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Lins Ulrich - 30 aprile 1992
"L'ESPERANTO, E' PERICOLOSO? "
Ulrich LINS (Germania)

XXXVI CONGRESSO DEL PARTITO RADICALE

Roma, 30 aprile-3 maggio 1992

I COMMISSIONE

U. Lins ha studiato scienze politiche e cultura giapponese, professionalmente si occupa degli scambi universitari tra Germania e Paesi asiatici. E' autore di La lingua pericolosa, storia delle persecuzioni contro l'esperanto sotto Hitler e Stalin.

SOMMARIO: Documento sull'esperanto predisposto per il 36· Congresso del Partito radicale (Roma, Hotel Ergife, 30 aprile - 3 maggio)

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Porre la domanda se l'esperanto sia pericoloso può sembrare strano a molti. Perché una lingua, dietro la quale non sta la potenza di un qualche stato, che è parlata forse solo da alcune centinaia di migliaia di persone, potrebbe essere pericolosa?

Questo se lo domandarono già i primi esperantisti, quando dovettero affrontare avversioni nell'impero zarista. Essi avevano seguito l'appello di Zamenhof per un affratellamento dell'umanità mediante l'eliminazione delle barriere linguistiche e rimasero estremamente sorpresi del fatto che tale finalità apparentemente innocente trovasse un'ostilità inaspettatamente grande. Nelle loro reazioni essi sottolinearono quanto privo di pericolosità fosse ciò a cui miravano. Ma questo non potè eliminare la sospettosità delle autorità zariste, che, per lo più in contrasto con i fatti, collegavano gli esperantisti con i rivoluzionari.

Il movimento esperantista si sviluppò, per fortuna, anche nell'Europa Occidentale, dove in generale regnava uno spirito più tollerante. L'argomentazione degli esperantisti che la loro

lingua poteva significativamente contribuire a facilitare la comunicazione in un'epoca di commercio internazionale, aiutò a guadagnare adepti in Francia e in altri paesi, che godevano i frutti di una pluriennale lotta per la libertà, l'eguaglianza, la fraternità.

Tuttavia, persino in Francia sempre esistettero oppositori - che imputavano all'esperanto fini avversi ai loro interessi - i quali lo marchiarono come pericoloso. Più o meno esplicitamente si trattava del fatto che si temeva l'influenza dell'esperanto sulla mente dei cittadini - cioè il suo effetto di contrappeso alla propaganda nazionalistica. Al fine di contestare ciò, gli esperantisti rispondevano che la lingua internazionale non era affatto contraria alla lealtà nazionale e che un buon cittadino doveva guardare al di là dei confini. Negli anni venti un tale ragionamento non restò privo di eco: il movimento si sviluppò ulteriormente grazie alla neutralità che proclamava, circa i punti di vista politici, religiosi e razziali, e grazie all'atmosfera generale che permetteva la coesistenza di un internazionalismo moderato e con un orgoglioso patriottismo.

Come ognuno sa, tali condizioni generali mutarono radicalmente con l'avanzata del fascismo e del nazismo. Questo si fece sentire specialmente in Germania. Le associazioni esperantiste dovettero sciogliersi nel 1936, dopo avere tentato senza successo di difendere il proprio diritto all'esistenza usando gli argomenti dei decenni precedenti. Non era possibile sopravvivere perché il regime nazista non consentiva un compromesso tra le considerazioni nazionali e quelle internazionali, ma pretendeva una sottomissione completa alle proprie regole. Per la prima volta gli esperantisti sperimentarono che un governo non si dichiarava, nemmeno a sole parole, vincolato a una collaborazione internazionale, che i nazisti condannavano tutto quello che era internazionale e di origine ebraica, e percò secondo loro da distruggere. Ed essi sperimentarono che l'esperanto in sé aveva il marchio della pericolosità.

