche un sostenitore della proposta di legge, che noi condividiamo, per la sospensione obbligatoria della pena nei casi gravi di Aids.

Ebbene, Nicolò Amato, nonostante tutto, sui preservativi in carcere, sulle siringhe monouso autobloccanti, mantiene tutti i pregiudizi e le ipocrisie dei proibizionisti.

E rispetto al pericolo dell'Aids, quello che riesce a concepire è uno screening di massa obbligatorio e non anonimo, giustificandolo ora con necessità di prevenzione (motivazione contraddetta dallo stesso ministero della Sanità e dall'OMS) ora con necessità statistiche (da questo punto di vista l'obiettivo potrebbe essere raggiunto con uno screening volontario o quantomeno anonimo, mettendo in atto le condizioni per un consenso informato): in realtà, si ripropone una logica di controllo da parte degli operatori penitenziari, per cui sapere nome e cognome dà la sensazione di sapere "con chi si ha a che fare", di essere al sicuro, ma anche una pratica di repressione dei comportamenti sessuali.

Lo screening, per chi si trova nell'impossibilità di adottare misure preventive rispetto ai comportamenti diffusi nel carcere, quali l'assunzione di sostanze per via endovenosa e i rapporti omosessuali, rappresenta una "alternativa" rassicurante che, a ben vedere, non è altro che il portato della politica proibizionista.

Droga e Aids, lo stretto rapporto esistente tra consumo di droga proibita e sieropositività (in Italia ogni dieci persone con il virus dell'Aids sette sono tossicodipendenti), "fa gioco" al proibizionismo, al suo impatto sull'immaginario collettivo, al suo modo di concepire la "lotta alla droga", vale a dire: alla droga nella sua più assoluta astrazione, non alla droga che fa male, ma alla droga che è il Male, una espressione del demonio, come in altri tempi, non lontani, era il Sesso.

Ragion per cui, per i nostri legislatori, non vi sono le vittime di questa droga (e, quindi, dell'Aids) mai regolamentata e mai gestita con responsabilità e senza ipocrisie; non vi sono le vittime di queste leggi, tanto più criminogene e permissive, quanto più sono repressive. No. Vi sono "le vittime della droga", vale a dire di una sostanza, di un feticcio assassino (che, non a caso, assume anche le vesti dell'Aids, del "male oscuro", "la peste del duemila") e, secondo la legge in vigore, vi sono i consumatori, i "soggetti deboli" colpevoli di non sapergli resistere, di volta in volta da tutelare o esorcizzare, liberare o mandare al rogo, in galera o in comunità.

In nessun caso, insomma, vi devono essere cittadini consapevoli, che esercitano una libertà personale.

Della droga, sulla droga, si sta facendo una guerra finta che prevede delle vittime vere: i drogati stessi, vittime della droga libera e delle leggi repressive; gli scippati, i rapinati a causa del mercato nero; i poliziotti e i magistrati corrotti e paralizzati dalla legge proibizionista; i cittadini colpiti dalla conseguente paralisi della giustizia e dal colossale sviamento delle forze dell'ordine.

Oggi, forse più che mai, si può a ragione dire "governo della malavita" e poter intendere, ad un tempo, un governo espresso dalla malavita e che la esprime, che promuove il sistema di illegalità criminale e poteri speciali, di servizi segreti e deviati, di informazione e ricatto che a loro volta decidono della vita politica e istituzionale.

Ancora una volta, è l'autoreferenzialità che ripropone il suo schema e il circolo vizioso che dal proibizionismo corre veloce verso il permissivismo criminale: la legge proibizionista offre alla mafia un affare da quarantamila miliardi di lire; la mafia offre al mercato droga libera e letale; il mercato nero offre al governo il pretesto per leggi e apparati più repressivi che offrono alla mafia più denaro per comprare potere e potenti.

Tutto questo mentre i cittadini perdono garanzie di legalità, diritto, giustizia, libertà. Mentre i tossicodipendenti muoiono di droga proibita, quelli detenuti di carcere, di Aids, nella disattenzione generale.

 
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