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Drcar Mojca, Pannella Marco - 18 ottobre 1991
Jugoslavia: lo specchio della verità dell'intera Europa
Intervista a Marco Pannella

SOMMARIO: Secondo Pannella, la ex Jugoslavia è "lo specchio della verità dell'intera Europa". L'arroganza di Milosevic viene trattata dall'Europa come accadde con quella di Franco, di Mussolini o di Hitler. Purtroppo, nei suoi confronti si continua la politica di solidarietà con gli oppressori di allora. Ricorda le iniziative dei radicali e sue, a Trieste come in Slovenia, a sostegno della democrazia, ma anche ricorda il silenzio e l'ostracismo di cui è stato fatto segno in Slovenia. Il partito transnazionale ha "minime" possibilità di vita, anche se conta deputati e uomini di governo di parecchi paesi, ecc. Suggerisce alla nuova Slovenia e a tutte le repubbliche exjugoslave di concedere le più ampie "autonomie" alle minoranze interne. Infine, ad alcune delle domande della giornalista risponderà inviandole la mozione che sarà approvata dal prossimo Consiglio federale del partito radicale.

(DELO, 18 ottobre 1991)

D. Il Pr e Pannella han fatto gesti abbastanza inconsueti verso la Jugoslavia. Perché un atto così inconsueto come il digiuno, in un mondo che non si preoccupa tanto dei drammi altrui?

R. Per la verità, da qualche mese, l'ex Jugoslavia è anche lo specchio della verità dell'intera Europa, dell'Italia, delle grandi forze politiche dominanti nella "democrazia reale", che sta alla democrazia ed ai suoi ideali come il "socialismo reale" stava all'utopia comunista.

Ed è uno specchio che riflette il volto orrido, putrefatto, senz'anima, contagioso di questa fine di secolo, e dei demoni che l'hanno attraversato e dominato. L'arroganza e la ferocia di Milosevic vengono trattate come quella di Franco, l'usurpatore e il golpista spagnolo, o quella di Hitler quando comincia la sua resistibile ascesa, o del Mussolini che porta la civiltà romana gassando gli etiopi, dei dittatori razzisti e demagoghi, comunisti o fascisti, mediorientali o africani.

Cercano di saziarlo, fanno i neutrali fra gli aggressori e gli aggrediti, impongono la pace agli oppressi e lasciano la guerra e la violenza agli oppressori.

Il Partito Radicale è nonviolento, gandhiano, democratico; non genericamente pacifista. Di fronte a quel che accade da voi, e nel mondo, in Europa, in Italia in relazione a voi, occorre impugnare le armi: per noi sono quelle della nonviolenza, uccidendo l'altro. Ma si con-vince, si vince insieme.

D. Al Parlamento europeo ha avuto parole ed iniziative di accento diverso rispetto agli altri perché?

R. Come al Parlamento italiano, o i nostri compagni radicali, anche radicali, del Partito transnazionale e transpartitico, nei parlamenti romeno, cecoslovacco, nel soviet supremo, in ucraina, o in azerbaigian, dovunque vi sono radicai del PR. Perché - lo ripeto - la Comunità europea continua la politica tragica e vile che portò agli accordi di Monaco con Hitler e Mussolini, malgrado l'occupazione dei Sudeti, l'Anchluss, i campi di concentramento; che fece intervenire Italia Germania a fianco del golpista Franco, mentre la Francia del Front Populaire di Leon Blum non intervenne.

Perché Slovenia e Croazia hanno democraticamente scelto la loro indipendenza, nel quadro - inizialmente - di una confederazione jugoslava, e dell'Unione Europea; perché il Kossovo ha da tempo mostrato il sostanziale fascismo di Milosevic e del suo esercito golpista. Perché i serbi sono i primi ad essere oppressi, anche se nessuno sembra rendersene conto. Perché si continua così la politica solidarietà con gli oppressori, come nell'Ungheria del 1956, nella Cecoslovacchia del 1968, e oggi della Cina di Tien-en-men, o - per anni - del regime nazi-comunista di Pol-Pot... o di Assad in Siria. Un Partito democratico, internazionalista, federalista intransigente, nonviolento se anche che il prezzo di tutto questo può esser l'affermarsi anche da voi, o ancor più nella Croazia aggredita e occupata, o nel Kossovo, di tentazioni di estrema destra, militariste, violente, fasciste.

Poi, se mi consente, c'è il fatto che già nel 1978, nel Consiglio Comunale di Trieste, di fronte ad Almirante ed al Sindaco Cecovini, le mie prime parole furono: "Io sono sloveno"; che dal 1980 quasi ogni anno, con il Parlamento Europeo, ho discusso e proposto ai massimi livelli federali sempre una Jugoslavia democratica, libera, nell'ambito della Comunità Europea. E che nel 1989 vi erano centinaia di iscritti al PR in Slovenia e in Jugoslavia.

E adesso?

