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Pannella Marco, Orlando Federico - 10 luglio 1992
ALL'INGLESE, ROZZO MA EFFICACE
MARCO PANNELLA AL "GIORNALE": SULLA ELEZIONE DIRETTA DEL SINDACO NO AI PAPOCCHI CHE NASCEREBBERO DALLA PROCEDURA D'URGENZA.

"MARTELLI MI HA DETTO: COMBATTERO' FINO IN FONDO NEL PSI LA BATTAGLIA PER L'UNINOMINALE SECCA E ANCHE AL VERTICE DC C'E' CHI E' PRONTO A FARE ALTRETTANTO" - NE IL "MERCATO DELLE VACCHE" ALLA FRANCESE, NE LO "SBARRAMENTO TEDESCO", NE LA LEGA CI SALVEREBBERO DALLA PARTITOCRAZIA.

di Federico Orlando

SOMMARIO: Marco Pannella sostiene che la strada più limpida per arrivare ad ottenere il sistema elettorale maggioritario, uninominale all'inglese, sia nell'elezione del Senato che dei consigli comunali, è quella dei referendum su cui sono state già raccolte le firme necessarie per la loro indizione. La discussione parlamentare porterebbe invece ad un "papocchio". Le ragioni della sua contrarietà al sistema elettorale francese a due turni e al sistema tedesco dello sbarramento del 5 per cento.

(IL GIORNALE, 10 luglio 1992)

Arriva da Strasburgo l'eurodeputato Marco Pannella col borsone pieno di biancheria e di carte nazionali ed europee; si ferma per un'ora e mezzo al Teatro Litta, per uno degli efficacissimi dibattiti di Gard Lerner "Milano-Italia", stavolta dedicato al caso Sofri; poi, dopo mezzanotte, col sollievo di un caffè e di molte sigarette, comincia nella sede del nostro giornale questa lunga chiaccherata sull'elezione diretta del sindaco, anzi su tante cose, dopo aver dato uno sguardo nell'attigua stanza ormai buia: "Il boss non c'è".

Il "boss", naturalmente, è Montanelli. Marco non rinuncia al piacere di crogiolarsi nel rapporto di amore-odio che lo unisce al nostro direttore: gli rinfaccia, fra l'altro, di non aver sposato subito la riforma elettorale all'inglese, che è il sistema "più rozzo ma più efficace" di tutti: in ogni collegio uninominale (si tratti di votare il deputato o il consigliere comunale), il candidato più votato viene eletto e tutti gli altri vanno a casa.

Ora Marco ha presentato una proposta di legge per l'elezione diretta del sindaco, che prevede proprio questo, almeno in prospettiva: due o tre candidati, l'un contro l'altro armati, in ogni collegio uninominale; il partito che ha più eletti governa il Comune e il suo leader è sindaco.

E' questa l'elezione diretta "contestuale" del sindaco e della maggioranza. Appunto ciò cui si deve tendere, per dare agli elettori cose semplici e ai Comuni soluzioni certe.

"Mi sento autorizzato a rivelare - dice il fondatore del movimento radicale, nato quasi quarant'anni fa da una costola intelligente del Partito liberale - un'intenzione di Claudio Martelli. Già al congresso socialista di Bari dell'estate scorsa aveva posto, in un partito immobile sul piano delle riforme elettorali, il problema della riforma.

Ora mi ha detto d'essere fermissimamente intenzionato a condurre questa battaglia per l'uninominale secca, anglosassone. E mi sento anche autorizzato a dirti che la stessa convinzione è maturata non "ai" massimi livelli della DC ma "a" massimi livelli della DC. E chiedo scusa ai lettori del Giornale se oggi non mi sento ancora di fare il nome".

- Ma allora perché Mario Segni dice che è stata una vittoria aver ottenuto dal Parlamento, su richiesta del governo, la procedura d'urgenza per l'esame delle proposte di elezione diretta del sindaco?. E perché Marco Pannella ritiene che l'"urgenza" strangolerebbe una soluzione "rozza ed efficace", cioè inglese, del problema e darebbe vita a un "papocchio"?.

