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Fotia Carmine, Pannella Marco - 29 novembre 1991
Il presidente si dimetterà
Marco Pannella spiega le ragioni del suo impeachment

di Carmine Fotia

SOMMARIO: Pannella sostiene che il Presidente Cossiga si dimetterà abbastanza presto, prima della scadenza del mandato. Fa la storia della sua iniziativa per la messa in stato d'accusa del presidente. Denuncia poi le corresponsabilità del PDS. Nel corso dell'intervista, che si svolge nel Transatlantico di Montecitorio, viene ad incrociarsi con Pannella e Fotia l'esponente comunista Massimo d'Alema, e vi è uno scambio di battute. Infine, Pannella sostiene che sulla messa in stato d'accusa "bisogna andare fino in fondo, subito".

(IL MANIFESTO, 29 novembre 1991)

Il ciclone Pannella, questa volta, si abbatte sul capo dello stato. L'aveva preannunciata ad agosto, ora la sua richiesta di messa in stato d'accusa di Francesco Cossiga - 644 pagine, 47 di testo e il resto di allegati - è depositata presso il comitato presieduto dal pidiessino Macis. Secondo Pannella, il presidente della repubblica si dimetterà.

Lo farà, spiega Pannella, perché così "otterrà il massimo di efficacia del suo intervento. Magari lo farà a Capodanno, a Pasqua, o due ore prima della scadenza del mandato"; lo farà, perché così "si garantirà per il dopo. Cossiga ha timore delle reazioni, si preoccupa, si allarma. Quando avrà finito di fare il capo dello stato cosa farà? Sarà arrestato, amato, santificato? Verranno a maturazione i processi per diffamazione, i reati ministeriali, le sue responsabilità su Moro". Il leader radicale vede anche una logica politica nelle ipotizzate dimissioni del presidente: "Vuole avere, dopo di sé, un presidente che metta a frutto la situazione sfascista da lui realizzata. Potrebbe scegliere di dimettersi per far eleggere subito Craxi o Forlani".

Pannella racconta la storia di un impeachment lungo un anno, di una serie di prese di posizioni critiche che hanno accompagnato le esternazioni e gli atti presidenziali: "Nel novembre del 1990 gli dissi: dimettiti e fai il capo partito. Nel gennaio del 1991, sulla "Stampa", scrissi che eravamo di fronte a un attentato alla costituzione. Non si trattava di un solo atto: quell'attentato si collegava con il Cossiga del maggio '77, quando fu assassinata Giorgiana Masi e quando lui, ministro dell'interno, voleva 30 morti per estendere a tutto il paese le leggi speciali applicate a Roma. Si collegava con lo scioglimento delle camere del 1987 concordato con Natta". E poi, continua il racconto del leader radicale, "a maggio entrai in polemica con Luciano Violante, Felice Casson e Stefano Rodotà sostenendo che dovevano rispondere ai suoi insulti trascinandolo in tribunale". Così si arriva a luglio: "Tempo prima Cossiga mi aveva chiamato per farmi gli auguri per il mio compleanno. Io, allora, e l'episodio è raccontato

in parte nel libro di Paolo Guzzanti, lo chiamai per il suo compleanno e gli dissi: `Guarda che non scherzo, se non vai in galera tu, non ci va nessuno. Io ti denuncerò, e bada che è da sette mesi che ci lavoro'".

Adesso Pannella ne ha anche per il Pds: "Mentre io parlavo di attentato alla costituzione, il Pds e Cossiga (fanno testo gli incontri al Quirinale con Massimo D'Alema) si comportava come i ladri di Pisa: litigavano di giorno e di notte si incontravano. Io li attaccai, dicendo che erano complici".

Per uno di quei casi che a raccontarli non ci si crede mentre Pannella parla così, in un transatlantico semi-deserto, si materializza proprio Massimo D'Alema, e Pannella gli si rivolge: "L'attentato alla costituzione è un atto perpetrato nel corso del tempo, anche mentre tu andavi al Quirinale". Replica il dirigente del Pds: "Se il capo dello stato ti convoca per comunicazioni urgenti, che fai, non ci vai? E poi, il fatto di rispondere al telefono non può essere scambiato per una legittimazione di comportamenti. Per la richiesta di impeachment non bastava un solo atto, e noi abbiamo atteso che si configurasse l'ipotesi dell'attentato attraverso la successione di una serie di atti".

Ma torniamo all'impeachment di Pannella: "In agosto annunciai che l'avrei presentato e lo preparai in pochi giorni: la dottrina mi sembrava unanime nel ritenere che fossimo di fronte all'ipotesi di attentato alla costituzione. Diffusi il testo della mia denuncia e notai che, per l'ennesima volta i mass-media mi censuravano. Allora decisi di attendere: nel frattempo era stata presentata la richiesta di indagine di Pierluigi Onorato che ricalcava per quattro quinti la mia. Pensai: meglio aspettare e vedere quali obiezioni verranno fatte, in modo da porvi riparo. Passarono cinque settimane, e il presidente Macis non prendeva alcuna iniziativa. E siamo ai primi di ottobre. Adesso c'è l'annuncio di quella del Pds e io ho presentato la mia: spero proprio che Macis si comporti diversamente, ora. La guerra è una cosa seria, siamo alla prova della verità, tutti quelli insultati da Cossiga lo devono querelare, trascinarlo in tribunale. Quanto alla messa in stato d'accusa, bisogna andare fino in fondo, subito. Ho senti

to un illustre costituzionalista che mi ha detto: tu hai ragione, ma non mi sento di schierarmi con Gava contro Cossiga. Gli ho risposto: ma guarda che Cossiga e Gava sono la stessa cosa".

E ora che succederà? "Dobbiamo andare fino in fondo - afferma il leader radicale - se verrà respinta la richiesta di messa in stato d'accusa, ne ripresenteremo un altra. E voglio vedere i repubblicani, i liberali, voglio vedere Mariotto Segni, come voteranno".

 
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