Quasi contemporaneamente gli esperantisti nell'Unione Sovietica furono colpiti da tremende persecuzioni. Nella Grande Purga degli anni 1937/38 essi furono una categoria prescelta in particolare, destinata all'arresto, al lavoro forzato, alla morte. Il motivo era che l'esperanto serviva come strumento troppo efficace nella comunicazione epistolare dei cittadini sovietici con l'estero, portando notizie dall'Occidente, che spingevano a confronti sfavorevoli per il regime sovietico, ed esportando notizie sulla vita quotidiana dell'Unione Sovietica, che la propaganda ufficiale voleva assolutamente nascondere. L'esperanto rappresentava gli aspetti spontanei dell'internazionalismo, il tentativo autonomo di concretizzare l'utopia rivoluzionaria. Anche se l'ampiezza dell'utilizzazione in tal senso dell'esperanto restò relativamente modesta, ciò fu già sufficiente per farlo dichiarare pericoloso.

Le due grandi persecuzioni mostrarono agli esperantisti che essi avevano sottovalutato le potenzialità dell'esperanto. Essi confidarono sempre che mediante un ampliamento progressivo del numero di coloro che imparano la lingua sarebbe stato possibile ottenere un appoggio ufficiale, che i dubbiosi si sarebbero convinti, mediante gli esempi di uso pratico, dell'utilità della lingua. Quello che essi avevano trascurato di considerare era il fondo politico-sociale nel quale si trovavano ad agire. Essi non volevano o non potevano considerare in quale misura un movimento o un regime politico potesse favorire il lavoro per l'esperanto, e perciò affrontarono impreparati l'oppressione hitleriana e stalinista.

Da tale oppressione essi compresero perché l'esperanto, nel giudizio dei persecutori, era pericoloso. Ma quando presero coscienza delle implicazioni politiche della loro azione, già cominciavano a mutare le condizioni di fondo. Mentre diventava chiaro che l'esperanto poteva vivere solamente in paesi almeno in certa misura democratici, già entrava in crisi tutto ciò che era direttamente avverso all'idea dei contatti internazionali. In teoria, dunque, le condizioni per l'esperanto si facevano molto favorevoli e gli esperantisti ricominciarono a perorare la propria causa secondo la maniera di propaganda d'origine, non perentoria, non aggressiva. Di nuovo non sembrava necessario preoccuparsi della "pericolosità" dell'esperanto.

In effetti nessuno più definisce pericoloso l'esperanto. Ma questo non significa che gli ostacoli siano scomparsi. Per chiarire ciò, per prima cosa consideriamo quelle condizioni esterne che favoriscono l'azione dell'esperanto.

- Ci troviamo in un'epoca di crescenti relazioni internazionali. E' cresciuta la consapevolezza dell'interdipendenza mondiale, si perfezionano i mezzi di comunicazione di massa, che per mezzo dei satelliti veicolano conoscenze sul mondo anche negli angoli più lontani, si diffonde in modo straordinario il turismo internazionale, che consente alle "masse" uno sguardo in ambienti con tradizioni e condizioni di vita radicalmente diverse.

- Quasi non c'è un governo che non dichiari parte essenziale della sua politica il contribuire alla sicurezza della pace e della collaborazione internazionale.

- La situazione linguistica nelle organizzazioni internazionali ha raggiunto un livello critico. Una parte straordinariamente elevata dei bilanci viene dissipata solamente per l'uso delle lingue. Non si trova una via d'uscita dal dilemma tra il principio della parità di diritti delle diverse lingue e la tendenza a essere funzionali e a ridurre le spese.

- L'opposizione all'esperanto motivata su base politico-ideologica è scomparsa insieme con i regimi socialisti. Solo qua e là gli esperantisti incontrano diffidenza, per es. in alcuni paesi islamici a causa dell'origine ebraica di Zamenhof e per il sospetto che l'internazionalità dell'esperanto lo avvicini al sionismo.

