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Marchesi Antonio - 30 aprile 1992
INTERVENTO DI ANTONIO MARCHESI, PRESIDENTE DELLA SEZIONE ITALIANA DI AMNESTY INTERNATIONAL SUL TEMA DELLA PENA DI MORTE
XXXVI CONGRESSO DEL PARTITO RADICALE

Roma, Hotel Ergife, 30 aprile - 3 maggio 1992

SOMMARIO: Documento sulla pena di morte predisposto per il 36· Congresso del Partito radicale (Roma, Hotel Ergife, 30 aprile - 3 maggio)

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Sono molti e convincenti gli argomenti contro l'uso della pena di morte. E' una pena irreversibile. E non sono pochi (e anche se lo fossero sarebbero comunque troppi) gli innocenti giustiziati. La verità è venuta in luce dopo l'esecuzione e non c'è stato nulla da fare. L'errore, quando la pena inflitta è la morte, è definitivo, irreparabile.

Ma c'è di più. La pena di morte è la pena applicata agli sconfitti, ai perdenti. E' un formidabile veicolo di discriminazione. Dove l'opposizione politica pacifica non è tollerata è utilizzata per eliminare gli oppositori. Lo stesso accade nel caso del dissenso religioso. E dove la libertà di pensiero , di credo, di espressione sono garantite viene usata contro gli appartenenti alle fasce più deboli della società. Contro chi non ha denaro o la cultura per difendersi. Le statistiche lo dimostrano in maniera inequivocabile.

Leggendo, in questi giorni, i risultati degli inquietanti sondaggi secondo cui una parte di gran lunga maggioritaria della pubblica opinione - o almeno di quella statunitense - sarebbe favorevole alla pena capitale mi sembra che siano soprattutto altri gli argomenti su cui è assolutamente necessario insistere, se vogliamo efficacemente informare ed educare contro la pena di morte. Quei sondaggi, infatti, non chiariscono che molti dei favorevoli danno assolutamente per scontato che la pena di morte sia una soluzione relativamente indolore, da una parte, e assolutamente efficace, dall'altra, per risolvere il problema della criminalità. Le risposte di chi si dichiara favorevole sono risposte di persone spaventate, insicure, le quali credono di invocare una soluzione al problema che sta loro a cuore, una soluzione accettabile o funzionale. Ma la pena di morte non è efficace contro la criminalità (meno che mai contro la criminalità organizzata).

Negli Stati Uniti cresce l'uso della pena capitale e cresce parallelamente il numero degli omicidi. E in ogni caso la pena di morte non è accettabile, in quanto non è mai "pulita", non è mai indolore, è sempre crudele. E' sempre, quale che sia il metodo impiegato, una forma gravissima di tortura, fisica e psicologica.

Chi viene sottoposto ad esecuzione capitale viene torturato a morte. Dobbiamo impegnarci per togliere di mezzo quell'insieme di pregiudizi sulla pena capitale che sono indubbiamente alla base del consenso che, purtroppo, ancora raccoglie presso l'opinione pubblica.

Sul piano delle proposte concrete di azione vorrei suggerirne subito due. La prima riguarda l'Italia. Per tutta la durata della scorsa legislatura abbiamo tentato di ottenere che la pena di morte, ancora prevista dal Codice Penale Militare di Guerra del 1941, fosse definitivamente espulsa dal nostro ordinamento. Abbiamo raccolto oltre 20.000 firme che sono state consegnate alla Presidente della Camera. Abbiamo raccolto molti consensi tra i deputati. Ma la legislatura si è conclusa senza che si trovasse il tempo per compiere questa scelta di civiltà (e ne sarebbe bastato poco). Chiedo ora al Partito Radicale di fare propria questa battaglia. Noi da parte nostra continueremo ad impegnarci cercando di coinvolgere il maggior numero possibile di nuovi parlamentari.

La seconda iniziativa riguarda l'Europa. Da una parte i tempi sono maturi per lanciare l'idea di una "Europa senza pena di morte". Dall'altra, l'Europa si deve impegnare attivamente nella direzione della abolizione a livello universale. La risoluzione approvata dal Parlamento Europeo sulla base del rapporto Aglietta è uno strumento prezioso in questo senso. Occorre condurre una azione di controllo sulla sua piena e incondizionata attuazione.

Amnesty International, che in questo periodo sta intensificando i suoi sforzi per l'abolizione della pena capitale nel continente europeo è a disposizione per compiere uno sforzo congiunto e coordinato assieme a chiunque voglia lavorare in concreto assieme a noi per questo obiettivo.

Vorrei fare alcune brevi considerazioni, di carattere metodologico (da approfondire eventualmente nella discussione). Innanzitutto, dalla nostra esperienza risulta che, purtroppo, non esistono alternative facili, scorciatoie, rispetto ad un lavoro che proceda dal basso verso l'altro, dal livello nazionale (stato per stato) verso quello internazionale (e non viceversa).

Nell'ordinamento internazionale, come è noto, vi è una coincidenza di legislatori e destinatari delle norme (sono sempre gli Stati).

E' dunque impensabile ottenere passi avanti significativi nel senso della proibizione internazionale della pena di morte se la maggioranza degli stati continuerà a mantenerla nei propri ordinamenti interni. Gli Stati non contribuiranno a vietare a livello internazionale ciò che continua a essere previsto o imposto dalle proprie leggi o dal clima politico dominante. Queste considerazioni non vogliono frenare quegli sforzi che si possono compiere a livello del diritto internazionale. Ma bisogna essere realisti.

Al lavoro finalizzato alla abolizione della pena di morte stato per stato dobbiamo affiancare una attività, sia a livello nazionale che internazionale, finalizzata alla attuazione o all'ampliamento delle limitazioni di legge all'uso della pena di morte. Mi riferisco alla esclusione di determinate categorie di persone quali i minori o agli anziani o alla esclusione della pena capitale per determinati reati (tutti quelli non gravissimi) o a seguito di processi non sufficientemente garantisti. Parallelamente occorre impegnarsi in favore delle moratorie, quali possibili tappe intermedie in vista dell'abolizione permanente.

inoltre, è necessario dare corpo e vigore alle iniziative degli Stati abolizionisti tendenti in qualche modo ad estendere la propria scelta (o almeno gli effetti pratici di quest'ultima) oltre l'ambito della propria giurisdizione, attraverso la non estradizione per reati punibili con la pena capitale e la pressione politica sui paesi mantenitori. I paesi europei in modo particolare devono, secondo le indicazioni che emergono fra l'altro dal rapporto Aglietta, considerare la questione della pena di morte un elemento qualificante nell'ambito delle proprie relazioni internazionali.

In conclusione, in coerenza con quanto accennato a proposito delle difficoltà notevoli legate alle reazioni irrazionali o disinformate della opinione pubblica rispetto al tema della pena di morte, nonché in relazione all'esigenza di "partire dal basso" impegnandosi per l'abolizione stato per stato, mi pare essenziale il coinvolgimento parlamentare nella battaglia per l'abolizione della pena di morte nel nondo.

 
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