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Pannella Marco - 26 dicembre 1991
PREMESSE, RIFLESSIONI, RAGIONI SPARSE, (ANCHE) PER L'"AZIONE DIRETTA NONVIOLENTA" IN CROAZIA. A FUTURA MEMORIA

SOMMARIO: Di seguito il documento riguardante "l'azione diretta nonviolenta del Pr sul fronte della democrazia, della pace, della libertà, con i difensori croati di Osijek" di Marco Pannella, Roberto Cicciomessere, Sandro Ottoni, Olivier Dupuis e Renato Fiorelli, Renato Berté, Lorenzo Strik Lievers in servizio di prima linea non armato fra i difensori delle città e delle popolazioni croate.

Roma, 26 Dicembre 1991

1) Il Partito Radicale si propone istituzionalmente di organizzare per la prima volta nella vita politica e sociale la nonviolenza come partito politico, cioè come parte e forza nei conflitti, tale da poter vincere o esser battuta; e non più, come finora nella storia, costituire forza di testimonianza, di mera reazione, o di ripiegamento nel sostegno della "violenza degli aggrediti" o "la più vicina al diritto ed alla giustizia".

2) A questo fine il carattere internazionalista, transnazionale e transpartito, del PR è assolutamente insuperabile. D'altra parte questa caratteristica è egualmente co-essenziale a qualsiasi altra lotta vitale, fondamentale del nostro tempo e della nostra società. Non c'è Riforma della politica, e vera politica di Riforma, che possa esser onestamente perseguita senza un tale tipo di soggetto politico e sociale, necessario anche se non sufficiente per il perseguimento di ideali di democrazia, di libertà, di giustizia e di pace.

3) Il Partito Radicale ha acquisito la convinzione che tale forza possa cominciare ad essere adeguata allo scopo generale, ideale e politico, a partire dalla realtà organizzata di almeno cinquantamila militanti nel mondo, comunque distribuiti, ma organizzati secondo i criteri e le regole proprie del Partito Radicale. Tale realtà è molto lontana almeno sul piano quantitativo, se non su quello cronologico.

Per questo il compito prioritario del Partito Radicale è di insistere nell'opera di costruzione della realtà transnazionale e transpartitica, e nulla deve ipotecare questa priorità.

4) Ma la caratteristica del Partito Radicale è anche quella di non essere, di non potere e di non volere essere, forza esclusiva, di rappresentanza, di appartenenza, dei propri membri. Ma strumento, utensile, per la realizzazione di obiettivi puntuali, per grandi che essi siano o appaiano. Sicchè coloro che sono (anche) radicali del PR non devono o non possono limitare le loro assunzioni di responsabilità e le loro militanze a quelle proprie - di volta in volta - al PR. E' per altro verso evidente l'interesse del PR, autonomo, di appoggiare eventualmente quelle iniziative individuali (o prese nel quadro di altre organizzazioni) da parte di propri membri che siano direttamente interessanti per il perseguimento dei propri obiettivi.

5) La scelta di un nuovo simbolo, espressione di transnazionalità e di ispirazione nonviolenta-politica, si rivela sempre più adeguata alle urgenze ed alle evenienze della nostra società e del nostro tempo. Non si tratta di "intuizione": di queste, e di immensamente feconde sul piano filosofico e culturale, ve ne sono molte e riconosciute. Si tratta invece di andare oltre, nella durata ("forma delle cose" secondo Bergson) e nella personalità non individualistica ("intellettuale collettivo" gramsciano?), superando il divorzio, caratteristico del nostro tempo e di ogni altro di grandi crisi umane, fra scienza, coscienza da una parte, e politica e potere dall'altra. L'adeguatezza temporale, l'integrità politica e individuale costituiscono ragione aggiunta, e autonoma, della filosofia della prassi, di fatto e storicamente, rilevabile nell'esistenza del PR. D'altra parte per due decenni il "vecchio" PR aveva rivendicato al suo Statuto il carattere di felice "segmento di teoria della prassi".