Tuttavia, l'esperanto non si diffonde più rapidamente in tali condizioni più favorevoli. L'opposizione attiva è cessata, ma è rimasta un'altra forma di opposizione, che effettivamente ha accompagnato la lingua fin dalla sua nascita. Chiamiamola opposizione passiva. A questo appartiene la disattenzione per il problema dell'uguaglianza dei diritti in fatto di lingue, lo scetticismo sulla possibilità di "vittoria" dell'esperanto, l'ignoranza sulla vitalità dell'esperanto, l'equivoco sulle finalità del movimento.

Alcuni di tali argomenti si possono controbattere facilmente, per esempio il pregiudizio sorprendentemente vivo, che gli esperantisti mirino all'universalizzazione della loro lingua nel senso della svalutazione o addirittura dell'eliminazione delle lingue nazionali. Non è neanche difficile indicare la più che centenaria storia dell'esperanto, quindi le molte prove del suo funzionamento. Non di rado è possibile anmmansire gli oppositori, ma in ogni caso rimane la continua necessità di cercare di correggere le presentazioni errate. A tale riguardo gli esperantisti sono aiutati dal fatto che la tendenza a basare la critica all'esperanto sulla sua artificialità è considerevolmente diminuita rispetto ai decenni precedenti.

Ma su di un punto gli sforzi per ribattere le critiche presentano particolare difficoltà. Si tratta di una delle accuse che si odono più di frequente, cioè che l'esperanto non abbia dietro di sé una cultura. Naturalmete gli esperantisti indicano quanto la lingua ha acquisito in campo culturale, per esempio elencando le opere originali e tradotte della sua letteratura. Ma la difesa non è efficace. Perché?

In primo luogo rendiamoci conto del fatto che l'argomento della mancanza di un fondo culturale dell'esperanto pesa molto nella nostra epoca in cui su scala mondiale rivivono le culture "regionali" e si rafforza la resistenza contro l'omologazione tecnologica. Perciò non c'è da meravigliarsi che sia difficile spazzare via il sospetto che anche l'esperanto contribuisca all'omologazione.

Forse qui la difesa più efficace sarebbe... l'offensiva. Si dovrebbe partire coraggiosamente dalla constatazione che all'esperanto effettivamente manca un fondo culturale. Questo non significa sostenere la tesi che esso non sia capace di rendere sottili sfumature del pensiero umano, che non sia possibile raccontare in esperanto barzellette, che non abbia una propria letteratura, che non sia possibile tradurre in esperanto dal giapponese o dall'arabo. Tutto questo ce l'ha. Tutto questo è possibile. Dicendo che l'esperanto non ha un fondo culturale voglio dire questo: effettivamente non esiste dietro all'esperanto un senso di solidarietà simile, in quanto a forza, a quello che hanno le lingue nazionali. Le lingue nazionali attingono a un'antica eredità culturale e continuamente si sostengono sui sentimenti comuni della rispettiva nazione. In confronto con il fondo culturale sfaccettato e ricco di tradizione che hanno le lingue nazionali, l'esperanto è molto debole, perché si appoggia su di un sentimento di so

lidarietà che è esso stesso debole, cioè il sentimento di solidarietà internazionale. Il nostro mondo si evolve tecnicamente, economicamente, politicamente verso l'internazionalizzazione, ma in contrasto con ciò il sentimento internazionale negli uomini, nelle masse, è del tutto sottosviluppato.

Quando parliamo dell'intensificazione dei rapporti internazionali, non cadiamo in un autoinganno. L'esistenza di più agevoli possibilità di contatto e la penetrazione in ogni luogo delle conquiste tecnico-scientifiche ancora non garantisce l'avvicinamento degli uomini di diverse nazioni e di diverse culture. Spesso è già la mentalità tradizionalista degli uomini a costituire un ostacolo alla loro partecipazione attiva alla vita internazionale, ma possiamo osservare anche che esiste persino una riluttanza ad approfittare di ciò che teoricamente il progresso tecnico ci rende possibile. Nella già menzionata tendenza a resistere all'omologazione internazionale già si è fatto difficile distinguere tra un comprensibile desiderio di difendere la varietà culturale, da un lato, e la tendenza provinciale ad appartarsi dagli altri, a respingere influenze straniere, contribuendo così a una nuova divisione del mondo, dall'altro lato. Milioni di persone viaggiano all'estero, meno per imparare e più per gustare l'estraneit