"Forse hai ragione - risponde - di contestarmi l'uso o l'abuso della parola "papocchio", che io riservo or a questa or a quella proposta. Ma, premesso che con Mario Segni e con gli altri amici dei referendum elettorali siamo tutti uniti nel volere l'uninominale maggioritario, cioè l'elezione diretta delle maggioranze nei Comuni, nella Camera e nel Senato, dico che, se tutto dev'essere pronto alla Camera per il 4 settembre , come vuole la procedura d'urgenza, rischiamo una soluzione papocchiata che pregiudica tutto".

- Adesso ti spieghi, per favore?.

"Mi spiego, sì, e prego i lettori del Giornale di seguirmi con un pò di pazienza, perché il cammino è un pò lungo ma la conclusione è chiara. E credo che loro vogliano arrivare proprio a una conclusione chiara. Dunque, anche con le firme di molti lettori del Giornale, noi ci siamo battuti nell'autunno scorso per chiedere dieci referendum, fra i quali quello per cambiare le leggi elettorali dei Comuni e del Senato e quella per abolire il finanziamento pubblico dei partiti. Tutti o alcuni di questi referendum, secondo quel che deciderà la Corte costituzionale, saranno celebrati nella primavera dell'anno prossimo.

"Se ci consentono il referendum sul Senato, e lo vinciamo, il risultato sarà questo: i tre quarti degli attuali senatori saranno eletti in collegi uninominali secchi, appunto all'inglese (per essi infatti, già oggi esiste il collegio uninominale, sia pure falsato all'italiana, in modo da avere non un risultato maggioritario ma un risultato proporzionale). L'altro quarto dei senatori verrebbe eletto con l'attuale sistema proporzionale. Otterremmo così un sistema inglese corretto: per tre quarti maggioritario, capace di assicurare la "governabilità", e per un quarto proporzionale, in modo che anche la "rappresentatività" dei partiti sia salvaguardata. E' il sistema verso il quale si stanno orientando anche Darendhorf e altri riformatori del sistema inglese, per conservarne la funzionale "rozzezza" e al tempo stesso mitigarla. Se passa col referendum della prossima primavera questa riforma del Senato, ci batteremo perché il Parlamento voti analoga legge per l'elezione dei deputati. Così deputati e senatori

saranno eletti con lo stesso sistema, non più proporzionale ma maggioritario mitigato".

- Mettiamo, però che la Corte Costituzionale non vi dia, anzi non ci dia, questo referendum sul Senato; che salomonicamente dica: no a questo referendum e sì a quello su i Comuni. A me sembra che a quel punto la storia dell'elezione diretta del sindaco sarebbe risolta e anche nel modo migliore.

"Io direi che sarebbe compiuto un primo grandissimo passo verso l'elezione diretta della maggioranza consiliare. Vediamo come funzionano le cose. Oggi i Comuni fino a 5.000 abitanti votano col sistema maggioritario: in pratica si scontrano due, tre, quattro liste. La lista che prende la maggioranza dei voti conquista i tre quarti dei seggi o giù di lì. Le altre liste si spartiscono i seggi residui. Così la maggioranza è forte e può governare.

Invece nei Comuni con più di 5.000 abitanti c'è la maledizione della proporzionale, quella che fa moltiplicare all'infinito il numero dei partiti. Sicché oggi per mettere insieme uno straccio di maggioranza al Consiglio comunale di Milano occorrono sette partiti e partitini, cinque dei quali hanno un solo consigliere o due. E' così che non si riesce a governare le grandi città; e al posto dell'Amministrazione impossibile subentra la furfanteria delle tangenti.

"col referendum sui Comuni noi chiediamo di abrogare il limite di 5.000 abitanti. Se i cittadini approveranno, nel referendum, questa abrogazione in tutti i Comuni, dal più grande al più piccolo, si voterà con il sistema maggioritario".

- E non sei contento?

Risolveremmo con il referendum il problema dell'elezione diretta, senza bisogno di inventarci arzigogolate leggi di cui nessuno capisce niente, come sono quelle che PDS, PLI, MSI e Referendari hanno presentato alla Camera e sulle quali è stata concessa la procedura d'urgenza.

"Sarei un pò meno trionfalista. Direi che con il referendum abrogativo del limite di 5.000 abitanti noi risolviamo il problema dell'elezione diretta della maggioranza. Ma non anche quella dell'elezione diretta del Sindaco. Perciò dicevo che col referendum bruceremmo una tappa, non il traguardo finale".

