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Taradash Marco - 5 ottobre 1992
Droghe-Cecoslovacchia: intervista a Marco Taradash

SOMMARIO: Questa intervista a Marco Taradash, parlamentare europeo e italiano, è stata pubblicata il 5 ottobre scorso su REFLEX, il più diffuso settimanale di informazione cecoslovacco. L'intervista è stata raccolta da Josef Rauvolf.

(REFLEX, 5 ottobre 1992)

UNO SGUARDO SU STRASBURGO

Su invito del Partito Radicale è venuto a Praga il deputato del Parlamento Europeo Marco Taradash per tenere delle conferenze sui problemi relativi alla cosiddetta guerra contro i narcotici. Gli abbiamo posto alcune domande sulla legalizzazione e decriminalizzazione dei narcotici.

D. Nella sua conferenza Lei ha accennato al fatto che i servizi segreti dell'Europa orientale erano immischiati nel traffico e nella distribuzione dei narcotici. Potrebbe essere un po' più preciso?

R. Faccio parte della Commissione di inchiesta del Parlamento Europeo che si occupa specificamente di questo problema. Purtroppo non mi sono portato dietro nessun documento relativo a questo problema e ho fatto male, visto che molti qui se ne interessano. Il fatto che i servizi segreti dei diversi Stati si occupino della vendita dei narcotici e delle armi non è una novità. Sono note le relazioni tra CIA e i Contras, che i soldi per l'acquisto delle armi li ricavavano dalla vendita della cocaina. Anche nell'Afghanistan i soldi che servivano alla lotta contro i sovietici provenivano dalla vendita dei narcotici. Dai materiali che ho potuto studiare risulta chiaramente che i servizi segreti dei paesi dell'Europa orientale parteciparono all'apertura della via balcanica, per favorire il passaggio dei narcotici attraverso i paesi dell'Europa centrale. Mi sono capitati nelle mani documenti dai quali risulta che gli ex agenti dei servizi segreti, in seguito ai rivolgimenti nell'ex impero comunista, sono entrati diret

tamente nel mondo del delitto e del traffico di armi e di droghe.

Ho sentito che sul territorio della ex RDT, a Halle, esisteva una fabbrica per la produzione di LSD che poi tramite agenti della Stasi veniva contrabbandato nell'Europa occidentale.

Di questo fatto non so altro; ma è certo che nelle industrie chimiche si può fare di nascosto qualsiasi cosa.

D. Quale dovrebbe essere, secondo lei, il compito dei mezzi di comunicazione a proposito del problema dei narcotici? Non ha l'impressione che il loro ruolo sia purtroppo per ora piuttosto negativo?

R. I mezzi di comunicazione per ora informano prevalentemente sulla dannosità dell'uso della droga per la salute, tralasciando l'altra parte del problema, cioè il ruolo della politica. Queste due cose non vanno separate, i narcotici continueranno a fare danni finché non vengono colpite le radici della loro vendita e distribuzione.

Per ora i mezzi di comunicazione si dedicano prevalentemente alla propaganda della persecuzione dei consumatori delle droghe e tralasciano le radici dalle quali viene questo pericolo. E questi sono appunto problemi politici. I mezzi di comunicazione hanno in sostanza accettato la propaganda voluta dagli organi governativi. Tutto quello che viene intrapreso contro i consumatori di droghe viene approvato, anche se non porta alcun effetto. Questo approccio è un po' fideistico, ed è dannosissimo; il problema bisogna affrontarlo proprio dalla parte opposta.

D. Quando negli Stati Uniti spiegavo a Allan Ginsberg, anche lui impegnato nella lotta per la legalizzazione delle droghe, in che modo vogliono arrivare a una soluzione effettiva e nello stesso tempo umanamente accettabile, mi rispose: »Certo, è una cosa bellissima, voi porterete avanti la vostra iniziativa e gli americani diranno: 'va bene ragazzi, volete la legalizzazione, tenetevela, ma da noi non riceverete più un soldo. Allora pensateci un po' su...' Che cosa ne pensa lei? E' possibile un tale ricatto?