6) Il "fronte ex-jugoslavo" rischia di costituire un fattore di recupero e di rafforzamento esplosivo ed implosivo, entropico per molti suoi aspetti, della cultura politica delle classi dominanti e dei popoli che ha caratterizzato la concreta storia del secolo, oltre i tragici momenti di contrapposizione che lo hanno diviso, e unito. V'è anche, infatti, una profonda forma di unità fra la politica (non l'ideologia e non gli ideali, non la cultura (ma sottoscultura nel senso proprio e non dispregiativo di questo termine) che s'arma di stermini alla nazista, alla comunista, alla "cambogiana", connaturali, e quella dei "bombardamenti a tappeto", "terroristici", contro le popolazioni civili ed inermi, fino all'uso della atomica per "accellerare" la fine ormai vicina del conflitto, da parte del "mondo libero"; contradditori, per questi (ma non sappiamo se "solamente" hegelianamente) rispetto ai principi, quanto "connaturali" per gli altri.

7) Il "mondo libero" (ed effettivamente, storicamente, politicamente tale) ha attuato nel secolo una sua strategia nei confronti del mondo, e dei mondi, "totalitari". Il "dovere di non ingerenza" ne è stato il cardine. Si è cercata sempre una forma di convivenza profittevole ai propri interessi dominanti, statuali o economici, di ceto dirigente, con il mondo totalitario, ritenuto spesso come forma propria e necessaria, o opportuna, per popoli "altri". Si è scesi in campo quando l'aggressione era di già in atto, o incombente. Si è in genere offerto al campo totalitario la garanzia di una difesa della propria stabilità interna, nel presupposto che in tal modo si sarebbe garantito un "ordine internazionale", non di rado corrispondente ad una sistemazione di funzioni o di operazioni pseudo-tayloriane delle regioni e dei regimi. In tal modo, costantemente, come regola (con le sue rare eccezioni), si sono abbandonate le popolazioni, le opposizioni (salvando emblematicamente, sul piano fisico, alcune "dissidenze")

democratiche all'idolo delle "sovranità nazionali", "rivoluzioni" comprese. In tal senso, e con contenuti nonviolenti e democratici, il solo Partito Radicale - di rito "italiano" - per due decenni almeno, dal 1965 in poi - ha fornito una "azione" alternativa, di valore soprattutto simbolico ed emblematico, con le sue "azioni dirette nonviolente" nei paesi totalitari, in primo luogo nell'impero comunista, poichè verso questo, ben più che quelle espressioni nazionali di "fascismo", la strategia di mera potenza, e di disprezzo dei diritti umani fondamentali dei popoli sottoposti, è stata rigorosa. Unico precedente: il comportamento negli anni trenta nei confronti della resistibile ascesa del nazismo e del fascismo.

8) Sul fronte "ex-jugoslavo", dunque, i démoni del secolo sembrano riproporsi con tutta la loro forza e sistematicità, con valore di testimonianza del recupero della vecchia politica del "mondo libero" per le eventuali soluzioni neo-totalitarie, militaristiche e antidemocratiche, nell'ex-URSS, così come nell'impero immenso del totalitarismo cinese e, ancora, in aree importanti del Sud del mondo. Spinte nuove potranno aggiungersi, di fronte al ripetersi delle crisi economiche-sociali del primo dopoguerra fino al 1940, ed al loro aggravarsi sul piano planetario grazie anche alla "bomba atomica" demografica, anche a causa della emergenza ecologica, per la quale la risposta fondamentalista rischia di divenire ben presto la sola possibile per un mondo ed una cultura a-democratici e illusoriamente efficientisti.

9) E' infatti indubbio che il focolaio di guerra e di oppressione acceso da Belgrado, da un regime con forte contenuto razzista, sciovinista, populista, violento, ed oppressore e con un esercito putschista e golpista, con radici bolsceviche e ideologia militar-fascista, come principale arma, è stato nel 1991 fortemente sostenuto nei fatti, ed a volte perfino in diritto, dalla Comunità Europea nel suo insieme, dalle singole potenze comunitarie (ad eccezione, parziale e tardiva della Germania) oltre che dagli ambienti dominanti del complesso affaristico, finanziario-militar-industriale, kissingeriano e tradizionalista di ispirazione, e dall'Internazionale socialista. Il ricatto della "guerra altrimenti totale" da parte di Belgrado è stato assunto come ragione per la politica "occidentale" e dell'URSS stessa, così come con Hitler e Stalin degli anni trenta, con Mussolini, Franco e - poi - il sistema dittatoriale del Sud del mondo.

