Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani
Notizie Radicali, il giornale telematico di Radicali Italiani
cerca [dal 1999]


i testi dal 1955 al 1998

  RSS
sab 20 apr. 2024
[ cerca in archivio ] ARCHIVIO STORICO RADICALE
Archivio Partito radicale
Pannella Marco - 28 dicembre 1992
I COLLABORATORI DELLA GIUSTIZIA, FIDARSI O NON FIDARSI?
Pannella: attenzione alla cultura del sospetto

SOMMARIO: Intervistato a proposito dell'arresto del funzionario di polizia e del Sisde Bruno Contrada afferma di essere d'accordo con Parisi nel diffidare del pentitismo, ma di essere però certo dell'esistenza di politici e poliziotti collusi con la mafia; »al solito inascoltati chiediamo l'istituzione di una "polizia delle polizie" . Polemizzando con Pintacuda e Orlando ricorda che la cultura del sospetto appartiene alla tradizione dell'Inquisizione e di tutti gli stati totalitari.

(IL GIORNALE, 28 dicembre 1992)

Roma - Benvenuti i pentiti, ma diffidate del pentitismo. Il leader radicale Marco Pannella paventa sempre un altro "caso Tortora". Tuttavia, in quest'intervista al "Giornale" dice d'essere "assolutamente certo" sulle collusioni dell'attuale classe dirigente del nostro Paese, "collusioni di cui non può ritenersi esente il mondo poliziesco. Anzi, è da un paio di anni, al solito inascoltati, che noi chiediamo l'istituzione di una "polizia delle polizie", come esiste in tutti gli altri Paesi democratici".

D. - Ma sul "caso Contrada" lei è innocentista o colpevolista?

R. - "Chi si occupa di giustizia e del vivere civile non ha margini per schieramenti di sorta. Io mi sono sempre rifiutato alle dietrologie e al sospetto preventivo nei confronti delle autorità giudiziarie. Posso perciò condividere quel che dice il capo della polizia Parisi (non quel che gli viene attribuito): bisogna seguire lo svolgimento dei fatti. Ciò detto, la cultura del sospetto, della quale è oggetto una parte della società e che di volta in volta cambia, rende poi sospettosi anche al "loro" interno e nei "loro" ambienti. Il pentitismo come pratica e cultura ha fatto disastri immensi. L'uso dei pentiti è stato più o meno quello che è stato il "resto": finanziamento pubblico ai partiti, diritti civili, stato di diritto...".

D. - Il gesuita Pintacuda e lo stesso Leoluca Orlando, capo della Rete, hanno teorizzato il sospetto come l' "anticamera della verità". Lei cosa risponde?

R. - "Che quella è un'antica tradizione. Appartiene all'Inquisizione e a tutti gli stati totalitari. Altro è il sospetto che è conseguenza di indizi e che prende corpo sui fatti come un momento del procedimento giudiziario".

D. - Eppure, un "laico" come Luciano Violante, presidente pidiessino dell'Antimafia, afferma: in uno Stato democratico non esistono persone al di sopra di ogni sospetto.

R. - "In uno Stato di diritto non è legittimo che in linea di principio ci siano "sospettabili". D'altra parte, sostenere che tutti sono sospettabili, equivale a creare un alibi per sospettare chi fa comodo".

D. - Ma lei crede o non crede alle parole dei pentiti?

R. - "Sono felice di poter chiarire la nostra posizione, che, credo, include anche quella che fu di Leonardo Sciascia. C'è non solo il diritto, ma il dovere di promuovere ravvedimenti "operosi", come lo stesso vecchio codice indicava. Sacrosanto il proteggere dalle vendette costoro e le loro famiglie. Serio e doveroso tener conto di questo loro ravvedimento: quello che occorre perseguire è il superamento delle ragioni della pericolosità sociale di chi delinque e non tanto preoccuparsi di punirli o di vendicarsi. E' però altrettanto vero, per contro, che altrove e con molta saggezza il rapporto necessariamente fluido, equivoco e incerto coi pentiti è in primo luogo attività di polizia, non di magistratura. Durante il "caso Tortora" si costituì una banda di magistrati, giornalisti e superpentiti, che attuarono insieme un lungo e lacerante disegno criminoso, delle cui iniziali ragioni si perdevano anche fra di loro il ricordo o le tracce".

D. - E' una metafora per descrivere l'ennesimo "caso Palermo"?

R. - "Chi è esperto un po' di storie siciliane e memore di quelle napoletane non può escludere che l'univocità delle confessioni sia una "politica" di governo dei pentiti. Finora, del resto, è stato solo il giudice Falcone ad aver sentito il dovere di incriminare per calunnia un pentito, Pellegriti. Per ora non ho motivo di vedere una riedizione del "caso Tortora" per le vicende siciliane. Ma dico: attenzione al pentitismo, allo scontro di cosche politiche, alla cultura del sospetto".

f.gui.

 
Argomenti correlati:
intervista
giustizia
parisi vincenzo
orlando leoluca
tortora enzo
stampa questo documento invia questa pagina per mail