- Ma basterebbe imporre a ciascun partito di indicare nel suo capolista il candidato sindaco e avremmo così contestualmente, l'elezione diretta sia del sindaco sia della maggioranza. E non correremmo i rischi di una elezione separata del sindaco e del Consiglio, che ci darebbe un sistema formalmente americano, il presidenzialismo, e negativamente italiano, il podestà.

"D'accordo. D'accordo con quel che avete scritto in proposito sul Giornale. Ma proprio per questo , dicevo, non basta abrogare il limite dei 5.000 abitanti, occorre anche una legge che imponga ai partiti di designare, nel momento stesso in cui presentano la lista, il nome del candidato sindaco. In Inghilterra il premier è il capo del partito che vince, dobbiamo arrivare alla stessa logica, quindi allo stesso sistema, in Italia".

- Noi del "Giornale" avremmo preferito arrivarci negli anni scorsi con un modello francese: anche quello è uninominale maggioritario, anche quello riduce le candidature a solo due o tre per collegio, ma ogni candidato rappresenta non un solo partito, ma una coalizione di partiti. Così, pensavamo, la multiformità dei partiti italiani si rifletterebbe nel nuovo sistema elettorale, ma perderebbe i caratteri genetici della proliferazione anarchica che ci hanno portato a venti o venticinque partiti.

"Credo che vi siate illusi. Credo, invece che un sistema a doppio turno francese comporterebbe, non meno dell'italiano, quella che tu chiami la proliferazione anarchica dei partiti. Con l'aggravante di quello che io chiamo il mercato delle vacche tra il primo e il secondo turno. Te l'immagini quali e quanti mercimoni, do ut des, intrallazzi, affari si intreccerebbero tra l'uno e l'altro turno, per scegliere quale dei candidati della coalizione rappresenterà la coalizione stessa nel collegio e quali altri invece dovranno ritirarsi, in cambio di chi sa cosa? Ecco perché io concludo: se vinciamo il referendum del Senato e facciamo approvare un analogo sistema elettorale per la Camera, abbiamo risolto al meglio il problema dei rami alti, con un maggioritario uninominale a un turno, corretto da una rappresentanza proporzionale; se vinciamo anche il referendum sui Comuni, avremo per tutti il maggioritario che oggi vale per i piccoli Comuni, ma dovremo integrarlo con una legge che imponga di indicare il candid

ato sindaco e introduca il collegio uninominale anche per l'elezione dei consiglieri. Sistemi analoghi dovremo studiare per le Regioni e le Province".

- Perché la Lega, che parla tanto spesso di ridare al popolo i poteri usurpati dalla partitocrazia, è contraria all'uninominale maggioritario, pur avendo possibilità, in alcune aree, di conquistare direttamente la maggioranza e il sindaco?

"Anche la Lega sta sul piano delle riforme - non riforme di molti partiti storici. Non vuole il bipartitismo all'inglese, vuole lo sbarramento al 5 per cento, come in Germania. Non capisce, o finge di non capire, che quello sbarramento ha impedito la proliferazione dei partiti in Germania fin quando c'era da sbarrare la via a sinistra solo ai comunisti e a destra solo ai neonazisti. Ma oggi lo sbarramento non eviterà più l'arrivo di republikaner, verdi e chi sa quali altri partiti dell'ex Germania orientale; così come in Italia non eviterebbe il fiorire di molti partiti oltre il 5 per cento. Sicché ridurremmo la lotta partitocratica da venti a dieci partiti, ma non risolveremmo il problema della maggioranza cioè il problema della governabilità".

- Quindi niente Francia, niente Germania, e se proprio dobbiamo imitare qualcuno, imitiamo L'inghilterra col suo sistema "rozzo ma efficace". E niente "soluzioni pasticciate" con procedura d'urgenza.

"Rozzo, ripeto, ma addolcito senza che perda di efficacia. E tuttavia capace di conservare la sua laicità, voglio dire quel suo linguaggio semplice, comprensibile da tutti, che non è più il latinorum dei chierici ma il volgare dei laici".

 
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