10) La strategia appare semplice, eloquente, evidente, per chi voglia guardare e non chiudersi deliberatamente gli occhi. Se l'inverno russo e ex-sovietico, con la sua crisi economico-sociale spaventosa, con quella istituzionale, con quella dei nazionalismi nutriti dall'odio per "federalismi" giacobini e totalitari, antifederalisti nella loro essenza, perchè antidemocratici e antiliberali, logorerà anche la posizione ed il potere di Yeltsin e dei suoi momentanei alleati, non vi sarà che da lasciar giocare la carta "jugoslava" all'Esercito sovietico, ancorchè superficialmente smembrato, ma unito oltre che dalla "missione" attribuita ancora universalmente agli "eserciti", dal suo coinvolgimento nella crisi economica e sociale.

Il rifiuto profondo, totale di una difesa dei diritti umani ovunque e per tutti, della democrazia come fondamento di un diritto e di un ordine internazionale e planetario, oltre che regionale, della "società di diritto" e della visione della "sussidiarietà" federalista contro gli idoli delle sovranità statual-nazionali, torna a proporsi come politica dominante nei nostri Stati e da parte dei nostri Stati.

11) Sul piano delle sovrastrutture politico-sociali, dei partiti, dei soggetti politici, delle battaglie accidentali ed incidentali, delle congiunture, occorre tentare di rispondere già da ora. Il Partito Radicale di tremila iscritti italiani e di mille di altre nazionalità non può e non deve farlo, pena il travolgere il solo tentativo strategico, ideale e politico organizzato alternativo contro queste tendenze e queste politiche.

12) Se non vi fosse stato, in Italia, il rifiuto pressocchè totale da parte di tutto quel che è, o ha sapore, di "sinistra" organizzata, di prendere in considerazione, di discutere almeno, se non di lasciar secondare, questo nostro tentativo, con una supponenza intellettuale del tutto espressione del "vecchio mondo" nel suo insieme, di "destra" per intenderci, avremmo già potuto lo scorso anno, mobilitare azioni dirette nonviolente (e istituzionali) in Medio Oriente per il non passaggio al momento della risposta militare armata nei confronti e per abbattere il grande massacratore di irakeni, con "brigate nonviolente", del tipo, ma forse più adeguate, delle "brigate repubblicane" nella guerra civile spagnola, persa grazie all'atteggiamento della "Parigi rossa" di leon Blum e di Herriot, del Fronte Popolare con i suoi "lendemains qui chantent".

13) La nostra analisi è semplice. Nei prossimi giorni, eccitati e motivati dalla politica "europea" ed italiota, i "serbi", cioè gli oppressori e gli aguzzini dei serbi in primo luogo, scateneranno molto probabilmente "assalti finali", e già stanno mettendo a ferro e a fuoco non solamente la Slavonia, ma Istria, Dalmazia, ed ogni regione della Croazia. Forse di già della Bosnia-Erzegovina.

Se questa è la probabilità non ci resta, drammaticamente e forse tragicamente, che compiere la tradizionale, ortodossa, scelta nonviolenta-gandhiana: quella di dar corso alla difesa della verità e della giustizia, all'interno di ed accanto a, coloro che rispondono con la violenza alla violenza della guerra che contro di loro viene portata. Come nella Resistenza, di ogni tipo ed in ogni luogo.