Nella Slovenia jugoslava e sotto il regime "comunista" l'interesse per noi era forte. Quando venivo ero conteso da interviste, da radio, da riunioni. Nella Jugoslavia democratica - a parte Zoran che è tornato ad iscriversi - ci si interessa di più alle forze partitocratiche tradizionali: Craxi o Altissimo, "socialisti" o "liberali" (le virgolette mi sembrano opportune), alle internazionali partitocratiche, ed alla politica unicamente nazionale. Sono stato a Lubiana un paio di volte; la prima non sono riuscito a vedere altri che gli amici del Partito della riforma, sul piano ufficiale; e singoli politici. Giornalisti praticamente no. La seconda ero come parlamentare europeo, oltre che come Partito Radicale, a condividere con voi i pericoli dell'aggressione, quando sembrava vicinissima anche Lubiana.

Devo al membro del Presidenza Slobez, al Presidente della Repubblica, ed a pochissimi altri se quel soggiorno non è restato del tutto clandestino ed ignorato, inutilizzato. Altrimenti sarei stato solamente con tre eroici iscritti al PR... E questa è la prima intervista - e ve ne sono grato - con cui si compie il diritto-dovere di informare gli sloveni sul nostro impegno fraterno e concreto.

D. Quali possibilità di successo ha la politica transnazionale radicale? Sono molto pochi i radicali che sono impegnati in questa impresa.

R. Sono possibilità minime, tanto quanto la necessità e l'ambizione delle nostre scelte sono invece, ne sono sicuro, letteralmente "vitali".

Resta però il fatto che, oggi, nel Consiglio Federale del Partito Radicale, che ho l'onore di presiedere vi sono uomini di governo di quattro paesi, deputati o senatori o leader politici rumeni (otto), sovietici (tre), russi (cinque), atzeri (azerbaigian, due), ucraini (tre) cecoslovacchi (tre), per limitarci a paesi dell'est europeo. Nessuno sembra sapere che, fra questi, ed i più cari, vi sono il Vice-Presidente del Consiglio croato Tomac, il vostro vice-ministro degli Esteri Zoltan, membri della Presidenza del Partito Democristiano e del Partito liberale del Kossovo.

Per il Partito della nonviolenza politica, che non può non essere partito di militanti e di azioni di base, popolare, del federalismo democratico, dell'intransigenza antiautoritaria e antipartitocratica, dello Stato e della società di diritto, se il loro esempio non sarà seguito da migliaia e migliaia di persone, subito, il successo di un disegno, certo ambiziosissimo, ma di urgente necessità, è vitale. In Italia, in questi giorni, si sono iscritti anche ministri, come il socialista Tonioli, con altri cinque deputati craxiani, un altro deputato, Nardone, del PDS - ex-PCI, che si aggiunge a Wiler Bordon, dello stesso partito, deputato di Trieste, che entrano nel Consiglio Federale, dove già siedono leader e deputati verdi, liberali, federalisti europei... Che a Bruxelles o a Roma il nostro prestigio presso i massimi vertici comunitari e nazionali italiani cresca, non è negato nemmeno dagli avversari. Tutto questo è poco, ma è già assolutamente straordinario, singolare. Ma lo sforzo è così grande che o si molt

iplicano, di centuplicano, in Slovenia come in Belgio, nel Burkina Faso e in America gli aderenti, o sappiamo perfettamente che non ce la faremo.

Occorre che anche la Slovenia, ed i democratici sloveni riprendano l'iniziativa; già nell'ambito della conferenza dell'Aja. Penso che senza presunzione il migliorato comportamento della Comunità Europea e del Governo italiano sia dovuto anche alla nostra pressione interna, parlamentare e nonviolenta. Occorre subito rilanciare, da parte di tutti noi democratici di qualsiasi nazionalista, il discorso che in modo spudorato Milosevic ed i generali golpisti dell'Armata hanno inizialmente lasciato circolare: in tutte le Repubbliche dell'ex-Jugoslavia occorre riconoscere amplissime autonomie alle minoranze interne. In Slavonia, certo. Ma ancor più certamente per il Kossovo albanese, cui dovrà riconoscersi il diritto dell'autodeterminazione. Occorre che dall'Europa vi siano forze radicali e nonviolente che facciano campagna perché i responsabili jugoslavi del golpe dell'armata siano riconosciuti come criminali di guerra e come razzisti, e dato l'ostracismo e il boicottaggio a Milosevic ed ai suoi, perché la libertà

e la democrazia e la tolleranza si affermino anche in Serbia. E rilanciare la nonviolenza e le sue ragioni vitali nelle nuove generazioni vostre che possono erroneamente credere che le armi e gli eserciti siano essenziali alla pace.

D. Giudizio sulla conferenza dell'Aja. Che significa l'abbandono da parte del blocco serbo della conferenza?

R. Significa che finalmente stiamo cominciando ad ottenere che Milosevic e l'Armata siano posti con le spalle al muro, che non possano più imbrogliare l'opinione pubblica, e siano isolati loro, oppressori ed aggressori, non voi altri.

D. Cosa si può fare ora politicamente? Riconoscimento delle repubbliche..., ma oltre a questo?

Regole internazionali per le minoranze dei nuovi stati. Tutte le minoranze, non solo quella serba che ha dietro di sé una fortissima lobby, quella dell'esercito!

 
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