R. Purtroppo dovrete convincere il governo americano che la ragione sta dalla vostra parte, perché è chiaro che dell'America voi non potere fare a meno. In questo senso l'Europa dovrebbe unirsi e, mantenendo la sua presa di posizione, ferma e convincente, costringere moralmente o politicamente l'America ad accettare il sistema europeo. Il nostro procedimento dovrebbe essere coordinato come lo è per ora il procedimento repressivo. Unica garanzia del successo della politica della legalizzazione e della decriminalizzazione delle droghe sta nel procedere uniti; ogni eccezione sarebbe una sorta di tradimento, se superasse certi limiti, entro i quali naturalmente possono esistere posizioni differenti.

D. Quale ruolo potrebbe avere il Parlamento Europeo in questa politica comune?

R. Nel Parlamento Europeo un certo successo è già stato raggiunto con l'apertura del dibattito su questo argomento. Un altro successo è rappresentato dalla cosiddetta Dichiarazione di Francoforte. La pressione svolta dalle singole capitali e grandi città europee viene concentrata sulla Commissione di cui faccio parte e la Commissione poi influisce sul Parlamento.

D. Chiederemo al nostro comune di associarsi a questa Dichiarazione.

R. Il prossimo congresso dedicato a questo problema si svolgerà a Bologna; ho avvertito gli organizzatori che dovrebbe associarsi anche Praga. So anche che il vostro comune ha già ricevuto l'invito. Il primo congresso, dal quale è stata approvata la Dichiarazione, si è svolto appunto a Francoforte.

D. Come è poi andato a finire il suo processo a New York? La sua iniziativa con le siringhe "Usa e getta" avrà qualche ulteriore risvolto?

R. Sono andato con alcuni miei compagni a New York per distribuire davanti al comune di questa città le siringhe "usa e getta". Questa era una provocazione, sapevo benissimo che la vendita di queste siringhe a New York è possibile solo dietro la ricetta medica. L'ago infetto è però fonte di aumento del contagio di Aids. A New York ci sono 250.000 tossicodipendenti di cui il sessanta per cento sono sieropositivi. Noi siamo convinti che con l'annullamento del divieto della vendita delle siringhe "usa e getta" l'aumento dei malati di Aids verrebbe bloccato. Con questa provocazione cercavamo appunto di convincere Dinkins, sindaco di New York, di ritirare questo divieto insensato. E volevamo anche associarci alla iniziativa dei locali attivisti contro l'Aids, anche essi perseguiti, e per lo stesso motivo persino imprigionati. Il loro movimento si chiama Anti-Aids.

In verità, gli Americani il processo contro di me e contro Emma Bonino, parlamentare italiana, non lo volevano fare. Per due volte siamo stati fermati e poi rilasciati. Un certo successo lo vedo nel fatto che in maggio furono poi rilasciati anche gli attivisti dell'Anti-Aids. La Corte ha dichiarato positiva la loro attività. Il punto più significativo di questa nostra iniziativa sta nella pubblicità che ha avuto nel New York Times, in televisione e in altri mezzi di comunicazione. In fondo possiamo dire che tutto è andato bene.

D. Quando è successo tutto questo?

R. Le siringhe le abbiamo distribuite per la prima volta nel novembre del 1990 e poi di nuovo nell'aprile del 1991.

D. Avete notizie su ulteriori sviluppi della situazione a New York?

R. Il comune di questa città non ha per ora cambiato la sua opinione. E' sempre convinto che l'annullamento del divieto non limiterebbe la diffusione dell'Aids. Tutti i documenti che ha a disposizione il Parlamento Europeo e l'ONU dimostrano però il contrario.

Grazie per l'intervista.

 
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