14) Uno degli scopi, espliciti nelle azioni, della strategia "serba" è quello di fiaccare ogni risorsa e resistenza democratica all'interno della Croazia, della Bosnia Erzegovina, del Kossovo, spingendo le popolazioni nella disperazioni, nella rabbia, nella rivolta contro la "moderazione", la "remissività", la "tolleranza" che, malgrado contraddizioni (e avremmo voluto vedere l'Italia, la Francia, la Gran Bretagna nelle stesse condizioni!), governano Zagabria, Pristina, e le opposizioni serbe stesse. Occorre, per noi, urgentemente mostrare alle popolazioni martirizzate da questa "Europa", da questo "mondo libero", da Belgrado, che non sono solamente gli Ustascia, gli uomini di guerra (magari "giusta"), le "destre", i nazionalismi di ogni colore, i disperati, i romantici della "nazione" a far fronte alla guerra, alla morte. Com-passione, solidarietà, le si vivono ragionevolmente, umilmente, magari sotto le righe, ma le si vivono. Per questo, assicuratici che il progetto del Partito Radicale, grazie all'impegn

o- questo sì quasi "eroico"- del primo segretario Stanzani, della Presidente Bonino, del Tesoriere Vigevano, di Maurizio Turco e di due decine al massimo dei nostri compagni nel progetto direttamenti impegnati, non sarà messo in ulteriore crisi; certi che centinaia di compagni e compagne radicali, e altri democratici, assicureranno questa difficilissima fase di conclusione della campagna referendaria, ancora a fortissimo rischio; sperando nella mobilitazione di ogni radicale per il successo quantitativo e qualitativo del "congresso italiano" del 9-12 gennaio 1991, per tutto questo, dunque, ci trasferiamo in Croazia per prendere parte, in servizio non armato di prima linea, inquadrati umilmente e con il massimo possibile di autonomia e di responsabilità nelle forze di difesa croate, a questa infame guerra, sul fronte opposto a quello dei De Michelis, dei Mitterand, dei Daladier, e dei Laval, dei Chamberlain e dei Lord Halifax di oggi, come ai tempi delle Resistenze antifasciste e anticomuniste, antitotalitari

e e democratiche. Sul fronte diverso, quanto diverso, dei "pacifisti" di tanta parte del secolo e della violenza.

15) Non intendiamo minimamente facilitare la presenza, nei nostri nuovi luoghi di impegno , dei corvi che sembrano volerci aleggiare attorno, in questa occasione, e che sono gli stessi che ogni giorno hanno colpito e colpiscono con la disinformazione e l'omogenità al potere e alla sua sottocultura corrotta e letale, la nostra difficile opera di democrazia, di tolleranza, di rispetto delle leggi e della legalità, di nonviolenza, di Riforma (che è innanzitutto autoriforma continua) della politica, responsabile delle riforme.

Comunque essi non sanno, ormai, che produrre immagini menzognere, ferite alle identità, alle storie vere dell'anima così come delle idee e delle persone e dei partiti non di regime e non di sistema. Quel che forse si sta per compiere in ex-iugoslavia, per cominciare, è stato reso possibile dall'ostracismo quotidiano, feroce, su tutte le cose che contano, che ci è riservato nel nostro paese, delle cui condizioni abbiamo vergogna .

16) Quello che stiamo facendo, che ci accingiamo a fare, come sempre, non è comprensibile se le ragioni, i motivi, i mezzi, gli ideali e le idee che ne sono cagione, causa prima, non sono conosciute e restano censurate, clandestine.

"Radio Londra", oggi in Italia, non è che "Radio Radicale", nella misura in cui può e riuscirà ad esserlo sempre meglio in questi frangenti. Il Partito di Giustizia e Libertà, della rivoluzione liberale, della pace pacifera, della tolleranza politica, è quello radicale; in quanto tale non ne conosciamo altri, nè conosciamo altri tentativi (fra altri pur rispettabilissimi e nobili) che vadano nella stessa direzione.

Che il 1992 veda il costituirsi quindi, di un grande , numeroso Partito Radicale. E' l'augurio di vita che rivolgiamo a tutti, in Italia, dal Presidente Cossiga ad Occhetto, dal Presidente Andreotti a Craxi, dai Presidenti Iotti e Spadolini a Cossutta e La Malfa, da Trentin ad Agnelli, da Del Turco a Altissimo, da Orlando a Fini da Bossi a Gelli: Ma solamete chi si accinge come noi, a dar vita al partito Radicale del 1992, il nostro grazie, la nostra riconoscenza, ed anche-perchè vergognarsene?- il nostro amore.

 
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