à, che è meglio che resti estranea. Il turismo di massa fornisce più nutrimento all'appetito di esotismo che innalzamento del livello di conoscenza dell'individuo. In modo del tutto simile, negli slogan sulla rivoluzionaria modernizzazione della rete mondiale di comunicazione, in primo luogo ha importanza il cercare di migliorare e rendere accessibili al massimo i mezzi di comunicazione di massa, quindi la tecnica. Del fatto che le persone comuni dovrebbero avere più possibilità di scambiare direttamente informazioni e di comunicare senza intermediari, quasi non si fa parola in tale contesto. Resta anche il fatto che molti governi, malgrado belle dichiarazioni sulla collaborazione internazionale, si proteggono contro influenze dall'esterno, usano i propri mezzi di comunicazione di massa per veicolare un'immagine del mondo colorata ideologicamente o utilizzano la propria potenza economica per una propaganda culturale unidirezionale.

Solo lentamente riguadagna terreno il riconoscimento del principio che la distensione e la pace devono sentirsi anche nella vita quotidiana dei popoli, che la collaborazione fra glki Stati deve includere la convivenza amichevole dei popoli, delle persone comuni, in spirito di comprensione reciproca. In una parola: noi abbiamo bisogno di un sentimento comune di tutti gli uomini di essere legati gli uni agli altri, un sentimento di solidarietà.

Un tale sentimento in scala minore è sempre esistito e questo è stato il fondo culturale che ha anche dato vita all'esperanto. La lingua di Zamenhof appartiene alla tradizione del cosmopolitismo, che esiste da millenni, sebbene sia restata dormiente per secoli e specialmente durante gli ultimi duecento anni, l'epoca del nazionalismo, è sopravvissuto solo in modesta misura. Le persone che hanno usato l'esperanto non hanno solamente predicato quel sentimento, ma hanno veramente messo in pratica la solidarietà tra gli esseri umani, in grado tale che dittatori opposti fra loro, Hitler e Stalin, hanno marchiato l'esperanto come pericoloso e hanno perseguitato senza pietà i suoi adepti. Hanno quasi sterminato l'esperanto e, con esso, la speranza di un'umanità in via di unificarsi.

L'esperanto è sopravvissuto ai dittatori, di persecuzioni dirette non ce ne sono più, in molti paesi la lingua si diffonde. Ma, come vediamo, forti ostacoli permangono. Abbiamo cercato di chiarirne il carattere. Sembra che essenzialmente sia ancora valido quello che scrisse il liguista statunitense Mario Pei alcuni anni fa: "I governi non favoriscono una lingua internazionale. Essi temono che una tale lingua indebolisca il loro controllo sui rispettivi cittadini. Nonostante tutte le dichiarazioni formali in favore dello spirito dell'internazionalismo sono pochi i governi che veramente sostengono tale spirito".

Ma, a differenza dell'epoca delle dittature, i cittadini possono, anche se solo con lentezza, influenzare i loro governi. E la cosa di cui stiamo parlando è troppo importante per richiedere solamente l'attenzione degli esperantisti. Il problema, di cui l'esperanto vuole essere la soluzione, già trova una vasta comprensione: si comprende cioè sempre più che è necessario sia facilitare le relazioni internazionali sia rispettare il pluralismo culturale democratico nel mondo; che è necessario eliminare il caos delle lingue e insieme sostenere il diritto delle lingue. Ma manca la consapevolezza che il nostro pianeta ha bisogno di un sentimento comune degli esseri umani che lo abitano e che, per dar vita a tale sentimanto e tenerlo vivo, gli uomini devono comunicare fra loro.

 
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